LE PAROLE DEL LUNEDÌ: CAPITOLO 5

“SOTTO LO STESSO FRAGILE CIELO”

(Via delle Azalee n. 7)

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Andrea – interno 8

(amore a prima vista)

di Luigina Baschetti

Racconto 5:1

L’appartamento era perfetto, proprio come l’avevamo desiderato. Avevo cercato tanto negli ultimi mesi, consultando agenzie immobiliari, chiedendo ai portieri degli stabili, diffondendo la voce tra gli amici, fermandomi a leggere ogni cartello pubblicitario.

Non volevo un appartamento qualunque, volevo qualcosa che mi facesse sentire a mio agio fin dal primo momento, un posto caldo e accogliente da amare a prima vista.

Tutte le case che avevo visto fino a quel momento mi avevano dato brutte sensazioni, oppure lasciato indifferente.

Le tappezzerie ingiallite, gli aloni su muri, le zone più chiare in corrispondenza dei quadri rimossi, le muffe in bagno, il grasso in cucina, erano segni del passaggio di persone che avevano lasciato un po’ della loro storia in quelle case. Non so se avrei potuto vivere con quei fantasmi intorno.

D’altro canto, gli appartamenti mai abitati prima, dove appena entri ti colpisce l’odore della pittura fresca e i bagni mostrano ancora, come fossero decorazioni, le strisce del nastro adesivo attorno ai sanitari, dove tutto è stato già scelto, deciso, e infatti l’agente immobiliare ti dice: “Qui lei non deve fare proprio niente!”, mi davano un senso di freddo distacco che m’impediva di sentire quei luoghi come “casa”.

Tutti mi dicevano di non preoccuparmi perché “non sei tu che scegli la casa, ma è la casa che sceglie te” ed è stato proprio così.

Quando Paolo mi disse che sua zia vendeva, ad un prezzo che ritenevamo accessibile, un appartamento ereditato dal suocero defunto da poco – pace all’anima sua – in un quartiere molto signorile e centrale della città, decisi di andare a vedere soltanto per non tralasciare alcuna possibilità.

Per la verità non mi facevo molte illusioni, sapevo che l’edificio era vecchio di almeno cento anni e temevo che l’appartamento fosse completamente da ristrutturare, con impianti fatiscenti e certamente non a norma.

Mi ritrovai di fronte una palazzina in stile liberty che sembrava uscita dal paese delle fiabe. Ai lati del vialetto che portava al portone d’ingresso cresceva un prato di trifoglio che avrebbe fatto morire d’invidia mia madre, che da anni si affannava in vani tentativi di semina e trapianto nel giardino della nostra casa al mare.

“Ci vuole l’ombra e la giusta umidità per questo tipo di prato” le dicevo. E lei: “Ma no, basta innaffiare tutti i giorni!”

La differenza era lì, davanti ai miei occhi e a portata dei miei piedi.

Infatti, un impulso irrefrenabile mi costrinse a togliermi i mocassini e a passare a piedi nudi sul quel soffice tappeto fino a raggiungere i cinque gradini del portone d’ingresso, imponente, di legno scuro e lucidissimo.

Al citofono la zia di Paolo mi avvisò che l’ascensore era fermo per manutenzione e che avrei dovuto affrontare tre piani di scale a piedi, se non era un problema. Non era un problema.

Mentre salivo le scale sentivo nell’aria l’odore dei detersivi usati per la pulizia misto a qualcosa che sapeva di stantio, di vecchio. Non era sgradevole, solo particolare e insolito per me. Pensai che forse era quello l’odore del tempo.

Quando la zia di Paolo, che mi stava aspettando sulla porta, si spostò per farmi entrare, rimasi di stucco a guardare dal pianerottolo l’ingresso dell’appartamento, tagliato a fette da fasci di luce colorati provenienti dalle grandi finestre che occupavano quasi tutta la parete di sinistra.

“Prego si accomodi”, disse la padrona di casa invitandomi ad entrare. Sorrideva, compiaciuta di vedere sul mio viso lo stupore e l’evidente ammirazione per il suo appartamento.

Forse è così che si sentono gli attori quando entrano in scena e vengono investiti dalle luci dei riflettori, e tutto il resto scompare. Quei fasci di luce mi fecero sentire protagonista della scena madre della mia vita.

Racconto 5:2

La zia di Paolo sapeva del nostro rapporto e non trovava nulla da ridire. Non è facile trovare persone della sua età capaci di comportarsi con naturalezza nei confronti degli omosessuali e di accettare l’idea che una coppia gay possa cercare un appartamento nello stesso identico modo in cui lo farebbero due persone etero che hanno deciso di convivere.

Paolo ed io stavamo insieme già da un anno ma lo avevamo comunicato alle nostre rispettive famiglie soltanto due mesi prima, quando avevamo deciso di andare a vivere insieme.

Non era stato semplice affrontare la questione e controbattere le loro argomentazioni, tutte comprensibilissime. Erano sorpresi, increduli ma soprattutto spaventati.

Quella sera ci sembrò di vivere una scena di “Indovina chi viene a cena”, quel meraviglioso film degli anni sessanta in cui una ragazza bianca americana, cresciuta in un’agiata famiglia liberal di San Francisco, si innamora di uno stimato medico afroamericano conosciuto dieci giorni prima alle Hawaii e lo presenta ai suoi senza aver detto loro che… era un tantino nero.

Andò proprio come nel film. Dopo ore di argomentazioni da una parte e dall’altra, è stato il nostro atteggiamento deciso ma riguardoso nei loro confronti a convincerli della sincerità dei nostri sentimenti e della consapevolezza delle nostre scelte. Come nel film, l’amore ha vinto sui pregiudizi e sulle paure.

I nostri genitori hanno fatto un vero salto di qualità, quando hanno capito che la nostra storia non era una questione di sesso, che è la cosa che inorridisce tutti quelli che pensano omosessuale=pervertito. Noi ci amavano.

Io non lo so se i miei non si fossero mai resi conto che ero gay oppure fingevano di non aver capito. Fatto sta che nessuno dei due mi aveva mai chiesto come mai non avessi una ragazza. Ero un bravo figlio, rispettoso, ordinato, puntuale, studioso, e adesso avevo un buon lavoro. Questo li rendeva orgogliosi di me e non mi chiedevano altro. Del resto io non ho mai avuto grossi problemi esistenziali o di identità, non più di qualunque adolescente etero.

Ho capito molto presto che mi piacevano i ragazzi e non ho mai combattuto questa tendenza. Non ho fatto alcuna fatica ad accettarmi per quello che sono e neanche a trovare persone come me con cui parlare, simpatizzare o fare sesso quando capitava. La verità è che sono gli eterosessuali a sentirsi in difficoltà nei nostri confronti, perché non sanno come rapportarsi con noi. Si sforzano maldestramente di tenere atteggiamenti che sembrino normali, di non dire cose che facciano riferimento al sesso e se gli scappa arrancano per metterci riparo. Sono sempre imbarazzati dalla nostra presenza, soprattutto le persone di una certa età, e i maschi con la M maiuscola.

Le femmine se la cavano decisamente meglio in questi frangenti, hanno superato da un pezzo questo pregiudizio e spesso si rivelano le nostre migliori amiche. I maschi, anche quando ti conoscono bene, anche se sono intelligenti e di larghe vedute, hanno sempre delle riserve nei nostri confronti. Hanno paura, paura che qualcuno possa pensare che il solo fatto che ti frequentano significhi che sei come “loro”, come noi. Così risulta difficile per un gay avere un’amicizia sincera con un maschio, a cui poter raccontare proprio tutto, chiedere consiglio e aiuto quando sei in difficoltà. Le femmine invece ti ascoltano, ti ospitano a casa loro, ti fanno dormine nel loro letto e non perché sanno che tanto non cercheresti di scopartele, anzi questo le infastidisce un po’. Ci provano sempre le femmine a provocarti, per vedere fino a che punto sei veramente gay oppure per verificare il loro grado di sex appeal. Che stronze!

Ora però, ora che Paolo ed io avevamo deciso di vivere insieme, come qualunque coppia che si ama, sarebbe stato tutto più difficile. Dovevamo stare molto attenti a non fare passi falsi perché saremmo stati osservati e giudicati. Con tutta probabilità all’inizio, i vicini di casa ci avrebbero etichettati come “i froci del terzo piano”, ma poi avrebbero imparato a conoscerci e ci avrebbero accettati. “S’innamoreranno di Paolo, perché è oggettivamente bellissimo e adorabile” pensavo.

In quel momento ci preoccupava soltanto convincere i nostri rispettivi genitori che non stavamo facendo un passo avventato, che eravamo consapevoli dei rischi e delle responsabilità che quella decisione comportava.

Ma non è così per tutte le coppie? Non è lo stesso per una ragazza e un ragazzo che decidono di convivere?

Pensavamo che ci sarebbe stato ancora tempo, perché non sarebbe stato facile trovare un appartamento come lo volevamo noi, ma ora era qui, davanti ai miei occhi.

Sentivo che quella sarebbe stata la casa della mia vita, dove avrei vissuto i momenti più significativi della mia esistenza, accanto alla persona che amavo.

Sulla destra del corridoio, di fronte alla vetrata, un arco immetteva nel piccolo soggiorno: il pavimento in parquet di legno chiaro, le pareti dipinte d’un rosa pallido tendente all’albicocca, stucchi sul soffitto, due porta-finestra, alte e sottili, affiancate l’una all’altra, davano su un balcone che io già immaginavo pieno di fiori.

Paolo, che aveva il pollice verde e un indiscutibile senso estetico, avrebbe trasformato quell’esiguo spazio aperto in un vero giardino.

Racconto 5:3

I mobili più ingombranti erano già stati portati via, disse la zia di Paolo, ma c’era ancora qualche pezzo di pregio, qua e là, e quadri e lampadari che avrebbero presto impreziosito la casa di nipoti e pronipoti, non appena si fossero decisi a venire a prenderli.

Venga, passiamo nella zona notte”. Jole, la zia di Paolo, mi fece strada lungo un corridoio sul quale si aprivano tre porte che immettevano sulle due camere da letto e sul bagno. Il bagno era uno spettacolo, grande quanto una stanza da letto, con la vasca libera, non incassata come usa oggi, una vasca da bagno poggiata su quattro zampe! Io non ne avevo mai viste così. Mi piaceva da morire ma non volevo farlo vedere, finsi quindi un moderato compiacimento e poi chiesi di vedere la cucina.

Tornammo indietro, lungo il corridoio, attraverso il saloncino, e ci ritrovammo in quell’ingresso-palcoscenico inondato dalla luce del sole fatta a fette dalle vetrate liberty.

Non l’avevo notata prima una porta che immetteva in un piccolo disimpegno, esattamente dalla parte opposta rispetto alla zona notte, sul quale si affacciava la cucina. Grande quanto basta, quadrata, con il tavolo al centro, una sola parete maiolicata in azzurro dedicata ai fornelli sovrastati da una fantastica cappa a tutta parete, sorretta da una bellissima trave di legno, come le cucine di campagna di una volta. Un piccolo terrazzo, parzialmente coperto da una tettoia, ospitava un tavolo e due sedie in ferro battuto, e costituiva il perfetto complemento di quella meravigliosa cucina.

Non riuscii a contenermi. Abbracciai Jole e le dissi che quella casa ci avrebbe resi felici, che lei sarebbe stata l’artefice della nostra felicità.

Jole rise di cuore e disse “Ne ero sicura. In questa casa c’è stato amore e felicità, e la felicità è contagiosa”.

La salutai dicendole che sarei tornato la sera stessa insieme a Paolo, se non era un disturbo. Non era un disturbo.

Mentre tornavo a casa pensavo a uno scherzo da fare a Paolo. Gli avrei detto che la casa era ridotta uno schifo, muri scrostati, puzza di muffa, mattonelle rotte, i cessi poi, erano dei veri cessi. Però dovevamo andare, per un gesto di cortesia nei confronti di sua zia che, altrimenti, ci sarebbe rimasta male. Sarebbe stato meglio fosse lui a dirle che non la volevamo, che avevamo trovato una casa più adatta alle nostre esigenze. Lui era più diplomatico di me e avrebbe trovato le parole giuste, e poi era lui il nipote!

Pregustavo il momento in cui l’avrei visto sgranare gli occhi. Sapevo già che mi avrebbe guardato un po’ di traverso e poi sarebbe scoppiato a ridere. Avrebbe subito cominciato a pensare alle tinte da dare alle pareti, alla disposizione dei mobili e poi mi avrebbe invitato a contattare al più presto i gestori delle utenze. Perché, ovviamente, le rogne burocratiche toccano a me. A lui la parte ludica e artistica, a me le rotture di balle.

Alle sette in punto eravamo sotto casa di zia Jole. Paolo restò per almeno due minuti con il naso all’insù a guardare il palazzetto che, bisogna dirlo, era proprio delizioso. Poi suonò con rassegnazione il citofono mentre diceva: “Che peccato che dentro sia uno sfacelo perché l’edificio è proprio bello!”

Quando entrammo nell’appartamento le cose andarono proprio come me le ero immaginate. Purtroppo Paolo non poté provare la bellissima sensazione che ebbi io la mattina perché il sole stava per tramontare e quindi la luce non filtrava più dalle finestre dell’ingresso, ma in compenso, quando arrivammo in cucina, il sole si fece trovare in perfetto orario per offrirci un meraviglioso tramonto.

Paolo quasi svenne.

Jole si rese perfettamente conto che eravamo entusiasti, nonostante cercassimo di nascondere il nostro evidente interesse. Mentre parlottavamo tra noi, lei prese giacca e borsa e disse:

Vi lascio soli per dieci minuti, devo scendere a comprare il pane, altrimenti non lo trovo più. Al mio rientro mi aspetto che abbiate preso una decisione. Paolo, tesoro mio, ho avuto alcune proposte interessanti per questo appartamento, ma io sarei più contenta se restasse in famiglia. Mi dispiacerebbe dare una casa come questa a persone senza stile che non sanno apprezzare la bellezza e che probabilmente butteranno giù tutto, distruggendo il pavimento originale del 1920, le porte e le finestre in vero legno, le vetrate liberty e la vasca da bagno, per sostituirli con materiali sintetici, oggetti di plastica e mobili di Ikea. Mi dispiacerebbe, ma non posso permettermi di mantenere due case. Pensateci, ma non troppo”.

Appena rimasti soli, Paolo si mise a gridare e a saltellare come uno scemo per tutta la casa, incurante del fatto che Jole probabilmente fosse ancora sul pianerottolo e potesse sentirlo.

Poi mi prese per mano e mi portò sul terrazzo della cucina.

Ci sedemmo a guardare il tramonto senza parlare, sapendo con certezza che quello sarebbe stato il momento più bello di tutte le nostre giornate di lì a venire.

Racconto 5:4

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