RECENSIONE: VERDENA – ENDKADENZ VOL. 2

Recensione di Fabrizio Morando

Partiamo quindi dal titolo, perché in esso sta il cambiamento. EndKadenz è la nuova muta indossata dal più importante gruppo rock italiano (per la critica, ndr): Roberta Sammarelli, Alberto e Luca Ferrari, in arte Verdena.

Endkadenz è un effetto scenico imposto dal compositore tedesco Mauricio Kagel, che avrebbe voluto costringere il percussionista, durante i suoi spettacoli, ad infilarsi con tutto il busto nel timpano e rimanerci dentro alcuni minuti. Motivo? Dare la cadenza finale, ovvero aggiungere alla performance un elemento sovversivo e destabilizzante, qualcosa che andasse oltre la musica e che potesse imprimersi nella mente dell’avventore costringendolo a ricordare la giornata.

Del resto, la maggior parte delle opere di Kagel hanno la loro base strutturale in gesti estremi e eticamente sovversivi, come il paradosso, la separazione, l’esperienza onirica vicina all’incubo: a volte nel mezzo di un suo brano ci appare lo stesso Kagel chiuso in una macabra stanza di ospedale psichiatrico mentre riflette sulla sua lungodegenza forzata, stordito da LSD o mescalina, o semplicemente dai suoi medicinali antidepressivi. Lo immaginiamo intento a lavorare su più di un pezzo alla volta e capace di concentrarsi sui vari frammenti di idee per anni interi – a volte per una vita – sino a scovarne il boato finale ad effetto: l’endkadenz, appunto. Il trio bergamasco ha vissuto per anni col fardello delle critiche esageratamente entusiastiche raggiunte l’apice con la release di Wow, che di fatto resta un traguardo senza uguali nel percorso della band. Li ho immaginati quindi legati alla sedia nelle celle anguste del loro manicomio a cercare nel lavoro seguente la propria cadenza finale, ovvero l’elemento estremo che possa mantenere alta l’attenzione nei lavori a venire.

Sentendo il volume 1 di quest’opera decisamente prolifica (si parla di 26 pezzi divisi tra i due dischi) mi arriva il sospetto che questo nodo di svolta sia un ritorno alle origini, dove il trio usava prediligere un assalto di chitarre “fuzzy” rozzo e distorto piuttosto che la vena easy-psychedelic che, al contrario, li ha contraddistinti nei lavori seguenti e che ad esser sincero non ho mai particolarmente apprezzato. Attenzione, non ho certo messo tra i miei desert island records i vari Solo un grande sasso, piuttosto che Il suicidio dei samurai in quanto dannatamente figli del periodo in cui sono stati concepiti, con molti – forse troppi? – riferimenti ai guru internazionali di quei anni: Kyuss, Smashing Pumpkins, Nirvana in primis. Però questo embrione dei Verdena era più sincero, più genuino, si lasciava gustare e i dischi d’esordio terminavano la loro corsa senza fatica nel lettore del mio cd player.

Endkadenz vol.1 ebbe nuovamente questo personale privilegio: arrivò a suonare l’ultima track senza particolari mugugni, diviso tra linee melodiche lacerate da cambi di umore repentini, ballate psych-pop e rasoiate di chitarre dove regna sovrano il fuzzbox e dove i fantasmi grunge e hardcore tornarono prepotenti a riempire i miei logorati padiglioni auricolari. Manca però qualcosa che riguardi genio e ispirazione… manca quel percussionista costretto in posizione fetale dalla forma circolare e angusta della grancassa, quel cuore che stenta sempre di oltrepassare l’ostacolo, nonostante i tentativi di gettarlo con compulsiva e ostinata violenza.

Foto di Paolo De Francesco

Foto di Paolo De Francesco

Ora ascolto il volume secondo, senza particolari aspettative, ma con la giusta curiosità.

Cazzo siamo alle solite, Cannibale ricorda troppo, ma troppo i Queens of the stone age. Persino la voce di Alberto Ferrari suona lievemente distorta, rendendo tutto un amalgama di suoni popular noisey che non possono non far ricordare i timbri al tempo voluti da Josh Homme per la sua creatura stoner-rock. Inizialmente vorresti gridare al plagio poi però il pezzo si dipana in una ensamble melodica più calda e viscerale, scandita da quella linea basso\chitarra ripetuta all’ossesso che diventa una droga e allora tutto sembra tornare: il chorus è accattivante e mi prende… i Verdena scimmiottano un po’, sì ma con gran classe, e il disco parte bene. Stesso discorso vale per Colle immane, QOTSA docet ma gradevole di molto. Dymo conferma gli sbalzi di umore schizofrenici del trio nei loro lavori mantenendo una cadenza leggera ma imbevuta di trame complesse che richiamano giocoforza gli XTC e per necessaria consecutio i Beatles di McCartney.

Blu sincero è eterea e lievemente progressive, adottando costrutti vicini alla cultura barocca: qui i tentativi Kageliani di scovare l’impronta sovversiva a tutti i costi non ottengono il risultato atteso e il brano non riesce ad entrare tra i miei preferiti. Discorso cambia per Identikit, dove uno space-rock in slow motion ci regala una ballata che farebbe sorridere compiaciuto Mr. Bowie. Finalmente il povero percussionista sfonda col cranio le pelli del proprio tamburo grazie al power-pop tirato all’ossesso di Fuoco Amico I. Nella naturale e molto bella prosecuzione, Fuoco amico II, i nostri cari piccoli amici si prendono però il rischio di vedersi arrivare alla porta di casa King Buzzo dei Melvins in persona a pretendere i diritti d’autore: ho dovuto controllare più volte se il software che utilizzo per lo streaming non mi avesse distrattamente randomizzato una track della storica band di Seattle.

Gli altri pezzi mi sono sembrati un po’ anonimi, con l’eccezione di Caleido, una bella carica psychedelica piena di elementi introspettivi e Nera visione, che nonostante la palese ispirazione ai Radiohead rimane uno dei migliori pezzi dell’album. Rapidamente, Endkadenz vol 2 è un bel disco, consapevole dei rischi che si è preso per le citazioni forse troppo borderline, ma che rappresentano indubbiamente la cadenza finale voluta dai Verdena. Ma in un disco concepito, prodotto e suonato interamente nel nostro stivale non si può pretendere certo di scovare il nuovo gruppo seminale intento a violare le regole del rock alternativo. Quindi… buon ascolto a tutti.

Enkadenz 2 Cover

ENDKADENZ VOL. 2 – VERDENA

(Universal, 2015)

  1. Cannibale
  2. Dymo
  3. Colle immane
  4. Un blu sincero
  5. Identikit
  6. Fuoco amico I
  7. Fuoco amico II (pela i miei tratti)
  8. Nera visione
  9. Troppe scuse
  10. Natale con Ozzy
  11. Lady Hollywood
  12. Caleido
  13. Waltz del bounty

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