INTERVISTA: SCISMA

Gli Scisma, alias Paolo Benvegnù, Giovanni Ferrario, Michela Manfroi, Sara Mazo, Beppe Mondini e Giorgia Poli, sono stati uno dei gruppi più significativi del rock alternativo italiano degli anni novanta. A distanza di ben sedici anni dal loro ultimo album tornano a sorpresa con un Ep, “Mr. Newman” (Woodworm/Audioglobe), ed è proprio Paolo Benvegnù a raccontarci questa nuova, inaspettata, avventura musicale.

Di Francesca Amodio / Ph di Simona Isacchini


Il ritorno degli Scisma era qualcosa che i fan tanto si auguravano quanto non si sarebbero mai immaginati realmente. Com’è successo?
È accaduto tutto in maniera molto semplice, naturale. Ho incontrato una compagine degli Scisma ad un concerto, e in virtù dei grandi sorrisi che ci siamo scambiati in quell’occasione, ho avuto una specie di impulso che mi ha portato a dire loro che mi sarei rinchiuso in una stanza a scrivere qualcosa, e qualora quel qualcosa fosse piaciuto magari si poteva tornare a suonare insieme. Ma così, inter nos, senza progetti o aspettative particolari. In realtà è poi successo che di canzoni non ne son venute fuori non due o tre come pensavo, ma parecchie, ed il problema è che sono piaciute tutte ai ragazzi! E trovandoci insieme dopo tanto tempo a suonare, abbiamo avuto tutti la stessa sensazione: è stato come tornare nella casa natia e ritrovare tutto com’era, con gli stessi sapori e odori, e soprattutto non provando nostalgia per ciò che è stato il passato e non facendo progetti per quello che sarebbe stato il futuro. Quello è stato lo spirito giusto secondo me.

Pensavate alla reazione dei vostri fan mentre registravate l’album?
Lo dico in tutta sincerità: la nostra reunion è stato qualcosa di prettamente egoistico, è stato come cambiare il finale di un film, per certi versi. Per cui non ci siamo preoccupati assolutamente di come il pubblico avrebbe potuto recepire questa scelta, ed a maggior ragione quindi siamo piacevolmente sorpresi dall’entusiasmo quasi commovente che chi ci segue ci ha mostrato venendo ai nostri concerti e acquistando il disco. È la prima volta nella mia vita artistica che riesco a vivere l’istante esattamente per quello che è, e credo che questa sia una decisione che ha felicemente sposato anche il nostro pubblico.

Chi è “Mr. Newman”?
L’idea era quella di riprendere un po’ il filo di quello che avevamo lasciato con l’album “Armstrong”, in cui si parlava dell’improbabilità di vivere un reale immaginato, la grande frustrazione dell’uomo post – moderno. In questo disco quindi abbiamo parlato di quell’uomo senza più immaginario, non più alla ricerca dell’identità ma dell’eredità: un essere umano controllante ma che paradossalmente costruisce macchine che lo controllano ancora di più. Un fantastico ossimoro.

“Musica Elementare” è forse il brano più ironicamente polemico del disco. Che ne pensi della canzone come forma di protesta?
Penso che chiunque faccia opere creative dovrebbe avere un senso etico e per me che scrivo canzoni il senso etico è quello di essere un po’ un custode e di mettere in pratica quello sento. Quello che sento è che questo è un momento storico pericoloso e di grandi vuoti, di aridità e di identità, pertanto non approvo l’inutilità di coloro che lanciano invettive sterili e di profondità molto relativa. La differenza tra chi lo fa con reale coscienza e convinzione e chi no, è che i primi, tra cui gli Scisma, lo fanno perché credono in certe rivoluzioni, i secondi lo fanno perché vorrebbero star loro al posto di chi comanda.

L’alternanza inglese/italiano dei tuoi testi è costante. Come mai?
Io sono italiano e per questo cerco di farmi capire nella mia lingua madre. Da piccolissimo studioso di lingue straniere però, mi rendo conto che molti concetti sono davvero intraducibili, per questo allora uso l’inglese. Da colonizzato, ogni tanto mi piace mescolare le mie parole con quelle dei colonizzatori, anche per far capire quanto la lingua italiana sia complessa e quanto quella anglosassone lasci più spazio all’immaginazione. Mi incuriosisce la mescolanza di questi due diversi piani.

Che ne pensi del crowdfunding come modalità di finanziamento ai dischi?
È un meccanismo molto ambiguo, così come è molto ambiguo il mondo digitale in cui, e chi mi conosce lo sa, io non riesco ad essere presente. Sinceramente non mi piace, preferisco quei gruppi che si autofinanziano facendo cento concerti senza prendersi nulla per loro, mangiando la terra, e che mettono quindi tutto il ricavato nella realizzazione del proprio progetto, piuttosto che la via del crowdfunding, che vedo più come un qualcosa da fare fra amici di vecchia data per divertirsi a comprare qualcosa. Di certo non un disco, per quanto mi riguarda.

In passato diversi tuoi brani sono stati reinterpretati da cantanti donne, da Marina Rei, a Giusy Ferreri, a Mina. Che effetto ti fa?
Di sicuro mi fa un effetto particolare il fatto che vengano cantate da voci femminili e ne sono molto lusingato. Tra l’altro mentre suono e canto una canzone che mi ha particolarmente ispirato e scavato nel profondo, io mi sento una donna bellissima! Proprio in questi mesi poi, sentendo le mie ultime cantate da Sara Mazo, mi sono reso conto dell’effetto sorprendente che mi ha fatto, perché quando scrivo per lei cerco di scrivere per le sue sensazioni. Questo per me è importante, perché è come se ci fosse una simbiosi tra me e Sara, è come se fossimo in due a cantare.

Cosa ricorderanno gli Scisma di questo breve, ma intenso, ritorno?
Tutto. Quello che è stato davvero importante è esserci ritrovati soprattutto fra di noi come essere umani, aver ritrovato un pubblico affezionato ed aver tenuto concerti indimenticabili che porteremo nel cuore sempre. Saper godere realmente del presente senza pressioni per il futuro è una nostra grande conquista, quindi queste sono le cose che di certo non perderemo.

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