LE INTERVISTE DI JUST KIDS SOCIETY: iBERLINO

Intervista di Gianluca Clerici

Qualcosa di psichedelico non poteva mancare nella nostra rubrica. Ed è vero che ormai l’avanguardia cerca di prendere sempre più voce spostando l’asticella dell’ispirazione verso territori desertici e visionari. Oggi siamo con il progetto iBerlino che sforna un nuovo disco dal titolo “Hai mai mangiato un uomo?”. E sono trame e sono frattali numerica, sono serie digitali e sono fotografie di canzoni che hanno una forma dai bordi sfumati. Psichedelia urbana a cui presentiamo le consuete domande di Just Kids Society:

Fare musica per lavoro o per se stessi. Tutti puntiamo il dito alle seconda ma poi tutti vorremmo che diventasse anche la prima. Secondo voi qual è il confine che divide le due facce di questa medaglia?
Sono stato a pensarci un attimo. La prima parola che mi è venuta in mente è stata squallidamente “stipendio” o qualcosa che ci vada vicino, ti dico la verità; del denaro che ti permetta di avere il tempo per concentrarti su te stesso. La seconda è “credibilità”; quando suoni dal vivo e/o fai uscire un disco la gente pensa che stai facendo sul serio o che sei un esibizionista egocentrico locale? In un lavoro devi essere credibile, affidabile. La terza è “come va il mondo”; un detto diceva “tu pensi di essere un ribelle ma il vero ribelle è il mondo perché è esso che va veramente dove vuole”. E tu, sei disposto a seguirlo o ti aspetti che giri il suo senso di rotazione verso di te?Perchè bisogna capire cosa si aspetta chi ti viene a vedere. L’altra parola è sacrificio; qualcosa devi lasciare. Qualcosa della tua umanità, in cambio dell’umanità stessa. Quando suoni i rapporti con chi ti sta vicino non sempre vanno alla grande perché molte volte, quando tu dovresti essere a fianco a una persona, sei con una chitarra elettrica in mano in un garage sotterraneo, insieme ad altri individui che la pensano come te. Sommandoli otteniamo altre due parole: impegno. E ascolto. Ci vuole molto impegno per renderlo un lavoro: la musica è fatta anche di burocrazia, oltre che di talento e di tecnica; è anche il lato burocratico e legale che va studiato, non solo quello tecnico. E l’ascolto non è di te stesso, ma del pubblico: ti sei fatto capire? Ecco, ho trovato il termine per rispondere alla tua domanda: “Fare musica per lavoro o per se stessi. Tutti puntiamo il dito alle seconda ma poi tutti vorremmo che diventasse anche la prima. Secondo voi qual è il confine che divide le due facce di questa medaglia?” Il pubblico. Quando lo fai per te stesso, non c’è bisogno di pubblico. Quando lo fai per lavoro, direi che è necessario.

Crisi del disco e crisi culturale. A chi dareste la colpa? Al pubblico, al mercato, alle radio o ai magazine?
La pubblicità traduce ciò che già stavamo covando di essere. O che abbiamo accettato di essere. La manipolazione è traduzione di ciò che già covava dentro ognuno di noi. Lo abbiamo accettato. Al pubblico dunque, ma lo dico perché anche io sono un pubblico consumatore o non consumatore; siamo abituati a votare i vincenti, non i perdenti. I carismatici. Coloro che urlano più forte degli altri, coloro che ridono più forte degli altri, anche se dicono cose sbagliate. Ci piace il capo branco. Adoriamo chi si fa notare. I vincenti. Andiamo dal gelataio dove c’è folla, non a quello di fianco più vuoto, seppure nella stessa strada. Amiamo l’evento, non la persona umana attorno a cui si crea. La band, non le loro canzoni. Ti faccio un esempio: un tempo conoscevamo prima le canzoni e dopo gli autori; quando ero piccolo canticchiavo “New York New York” ma solo a 10 anni seppi dell’esistenza di Liza Minelli. E’ come conoscere prima “We are the champions” allo stadio e poi i Queen. Be’, è giusto, credo. Ora credo sia il contrario: conosci il nome della band, meno le loro canzoni e vai all’evento comunque. Perché c’è gente: come quel FAMOSO gelataio di cui parlavo. Colpa nostra: il pubblico è assetato di successo quanto l’artista stesso? Se fosse così la “cultura” sarebbe diventata paradossalmente per pecore. Invece la cultura è lo strumento con cui la mente si ribella al confortevole e sbarazzino quotidiano. Qui torniamo al discorso di prima, il mondo è il vero ribelle, la cultura è diventato un flauto per greggi e tu? Tu devi essere una sorta di partigiano. Me lo sto chiedendo anche io, sono un pubblico, seppure sospettoso. In tutto questo, perché la crisi del disco? Perché un personaggio di successo dura poco, e così i suoi dischi: camperà forse con un paio di canzoni ma non con 25 anni di album. Esisteranno band che dureranno 25 anni? Perché, in fondo, dopo i loro 60 anni io vado a un concerto degli WHO, ma non so se questo accadrà a delle band attuali.

Secondo voi l’informazione insegue il pubblico oppure è l’informazione che cerca in qualche modo di educare il suo pubblico?
Ho risposto sopra. Impariamo a tifare per i perdenti, non sempre per i vincenti.

La musica del progetto iBerlino è psichedelia pura, evanescente, che distrugge un certo modo di concepire la forma canzone senza allontanarsi troppo dalla riva. In qualche modo si arrende al mercato oppure cerca altrove un senso? E dove?
Non in questo disco. Non in questo disco la musica de iBerlino si “arrende” al mercato e credo si senta. Parliamoci chiaro: non siamo dei simpaticoni come alcuni nostri colleghi. Non siamo da commedia italiota, non andiamo avanti a sketch. Non vuol dire che siamo migliori, ma che non c’entriamo un cazzo con l’attuale mercato indie italiano, neppure a livello di immagine, e questo a volte mi crea diversi problemi esistenziali sullo stare al mondo con una chitarra in mano nell’anno 2018. Molti ci hanno detto: dovete mettere dei ritornelli nelle vostre canzoni, ci vogliono dei bridge, vi serve un batterista rock (che poi ne abbiamo uno, ma ve lo teniamo in serbo per qualcosa a cui stiamo lavorando. Ah, e non è rock. E’…dance). Lo abbiamo fatto ma non ci siamo sentiti a nostro agio. Non adesso. Non vuol dire che non potrebbe succedere, solo, non adesso. Ora ci stiamo ponendo una domanda. Abbiamo fatto un disco che è una domanda ad alcune persone lì fuori: avete provato anche voi queste cose? Avete pensato anche voi queste cose? Vi siete mai sentiti unici ma anche soli in una sorta di deserto? E’ così bella l’indipendenza? Siamo schiavi del concetto stesso di libertà a tutti i costi? Avete mai pensato di colpire un uomo? Addirittura di…mangiarlo o che so, di prostituirvi, di schiavizzare e schiavizzare al posto di subire pene d’amore? Chiederselo non vuol dire essere delle persone peggiori, ma sapere che nella nostra testa a volte passano strani pensieri a cui bisogna dire di no. Ecco, ci abbiamo scritto delle canzoni sopra, durante questi brevi momenti che abbiamo nella testa. Il dolore ad esempio credo sia il collante dell’umanità: persone che hanno provato le stesse cose o simili difficoltà creano delle comunità, si incontrano. Ma anche altri sentimenti. Questa estate ero a Roma a un concerto. Vidi Noel Gallagher suonare durante un suo set un pezzo degli Oasis. Non li ho mai amati molto eppure eravamo tutti lì a cantare come se stessimo seguendo un inno: è vero quando dicono che la musica riesce dove la politica fallisce: la politica separa, la musica unisce. In questa unità stiamo cercando il senso della nostra musica: abbiamo composto delle canzoni ponendovi una domanda: avete pensato anche voi queste cose? E per fare delle domande non hai per forza bisogno di un ritornello. Come fai a fare un disco spontaneo se deve seguire uno schema? Ok la musicalità ma non sempre una hit è la soluzione.

In poche parole…di getto anzi…la prima cosa che vi viene in mente: la vera grande difficoltà di questo mestiere?
La credibilità. Quindi la possibilità. Non siamo dei matti. Credo. Stiamo facendo sul serio. E non siamo simpatici. Siamo un pò diversi, a qualcuno piacciono i diversi?

E se aveste modo di risolvere questo problema, pensiate che possa bastare?
Sì. Per questo sto facendo dei corsi di simpatia, perché voglio una villa con piscina guadagnati con la nostra musica. Sorrisi come fossero addominali, la mattina. Che poi non ci credo, ma dovevo risponderti.

Finito il concerto di iBerlino: secondo voi il fonico, per salutare il pubblico, che musica di sottofondo dovrebbe mandare?
Fab (il chitarrista) credo direbbe i Laibac. Sarei d’accordo. Magari anche un pò di Westbam, amiamo molto il brano “You need the drug”. E di una bella bottiglia che si apre.

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