INTERVISTE: COPYCAT CLUB

di Giovanni Graziano Manca

In concomitanza con l’uscita di Death to the Copycat Club, disco d’esordio di Copycat Club, in arte Diego Parravano, abbiamo intervistato il giovane musicista italiano che ha dato vita al progetto. L’album, undici tracce per circa quaranta minuti di ascolto, è disponibile su Soundcloud, Bandcamp e Spotify ed è in uscita il 31 di Maggio p.v. Una molteplicità di suggestioni sonore di volta in volta ariose, ipnotiche, melodiche o più tipicamente new wave costituisce il marchio distintivo di una sorta di laboratorio di suoni tipicamente sperimentale. Tra i brani, Fall vede la partecipazione di Azzurra, cantante dalla voce calda e avvolgente. Così, a stretto giro di posta, Diego ha risposto alle nostre domande.

Mi piacerebbe che ci raccontassi come hai iniziato a comporre musica e delle tue esperienze precedenti l’uscita del disco Death to the Copycat Club. Difficile dire quando e come io abbia iniziato a comporre. Il primo strumento con il quale ho preso familiarità in adolescenza è stato la chitarra. È lì che ho iniziato a scrivere i primi brani e fino a qualche anno fa è stato l’unico mezzo con il quale pensavo di dover comporre. Quel lungo periodo è culminato e finito con un EP uscito nel 2013, con una parte di quelle registrazioni andata poi a confluire in Aeropain, una delle tracce del disco. Ho suonato in diverse band in passato e tuttora porto avanti progetti paralleli a Copycat Club. Nonostante ciò, lavorare da solista mi dà maggior respiro e lascia più spazio a cambiamenti di stile, di scrittura e di strumentazione. Almeno per come la vedo adesso, ovviamente.

Ultimamente mi è capitato di ascoltare e di recensire parecchi dischi dove a prevalere sono le sonorità elettroniche, il suono sintetico. Vorrei farti una domanda che forse potrà apparire anche un po’ una provocazione e che riflette però un interrogativo largamente dibattuto: l’algido suono della strumentazione elettronica non rischia di “spersonalizzare” e di impoverire la musica ? Domanda legittima ma che può anche esser fuorviante. Secondo me, non è lo strumento che spersonalizza la musica, è l’uso che ne viene fatto. In molti puntano il dito contro sintetizzatori e drum machine, quando in realtà il manierismo e gli standard dettati dall’industria sono i veri colpevoli di questo impoverimento. Alle mie orecchie anche una traccia prog piena di tecnicismi può risultare senz’anima, tanto quanto un beat da chart poco originale. Questo suono algido in realtà può esser un mezzo di comunicazione enorme, che parla il linguaggio delle macchine che noi usiamo per scriverci, per informarci e per comprare le cose più assurde (per dirne alcune). Se si scrive un articolo ben fatto, anche se viene letto su uno schermo e in formato digitale, comunque riusciamo a comunicare e dare qualcosa, rompendo quell’alone di freddezza che circonda la “macchina”. Lo stesso accade con la musica e sfido chiunque a dire che una traccia dei Kraftwerk o un’animazione digitale non può dare delle emozioni ma bensì spersonalizzazione.

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Cover: Inagoramorando

Raccontaci di Berlino e dell’atmosfera musicale che vi si respira oggi. Berlino è una città fantastica per quanto riguarda la mole di impulsi creativi e il numero di artisti che si ha la possibilità di incontrare. L’atmosfera generale dà l’impressione che tutto è possibile se ci si mette d’impegno. Non avrei mai creduto in me stesso così tanto senza il contributo di questa città. Purtroppo questa enorme libertà (creativa e non) può anche rivelarsi un’arma a doppio taglio: è vero che viene data fin da subito, ma nessuno ti dà istruzioni precise su come usarla.

In genere come nascono i tuoi brani? Questa è la domanda più difficile e cercherò di limitare la mia logorrea. Non c’è un metodo né un criterio per la composizione dei brani, odio ripetermi e so che non posso stabilire nulla a tavolino. I brani me li sento quasi piovere addosso, divento improvvisamente produttivo e potrei rimanere un giorno intero sullo stesso riff. Uno dei brani, Fourth, è nato mentre riparavo una vecchia Roland: facendo strani contatti sul circuito son venuti fuori quei bleep ed echi che fanno da sottofondo al brano. Per questo disco, in linea generale, la parte strumentale è venuta molto prima delle linee vocali, ma non c’è un ordine preciso nell’uso degli strumenti.

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Quali sono state, durante la gestazione delle canzoni presenti nel CD, le tue principali fonti di ispirazione? Molto synthpop di fine settanta e il lavoro di artisti quali Didier Marouani (in particolare il progetto Space), Haruomi Hosono, Moroder, i Cluster e un numero infinito di band da one hit wonder. Non riesco a prescindere dal lavoro fatto dai pionieri del synth fuori dall’accademia, tanto nel comporre quanto nell’attitudine e nel modo di relazionarsi allo strumento. Ci sono anche alcune influenze dai primi ottanta e potrei citare “Einzelhaft” di Falco come scoperta di questo periodo.

Quale delle canzoni presenti nell’album ti rappresenta di più e perché? Ogni brano ha il suo vissuto, non riesco a pensare ad un brano che non mi rappresenti. A suo modo ognuno è legato a qualcosa ed al periodo in cui è stato composto. Con Pinball Road ho effettivamente composto il primo brano interamente al synth, con Fall ho allargato lo spettro di possibilità e ho cominciato a sentirmi più a mio agio con questo stile. Potrei letteralmente citare tutte le tracce dell’album.

Puoi parlarci della dimensione live del tuo progetto? Hai già presentato dal vivo i brani dell’album? Qui tocchiamo un po’ il mio tallone d’Achille. Non riesco a pensare ad una performance tradizionale per eseguire i miei brani. Mi piacerebbe poter creare qualcosa che vada oltre un semplice evento di spettatori che assistono ad un’esecuzione dal vivo.
Per esempio il 25 Giugno verranno proiettati in uno spazio espositivo di Berlino (Glogauair) tutti gli undici video tratti dall’album (Ganz Berlin e Fall sono già online). Creare una rete di interazioni, come ho fatto con i videomaker, grafici e altri artisti coinvolti, era uno degli obiettivi del progetto e voglio dare testimonianza della possibilità, vera e concreta, di poter costruire qualcosa di forte collaborando con le realtà creative offerte dalla città. Questo viene limitato nella semplice dimensione del live, dove sarei solo io dietro le mie tastiere. Non sarò mai grato abbastanza verso tutte le persone che hanno collaborato a questo progetto e al contributo che ognuno ha dato.

Con i ringraziamenti, i nostri migliori auguri a Diego e al suo progetto.

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