RECENSIONE: Massimo Volume – Aspettando i Barbari

Recensione di Andrea Barbaglia

“Tutto questo non ha nulla a che fare con voi.”

Lo sguardo penetrante, di sfacciata imperturbabilità, solo apparentemente innocente, della ragazzina dipinta dall’artista statunitense Ryan Mendoza per il ciclo dei suoi Posseduti non poteva divenire cifra grafica migliore per descrivere il ritorno dei Massimo Volume con le nuove, urgenti cronache di Aspettando i Barbari. L’immagine, calata in una quotidianità privata e borghese, nasconde una morbosità, un’altezzosità di fondo capaci di far nascere in noi un sottile disagio sempre vivo. È un gelido sguardo di sfida, dominante e potente, che nel fissarci ci spoglia mettendo a nudo tutte le nostre ansie e insicurezze, andando a carpire i nostri segreti e le nostre intimità. La pittura è sfida alla nostra immaginazione.

Emidio Clementi si accoda a questa consapevolezza e continuando a lavorare con le immagini, sceglie una decina di storie, al solito le più adatte, per proseguire nel solco della sua tradizionale poetica senza rinunciare alla volontà di rinnovare le coordinate della propria musica. Un rinnovamento; non una rivoluzione copernicana. I Massimo Volume riescono a far collimare le esigenze di quel suono elettrico, teso ed intimista al tempo stesso, che abbiamo imparato negli anni ad amare, con inserzioni di elettronica discrete, “impressioniste”, senza dubbio funzionali ad arricchire di colori melodie e parole affinché siano le più attuali possibili. È una scommessa con una posta in palio molto alta.

“Per cambiare qualcosa, costruisci un modello nuovo che renda la realtà obsoleta.” Così si espresse in più di una occasione l’inventore e designer statunitense Richard Buckminster Fuller invitando l’umanità a pensare “fuori dagli schemi”; così visse Danilo Dolci, educatore, poeta e attivista italiano della nonviolenza capace di indicare in concreto una idea apparentemente utopica di progresso che valorizzi l’individuo. Di fronte a brillanti exempla di questo calibro Clementi non resta affatto insensibile, mostrando al contrario rispetto e ammirazione, omaggiandoli rispettivamente con la sferzante Dymaxion song che cita John Cage e attraverso il cut up di Dio delle zecche posto in apertura.

“Se l’uomo non immagina, si spegne.” Una considerazione questa che inconsciamente deve aver sfiorato più volte il cantautore Vic Chesnutt, morto suicida il giorno di Natale di qualche anno fa ed ora eternato nella stridente canzone omonima; un’idea fatta propria forse pure da Silvia Camagni, amica e collaboratrice della band che “se ne andò di casa un pomeriggio di maggio lasciando che il sole sbiadisse tutto quello che era stato.”

Slanci creativi e storie private. Normali all’apparenza, eppure contagiate da ambiguità e turbamenti che si materializzano in un controllo anche violento della propria vita. Rimando diretto al precedente Cattive abitudini è la didascalica narrazione urbana de La notte, con il suo frenetico immobilismo metropolitano analizzato lucidamente dal soliloquio del protagonista il quale cede il dialogo alle chitarre di Egle Sommacal e Stefano Pilia, in grande spolvero pure sull’altrettanto cinematografico singolo La cena.

In questa incombente inquietudine progettuale Il nemico avanza. Ormai è alle porte. Noi lo attendiamo. Consapevoli di dover fare presto e bene. Perché la morte incombe e di tempo ne resta sempre meno.

ASPETTANDO I BARBARI – MASSIMO VOLUME
(La Tempesta, 2013)

  1. Dio delle zecche
  2. La cena
  3. Aspettando i barbari
  4. Vic Chesnutt
  5. Dymaxion song
  6. La notte
  7. Compound
  8. Silvia Camagni
  9. Il nemico avanza
  10. Da dove sono stato
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