INTERVISTE: Sr. MIRKACCIO DETTORI

di Fausto Del Prete

Partiamo dal titolo del tuo disco appena uscito.
Ci racconti l’idea che sta dietro a “I tempi belli non tornano più”?
L’umanità è convinta oggi, come ieri e come domani, che ieri sia meglio di oggi e di domani.
Come se non capisse che ieri è stato oggi, oggi è stato domani e un giorno anche domani sarà ieri.
La frase in fondo inneggia a un “tempo che fu” epico, non al passato. Sta in una dimensione parallela, temporalmente immobile. Può mutare ma non progredire.
Le canzoni di questo disco giocano con stili musicali e letterari imbalsamati.
È una sorta di Frankenstein, un assemblaggio di cadaveri che riesce a vivere con una sensibilità propria e con un’identità precisa, iconica, indipendente dalle carcasse che lo compongono.
Profuma di coty e di formaldeide. Qua e là aggiungo dell’esilarante ossido di diazoto…

Le suggestioni e i riferimenti del disco richiamano al Cafè Chantant. Da dover nasce il tuo amore per quelle atmosfere?
Sono stato folgorato in età prescolare da Tino Scotti.
Da sempre amo quegli ingredienti e questa ricetta.
È il Varietà. È Circo, Commedia dell’Arte, Cafè Chantant, Avanspettacolo, Rivista, Burlesque Show.
È un teatro individuale e sintetico.
Crea l’attenzione tra crescendo e calando, trovate e costumi d’effetto, numeri immediati e partecipazione del pubblico. È fortemente caratterizzato ed improvvisativo.

Esiste una “scena di riferimento” in Italia rispetto a questo genere di musica ?
Il disco gioca coi generi ma non rientra in un genere.
Esiste un nuovo Varietà italiano ma non è un genere musicale, è un genere di spettacolo.
In Italia nasce intorno al 2008 con l’importazione del Burlesque moderno.
Comprende burlesquer, caratteristi, musicisti, performer BDSM, illusionisti, giocolieri, ballerine e danzatori, e tutti gli artisti che prendono parte a questo genere di intrattenimento e che si distinguono per personalità e compiutezza.
Sono personaggi già caratterizzati, capaci di truccarsi, vestirsi e agire autonomamente.
È una rete internazionale di artisti piuttosto in contatto e che comincia a somigliare ad un movimento.
Fino ad ora il fil rouge è stato il Burlesque, che infatti ha come primo significato quello di spettacolo di varietà. Musicalmente fanno parte di questo immaginario il Jazz, il Folk, la Canzonetta, il Bitch-Pop, il Dark Cabaret, la Techno, il Tango, la Classica, anche se in fondo è tutto un po’ Punk…

Tornando al Cafè Chantant, in base alla tua esperienza di musicista e performer, quali sono in Italia gli spazi in cui il Cafè Chantant rivive?
Il Cafè Chantant è una formula di intrattenimento per locali notturni. Comprende il teatro canzone, la musica, la danza e le arti performative. Attraverso questa formula gli artisti riescono ad esprimere le proprie individualità trovando una cornice che riesce a valorizzarli ed enfatizzarli. Non c’è copione ma solo una scaletta delle uscite. Nel proprio momento bisogna dare tutto, inizio, sviluppo e chiusa in massimo cinque minuti. Il concept viene portato dagli artisti e qualsiasi luogo si trasforma per l’occasione.
Mi sono esibito in ambienti che al Cafè Chantant non somigliavano per nulla.
Quella sera sono stati traslati in un Cafè Chantant, o in un decadente Tabarin, o in un Freak Show di piazza.
Poi avuto la soddisfazione di portare in scena quattro spettacoli in due anni proprio al Salone Margherita di Roma, culla del Caffè Concerto italiano e palcoscenico dove Ettore Petrolini ottenne i suoi primi grandi successi. Lì era già tutto perfettamente connotato. Ma direi che lo abbiamo fatto vivere, non abbiamo fatto revival.

La tua musica si propone dal vivo sotto forma di veri e propri spettacoli più che di canonici concerti. Ci sono dei punti di contatto con il teatro e con il musical?
È sicuramente teatro.
È anche teatro musicale ma non è assolutamente musical.
È privo di trama e soprattutto è antitetico all’impersonificazione di un ruolo.
Ognuno è sé stesso, anche quando recita una macchietta.
In questo sta anche la differenza con gli artisti storici. Oggi i migliori artisti di questa scena sono completamente straniati dalla realtà dell’oggigiorno, allora in fondo erano effettivamente degli attori del loro tempo.
Siamo le caricature di noi stessi, la caratterizzazione del nostro carattere, ci identifichiamo e non impersonifichiamo.
I miei costumi sono in tutto e per tutto dei vestiti.
Per questo se portiamo in scena noi stessi è teatro, ma non siamo attori. Anzi degli attori tendenzialmente diffido, poiché l’impersonificazione del ruolo in questi Varietà rischia di tradursi in una carnevalata senza arte.

Il disco è ricco di ospiti e collaborazioni.
Puoi presentarci brevemente chi sono gli artisti che animano “i tempi belli non tornano più”
Sono artisti di straordinaria personalità: la violinista, autrice e interprete H.E.R., il polistrumentista e cantante swing Guido Giacomini al contrabbasso, l’arrangiatore, autore e polistrumentista Carlo Poddighe alla batteria e alla chitarra, la performer, costumista, djette, organizzatrice e sciantosa M.me Maria Fernanda De Freitas, la cantante, attrice e autrice Adele Tirante, il corpo di ballo di Cristina Pensiero “Criss Bluebell & the Velvelettes” insieme a Gioia Vicari, Laura Contardi e Lorena Noce, impegnate in cori e balletti immaginari.
Senza uno solo di questi elementi sarebbe cambiato totalmente il risultato, anzi non avrei proprio iniziato a lavorare su disco.

Il videoclip de “Il Giardino delle Torture” è girato in modo pregevole. Puoi darci qualche retroscena rispetto alla lavorazione?
È stato girato con la regia di Paolo Tresoldi e STILEMIO, un gruppo di ragazzi della Val Camonica da anni impegnati nella produzione video e nell’organizzazione di eventi swing con uno spirito hardcore senza paragoni in Italia.
Anche l’artwork è stato curato da loro. I disegni sono di Stefano Mendeni.
Il video è stato girato in due giorni a Breno, in una villa in stile eclettico costruita nei primi del ‘900 da un signore che lasciò in testamento di aprirla gratuitamente a chiunque l’avesse voluta visitare o utilizzare come location.
La canzone invita alle amare dolcezze di un rapporto sadomasochista ed è stata composta come sigla di apertura dell’edizione italiana del fetish party Torture Garden.
Nel video la seduzione attraverso il gioco di dominazione e sottomissione viene descritta attraverso la rielaborazione di un mondo fiabesco.
Le riprese molto luminose e l’utilizzo del contro luce fanno sì che non sia la fiaba a diventare cattiva ma che siano invece le torture ad apparire positivamente. Anche nelle scene più buie la luce è forte dietro alle persiane, a testimoniare che l’oscurità è solo un artificio del gioco.
Non c’è stata alcuna artificiosità nella scelta delle caratterizzazioni. Ci siamo limitati a filmare quello che già portiamo in scena. Per quanto onirico è molto reale.
Viviamo una divertente allucinazione collettiva e cerchiamo di portarci dentro anche il pubblico.

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