RECENSIONE: Francesco Di Giacomo – La parte mancante

Recensione di Jacopo Lorenzon

La voce. La voce di Francesco Di Giacomo. Tanto è stato detto e scritto in proposito. E ci mancherebbe altro: una voce potente, immediatamente riconoscibile, identificabile tra centinaia. Espressione e volume di una lingua e di una penna ora divertenti, ora taglienti, ora dolcissime. Colonna portante di una delle realtà più significative della storia della nostra musica. Oltre a tutto ciò, oltre ai capolavori, oltre al tono che in tanti hanno giustamente definito lirico, in grado di travalicare i confini di genere e della musica cosiddetta leggera, c’è anche altro. E questo altro, cosa che rende unica la voce di Francesco Di Giacomo, è il suo essere tangibile. Il suo avere una dimensione puramente fisica. Quando la si ascolta, sentendola interpretare cose anche molto diverse tra loro, si ha la netta impressione di trovarsela di fronte, reale. Come se, chiudendo gli occhi, si potesse essere certi di trovarsi lui lì, seduto dall’altra parte del tavolo. Questo accade quando si torna ai capolavori mille volte consumati del Banco del Mutuo Soccorso, quando si recupera la sua produzione solista, oppure quando lo si trova ospite più o meno atteso a dare spessore a opere altrui. A maggior ragione, ancor di più, questa è la sensazione che si prova quando ci si siede e ci si regala una mezz’ora abbondante con La parte mancante.

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E questa sì che è una magia. Perché con la sua voce, quel suo strumento da sempre di un livello superiore, Francesco Di Giacomo riesce ancora oggi a sorprenderci e a farci pensare che forse non se ne sia mai veramente andato. Che sia ancora qui, da qualche parte. La parte mancante è un regalo probabilmente inatteso e capace di lasciare senza fiato chi non ci sperava. Si tratta di dieci brani inediti frutto di una decennale collaborazione intrapresa da Di Giacomo con Paolo Sentinelli. Un sodalizio del quale avevamo potuto sbirciare e intravedere qualcosa già nel 2016, quando con l’aiuto degli Elio e le Storie Tese avevamo ricevuto quel piccolo capolavoro di Bomba intelligente. Un sodalizio, quindi, che lasciava sperare nella presenza di altro materiale, di qualche altra cosa che aiutasse a riempire quel vuoto troppo grande e troppo presto lasciato. Un qualcosa che non avevamo ancora, una parte mancante che riempisse un quadro già meraviglioso. La parte mancante è quindi un dono già ancora prima di essere ascoltato. Quello su cui forse non si poteva essere sicuri, però, è che La parte mancante fosse un dono anche, e di più, dopo. Non conoscendo i retroscena della lavorazione, non avendo il privilegio e la possibilità (che restano un di più anche superfluo) di sapere a quale punto del lavoro ritenesse di essere Francesco Di Giacomo, una piccola preoccupazione era lecita. Ci si sarebbe potuto infatti attendere magari un riempitivo, un insieme necessariamente incompiuto di riflessioni inconcluse, lasciate ancora in sospeso in attesa del momento giusto, degli ultimi ritocchi. Considerando la portata del personaggio, la sua figura all’interno del panorama culturale e musicale, nonché le sue prese di posizione al di fuori di esso, certamente si poteva star tranquilli: non si sarebbe di sicuro trattato di una speculazione da parte delle persone che lo hanno accompagnato e che ne veicolano ora il ricordo, non si sarebbe cercato di riaccendere una luce amarcord con finalità interessata. E tuttavia, ci si poteva anche aspettare che dietro a questi dieci titoli si nascondessero degli abbozzi, idee di canzoni già appannate e appartenenti ad un passato ormai staccato da quanto ci circonda ora. Ci si sarebbe potuto aspettare, insomma, un disco in grado giusto di alimentare il ricordo di un artista enorme con un velo di nostalgia. E sarebbe stato pure legittimo. E invece no. Grazie a Paolo Sentinelli, che ne firma le musiche, e grazie alla moglie Antonella Caspoli, che ne ha curato la produzione, ci troviamo davanti ad un lavoro meraviglioso. Fresco ed eloquente, dolce, moderno e senza tempo.

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Ascoltando La parte mancante ci si accorge che i titoli scorrono piacevolmente, e lasciano soprattutto la curiosità di scavare ancora e ancora riascoltare. Si tratta perlopiù di ballate nelle quali Francesco Di Giacomo appoggia il cantato sul pianoforte di Sentinelli per esplorare da più e diverse angolazioni un sentimento che ci accomuna tutti, chi più chi meno. “Voglio scrivere qualcosa sulla solitudine, ma sulla solitudine interiore, di quella parte mancante che ognuno di noi si porta dentro”. Senza soffermarsi sul dettaglio dei riferimenti squisitamente lirici e guardando anzi all’opera nel suo complesso, quello che in queste canzoni si percepisce è la voglia dell’uomo di continuare a stupirsi. Di continuare, anche dopo averne viste, di cose, a cercare nuove emozioni, riscoprirne e approfondirne ogni sfumatura, che sia intima o che si elevi a universale. Francesco Di Giacomo lo fa esplorando diversi linguaggi e diversi temi, dipingendo un quadro fatto sostanzialmente di brani dalle sonorità classiche, ma che non disdegna sorprendenti momenti di assoluta modernità. Non che la cosa disorienti: si tratta pur sempre di un’opera del cantante del Banco del Mutuo Soccorso, fortunatamente. Ed ecco, allora, che fra vestiti delicati di archi e piano e versi cantati, trovano spazio attimi del tutto inattesi. Si pensi, ad esempio, al lato A, in cui le atmosfere di In quest’aria e Il senso giusto vengono spazzate via dal recitativo pungente, ironico, amaro ed elettronico di Emullà. O ancora alla coda della successiva Luoghi comuni, in cui un arrangiamento retto sostanzialmente dal pianoforte su un tappeto sintetizzato lascia spazio ad una drum and bass che irrompe con un’evoluzione sorprendente ma non per questo innaturale. Più equilibrato, invece, il lato B, che non presenta strappi netti come la prima parte: anche qui, Di Giacomo ripropone una prosa a spezzare il ritmo (la rabbia pacata e ferma di Quanto mi costa). Un lato B che ha il merito di aprirsi con la tenerezza infinita di Insolito e, soprattutto, concludersi nell’estasi orchestrale di In favore di vento, un finale in deciso crescendo che fa venire voglia di ricominciare subito. In definitiva, la vera qualità del disco sta proprio qui: oltre al valore delle singole tracce, tanto nella scrittura quanto nell’esecuzione, la cosa che resta veramente è la coerenza di un’opera che mantiene costante il proprio livello senza particolari cali. E, soprattutto, che lascia a chi la ascolta la curiosità di tornarci, di farla propria. Più in generale, poi, La parte mancante rappresenta la testimonianza di quanto ancora Francesco Di Giacomo avrebbe potuto lasciarci, quanto ancora avremmo potuto scoprire tornando a lui, alla sua penna e alla sua voce.

Ci ricorda quanto grande sia il vuoto con cui la nostra musica si trovi a dovere fare i conti.   O forse no: forse La parte mancante ci aiuta a riempire quel vuoto con un’ultima perla, con un capolavoro che ci riempie e ci aiuta a guardare alla musica che ci circonda e quella che ci aspetta con la curiosità, con il rispetto e la voglia di scoprirla che merita. E di questo dovremmo tutti essere grati.

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