INTERVISTA: SHERPA

Intervista di Francesco Liberatore

In un’epoca in cui la rete ha definitivamente allargato gli orizzonti dando libero accesso ad una miriade di risorse e sacche culturali, la musica contemporanea si è fatta via via sempre più figlia di contaminazioni tra elementi apparentemente lontani. In questo mare magnum di meticciate espressioni artistiche è spesso difficile trovare qualcosa di autentico che superi l’accademico “disco di ampio respiro”, o che non scada in canzoni spocchiosamente naïf. Gli Sherpa, band abruzzese all’esordio, hanno fatto qualcosa di più di un esercizio di stile 2.0: in un percorso di ricerca personale, sono saliti fin sopra i monti della loro terra per dare vita ad un suono che raccontasse di una profonda appartenenza e da quelle alture allargare i confini della propria visione. Il risultato è Tanzlinde, un disco che trasuda libertà, un’esperienza musicale in dieci tappe in grado di sublimare il bisogno di esplorare altri mondi alla ricerca di significati comuni. Psichedelia, folk, post-rock e suggestioni orientali, un mix dal forte potere evocativo che ha attirato l’attenzione di un’etichetta di culto come la tedesca Sulatron Records, lesta a capirne il potenziale e a mettere in catalogo una delle migliori espressioni sonore della provincia italiana. Abbiamo incontrato Matteo Dossena (voce e chitarra) e Pierluca Michetti (batteria) per conoscere la genesi del disco e capire qual è stata la scintilla ad aver acceso la fiamma dell’ispirazione.

Vorrei partire dal significato della parola “tanzlinde”. Perché proprio questo termine legato alla cultura germanica?
Matteo (M): La traduzione di “tanzlinde” è “albero della danza”. Il nome è un’idea di Ivano (Legnini – basso). E’ stato lui a trovare un testo in cui si parlava di questo rituale pagano dove un gruppo di persone danzano intorno ad un grande tiglio per ritrovare il proprio equilibrio con la natura. Prova ad immaginare il loro movimento… è come se formassero una sorta di cerchio. Gran parte dei pezzi che abbiamo composto insieme sono nati dal mio lavoro su una loop station e hanno questa evidente struttura circolare, come ad esempio sul brano omonimo Sherpa costruito su un giro che si ripete come fosse un mantra con tanti elementi che gli ruotano intorno. Ecco, trovavo una forte similitudine tra questa immagine e la nostra musica.

Mi sembra di percepire un tema portante alla base del disco. C’è un concept che lega i brani?
M: Effettivamente si. Il tema è la crescita, il divenire, l’affermare la stabilità corpo-mente. Ci sono brani come Robert W. in cui l’aspetto crescita è descritto da un rapporto di coppia, oppure in Sherpa dove è affrontato dal punto di vista di un’asceta che percorre sentieri nel bosco e vive in simbiosi con la natura. Tutti abbiamo bisogno di crescere ed evolverci e danziamo in cerca di equilibrio attorno al “tanzlinde” che cresce a sua volta.

sherpa

“Shar-pa” ovvero “uomini dell’est”, un nome che sembra un manifesto della volontà di esplorare culture lontane…
Pierluca (P): Ci piaceva l’idea di queste persone solitarie, capaci di resistere a condizioni di vita estreme. C’è questo concetto di fondo che sentiamo un po’ nostro, con le debite differenze. Un popolo, tra l’altro, raccontato troppo spesso come accompagnatori di montagna e poco come etnia con una propria storia e cultura.
M: Il nome voleva segnare anche una divisione rispetto al nostro precedente progetto Edith a.u.f.n. con cui abbiamo iniziato a suonare. Quando abbiamo scritto i brani per Tanzlinde ci siamo resi conto che erano due capitoli diversi, da qui la necessità di un nuovo inizio. E poi avevamo cambiato la formazione, non cantavo più in italiano e i nostri riferimenti erano in quel caso molto più orientati al folk americano, in stile Fleet Foxes per fare un esempio. Oggi questo disco è figlio di nuove influenze, sicuramente più psichedelia e world music.

Qualcuno in rete ha definito il disco “psichedelia pastorale” alludendo probabilmente alle suggestioni paesaggistiche a cui rimanda il vostro sound. Quanto è stata importante la vostra appartenenza territoriale nella scrittura delle canzoni?
M: Dentro c’è molto del legame con la nostra terra, inevitabilmente. Sopratutto pensando a dove lo abbiamo suonato e registrato. La nostra sala prove si trova in una piccola frazione nella provincia di Pescara, è circondata da grandi querce e nel retro regala una vista sul massiccio della Majella e parte del Gran Sasso. Quel posto, quella visione, ha influenzato sicuramente la musica.
P: Fa parte di noi anche perché siamo spesso andati in montagna per fare escursioni insieme ad Enrico (chitarra, synth) e Axel (chitarra) che è un vero appassionato. Visitare i paesini di montagna è stata un’altra forma d’ispirazione secondo me, li trovo molto psichedelici! Luoghi isolati con persone che vivono ancora come un tempo. È la nostra cultura pastorale che va avanti e non si ferma davanti a niente.
Matteo: Quando torni nella vita diciamo “normale”, con ritmi folli, internet e tutto ciò che comporta, senti la differenza. Mentre siamo lassù badiamo solo alla musica, alla stufetta a legno e a poco altro.

Avete gettato un ponte, musicalmente parlando, tra la vostra terra e l’oriente. Ad un orecchio poco attento potrebbe apparire come qualcosa di studiato a tavolino. Da dove è partito lo slancio verso questa scelta?
M: Molto è partito dai miei ascolti, semplicemente. Sono da sempre un grande estimatore della cultura orientale. Mi affascina il Tibet, il Nepal e quei territori in generale, soprattutto la loro musica che è fondata su delle scale armoniche completamente diverse dalle nostre con cui riescono a creare delle armonie molto particolari. Poi, navigando sulla rete, ho trovato questa cantante folk indiana, Ayu Shi, che per me è stata decisiva.

Non a caso Big Foot è un brano tra i più suggestivi del disco, dove proprio la voce di Ayu Shi irrompe creando un’atmosfera davvero densa di misticismo. Com’è nata questa collaborazione?
M: Ho ascoltato dei suoi brani di musica popolare indiana, precisamente del Bengala, a nord-est dell’India nella fascia a contatto con la catena montuosa dell’Himalaya. Le ho scritto e si è subito dimostrata disponibile a fare questo lavoro a distanza, così le ho mandato le tracce su cui poi ha cantato sopra. Quando ho montato la sua voce su Big Foot ho capito subito che avrebbe funzionato. Oltre a quella tipica vocalità, nel disco trovi altri elementi della tradizione orientale, come l’inserimento dell’armonium, o linee armoniche che richiamano le melodie di un mantra orientale, ad esempio nel dialogo chitarra e voce di Loto. Ma è anche grazie alla sua collaborazione che è partito in noi l’impulso definitivo per spingere gli arrangiamenti del disco come un qualcosa nato a metà strada con l’oriente. Nei brani in cui ha cantato ha fatto collaborare anche la madre, Ila Maa, anche lei interprete folk. Non so quanto siano popolari in India ma quel che conta è il risultato.

E non sono le uniche due ospiti. Avete chiamato a raccolta un bel gruppo di amici…
M: Con Graziano Zuccarino, Fabio Duronio [precedentemente nei Cazzirro, storica band pescarese N.d.A.] e Fabio Cardone c’è un rapporto di amicizia, oltre al fatto che li consideriamo ottimi musicisti. Loro hanno aggiunto l’armonium di cui parlavamo prima, alcune percussioni e delle linee di synth. Li abbiamo chiamati anche perché hanno valige piene di strumenti particolari che facevano al caso nostro. Su Robert W. abbiamo collaborato con Lilia che è one girl band, un’ottima cantante oltre che compositrice di musica elettronica, la sua voce soffice ci sembrava adatta su quel tipo di brano. Invece su Tanzlinde la voce è di Fabiana Giordano che ha un timbro particolare, molto profonda, che a me ricorda Nico.

Avete lavorato su Tanzlinde nell’arco di due anni, un investimento di tempo importante. Com’è andata esattamente?
M: Sono stati due anni di lavoro a più riprese. Il disco è stato costruito poi in due fasi. Nella prima avevamo sei brani con un buon equilibrio, ma fare uscire un album con solo sei pezzi ci sembrava limitante. Così ci siamo rimessi a scrivere cose nuove che potessero stare bene in quell’equilibrio che avevamo trovato. Da lì sono nate Tanzlinde, Dune e Magnetic White Tree, tre brani in cui forse si sente un po’ uno stacco rispetto al disco però avendole chiuse in quella sequenza non avverto più questa disparità.

Pierluca per te invece che esperienza è stata registrare queste canzoni?
P: Io mi sono divertito, sicuramente. Il mio approccio è stato particolare, nel senso che ho utilizzato la batteria come se suonassi più delle percussioni piuttosto che il classico set dello strumento. Ho cercato di adattarmi, di non “disturbare” le melodie caricandole troppo. È stato divertente e stimolante perché ho dovuto ripensare a come suonarla scardinando un po’ le regole per rendere il tutto più vicino a quelle atmosfere orientali. Per esempio su Loto ho cercato di ricreare il ritmo di un djambe con cassa, tom e bordo del rullante.

Come si arriva all’attenzione di un’etichetta come la Sulatron Records?
M: Innanzitutto ci siamo resi conto che questo disco era buono per il mercato estero. Dall’Italia abbiamo ricevuto alcune risposte ma in maniera molto vaga. In passato, con gli Edith, erano arrivate proposte da etichette italiane che chiedevano soldi per farci fare un disco, e la cosa può anche avere senso se l’etichetta fa un lavoro in un certo modo. Al contrario, se devi pagare semplicemente un marchio non ne vedo la ragione. Infine è arrivata la proposta della Sulatron che ci ha risposto subito dimostrandosi davvero interessata.
P: A monte c’è stato un lavoro ostinato da parte di tutti noi, ognuno aveva una lista di etichette da contattare scelte tra quelle che più si avvicinavano al nostro mondo. Alla fine è andata più che bene!

Sono arrivate tante recensioni più che positive e la maggior parte provengono dall’estero. Un pubblico quest’ultimo notoriamente più attento ed esigente negli ascolti. Un bella soddisfazione immagino…
M: È grandioso! La maggior parte sono arrivate da Francia, Olanda, Germania, Spagna e Inghilterra.
P: Qualche giorno fa ci ha contattato anche una ragazza che lavora in una radio di Chicago che vuole passare i nostri pezzi.
M: Si è gratificante. Anche perché come dicevi giustamente tu, il mercato europeo della musica è sicuramente molto più vero. In Italia, secondo la nostra esperienza, paghi e ottieni meraviglie. La Sulatron a noi non ha chiesto soldi, ci hanno prodotto così come hanno curato tutta la fase di promozione. Questo è il loro lavoro e non pagano nessuno per avere poi delle belle recensioni del proprio catalogo. Quindi i giudizi della stampa sono molto diretti e questo non fa che renderci ancora più felici per le belle parole che hanno scritto su di noi.
P: Tanta gente ha comprato il disco dallo store online dell’etichetta, qualcuno dopo averlo preso ha postato addirittura una traccia del disco su YouTube senza che noi lo sapessimo.

Segno dei tempi, anche questa è una forma di gradimento…
P: Certo, e ti fa capire che fuori l’ascolto è molto più libero da meccanismi e dinamiche di promozione rispetto a ciò che si crede qui da noi.

Quali sono i prossimi obiettivi per gli Sherpa?
M: Nell’immediato stiamo cercando di andare a suonare fuori. Per questioni lavorative Ivano si è trasferito a Berlino e, anche se abbiamo dovuto trovare un altro ragazzo che suonasse con noi, lui umanamente non ha lasciato la band anzi, vuole darci una mano in questo senso. In più cerchiamo di farci aiutare dall’etichetta per alcune date in Europa dopo l’estate. Ci interessa suonare ovviamente ma, almeno io, non sono ossessionato dall’idea di una lunga tournée, anche se oggi l’unico vero metodo che hai per promuoverti è quello di suonare live. Certo non direi di mai no ad un festival ma ci stiamo organizzando senza troppe ansie.

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