#JUSTKIDSREADING: Intervista a Frank Iodice e i suoi “Disinnamorati”: il senso della scrittura oggi

Frank Iodice. Uno scrittore di origini napoletane, residente tra la Francia e gli Stati Uniti, autore di numerosi romanzi e racconti;  vive in un piccolo paese a un’ora da Lione dove impartisce corsi di italiano per stranieri e lavora di notte in hotel. Chi è in realtà Frank Iodice? Il suo Antonino Bellofiore è un personaggio che riesce a catturare il lettore con un carattere apparentemente burbero e scontroso, che nasconde però un animo buono. La sua attitudine alla vita si svolge attraverso l’attuazione di meccanismi di autodifesa, che creano una vera e propria corazza. Un passato con cui deve fare i conti; quel profumo di mare che gli ricorda Catania, le radici lontane che si materializzano improvvisamente all’interno di alcune lettere antiche pervenute per posta e lo sguardo smarrito nel vuoto a guardare il soffitto, fumando sigarette di contrabbando, in attesa che arrivi una risposta dal fumo denso che si disperde dentro la stanza, dal bagno o dal padre celeste.

a cura di Angelo Barraco

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«Leggendo la tua biografia sembra di trovarsi di fronte a uno dei tuoi personaggi, Bellofiore, Jean Rossignol, il vecchio Pancrazio Farabosc, antieroi senza una patria, dal passato avventuroso e pieno di interrogativi affrontati con umorismo e autoironia. Dove finisce l’opera e dove inizia la vita? Per iniziare, perché ti chiami “Frank”?».

Ti dirò che non ho affatto un passato avventuroso e anche se lo avessi non sarebbe quello l’oggetto della mia scrittura. Ovvero, potrei ispirarmi ai luoghi che ho visto, le persone che ho incontrato – e lo faccio spesso – ma non scrivo romanzi per copiare la realtà. A chi importa di quello che ho vissuto io? Forse chi prende in mano un romanzo lo fa per provare una bella sensazione, divertirsi, piangere, ridere, sentirsi meno solo. In quest’ottica, la vita che c’è dietro può esserti utile, tecnicamente, perché ad esempio descrivere una città in cui hai vissuto è molto più efficace rispetto a una che hai visto in televisione. Trovi le parole migliori, più intense. E questo la vita te lo insegna. La vita e la lettura di altre vite. Da lettore, l’ho sempre percepito. I romanzi che ho amato di più sono stati quelli scritti da autori innamorati di una città, Antonio Tabucchi, Pessoa, Eduardo Mendoza, Jean-Claude Izzo, per esempio, che ne parlano come se stessero parlando di una madre lontana e amorevole. Riguardo ai miei personaggi, forse alcuni di loro hanno in comune con me il senso dell’umorismo nell’affrontare la vita, è vero, l’autoironia nel non prendersi mai sul serio. È per questo che, benché siano quasi tutti dei perdenti secondo le regole della società in cui viviamo, sono anche vincenti perché nessuno riesce a dominarli, proprio per come sono fatti, per come disprezzano l’arricchimento materiale e l’autocelebrazione. Di conseguenza, i punti su cui ricattarli sono molto pochi. Fino a quando non si entra nella sfera sentimentale, dove crollano senza alcuna difesa. Per il resto, a volte mi danno l’impressione che nessuno possa imbrogliarli gonfiando il loro ego. L’ego di certi miei personaggi non è gonfiabile. E riguardo al mio nome, mi chiedevi. Il mio nome potrebbe essere la sintesi di tutto questo. Vivo all’estero da quando avevo vent’anni, dapprima a periodi alterni, poi in maniera stabile. Già in Italia da ragazzo la mia famiglia, per metà composta da emigranti di ogni sorta, mi chiamava così, era come un vezzeggiativo. Poi pian piano anche sul lavoro e tra i familiari lontani ai quali facevo visita solo per Natale e neanche tutti gli anni (Frank, l’americano, il nipote scellerato!). E così l’ho cambiato perché ormai non mi identificavo più nel mio nome di battesimo. Anche se mi sento ancora italiano – e napoletano – è ovvio.

«Prendi in considerazione di rientrare in Italia?».

Per ora no. Solo se un giorno mia figlia esprimesse questo desiderio, troverei il modo per tornare scegliendo il meglio che il mio paese avrà da offrirle. Per ora siamo felici qui. Ma anche lei forse sarà una vagabonda. Chi lo sa!

«Credi in Dio?».

No, non sono credente, non ci riesco. E non ci riesco per la stessa ragione per cui non posso credere in questa sedia o in questo bicchiere. Credere significherebbe smettere di porsi delle domande, ovvero cambiare tutto il mio sistema di pensiero. Il giorno in cui crederò ciecamente in questo bicchiere smetterò di scrivere.

«Dai tuoi romanzi, in Matroneum per esempio, traspare una ricerca all’interno dell’universo femminile. Approfondisci il pensiero, i sentimenti e il linguaggio delle tue protagoniste immedesimandoti con molta sensibilità, tanto da chiedersi se la figura della donna non sia per te fondamentale al fine di scrivere. In che modo il rapporto con le donne ha influito nella tua opera?».

La prima figura femminile della mia vita, mia madre, quando ero bambino, mi ha insegnato la costanza. Mia madre rimaneva in piedi fino a tardi per scrivere le sue lunghe relazioni mediche. Poi me le leggeva ad alta voce, le correggeva e le ricorreggeva. Non sapeva scrivere bene, o meglio, non in maniera creativa, era molto tecnica, ma efficace, scriveva come un medico, ecco. Io non capivo quello che succedeva, credevo di rendere un favore a qualcuno che mi aveva messo al mondo ascoltandola e suggerendole qualche correzione per quanto ne capissi a quell’età. In realtà in quegli anni mi stavo appassionando al mestiere di scrivere, benché l’oggetto delle nostre scritture non sarebbe stato lo stesso. Intanto, durante il giorno, mi convincevo che fosse mio padre a trasmettermi questa passione, perché era giornalista e anche lui passava intere giornate alla macchina da scrivere a casa o in redazione. La verità è che con lui stavo acquisendo invece le tecniche della scrittura, stavo imparando a scrivere (sto ancora imparando, beninteso), ma senza l’esempio del sacrificio di mia madre non me ne sarei fatto nulla. Ora, per tentare di rispondere alla tua domanda sulle donne, il fatto di aver appreso qualcosa di così importante per uno scrittore grazie a quella romantica quanto involontaria scambievolezza tra mia madre e mio padre, mi ha insegnato a considerare la figura della donna come centrale in tutto ciò che faccio. In ogni romanzo investigo un tipo di donna, cercando di capire le sue ragioni, i suoi pianti, le sue urla, i suoi sorrisi. In alcuni casi mi sono immedesimato, come dici tu, calandomi in prima persona nei panni di una narratrice donna, investigando quindi anche il linguaggio, il respiro, i silenzi. Non è facile e non saprò mai se ci sono riuscito. È però un esercizio formativo che suggerirei a chiunque, non solo a chi scrive narrativa. Tornando al mio rapporto con le donne, una volta una persona che ho amato forse nella maniera più pura, mi ha detto una frase che la sera stessa ho usato nel mio romanzo autobiografico, Kindo-La folle vita di uno scrittore (non ti dico i titoli per farmi pubblicità, chi se ne frega, ma nel tentativo di spiegarti “dove finisce l’opera e inizia la vita”). Una frase che riporto qui testualmente e che servirà a rispondere più o meno alla tua questione: “È inutile Frank, tu sei un uccellino. È impossibile metterti in una gabbia. Purtroppo, esistono due tipi di uomini al mondo. Quelli completamente devoti a ogni cosa che fai, che morirebbero per te, come mio marito ad esempio. E quelli come te”.

Frank Iodice_Nizza

«La tua scrittura sembra sicura e sprezzante, a suo agio nella pagina e serenamente consapevole del suo ruolo, senza alcuna paura. Ma tu, di cosa hai paura?».

Fino a due anni fa non avevo paura di nulla perché ho sempre cercato di fare e scrivere ciò che ritenevo giusto, non ho mai leccato il culo a nessuno per ricevere raccomandazioni, tutto quello che ho me lo sono costruito col sudore, con il coraggio e con un po’ di follia. Poi è nata mia figlia e ciò mi ha fatto sprofondare per la prima volta in una paura mai conosciuta, perché l’oggetto non era più “frank” – del quale non mi è mai importato granché in fondo – ma lei. E di conseguenza mi ha assalito un senso di inadeguatezza su cui credo che dovrò lavorare molto nei prossimi anni. Ne ho parlato ne La meccanica dei sentimenti, che investiga proprio le paure di chi sta per diventare padre. Questo, fuori dalla carta. Per quanto riguarda invece la pagina scritta, ciò che mi fa paura è l’idea che un giorno non abbia più visioni affascinanti per creare nuove storie. Costruire un romanzo che “funziona” seguendo i corsi di scrittura creativa è possibile, possono farlo tutti e dà i suoi risultati, risultati quasi sempre uguali tra loro. Ma scrivere come cerco di fare io non permette altre possibilità se non il sacrificio, l’abnegazione. Perché il mio scopo è una pagina bella, artisticamente, umanamente, che susciti emozioni forti. Ma questo mi sembra di avertelo già detto.

«In un momento storico e sociale così travagliato tra le molteplici forme di narrazione con cui ci troviamo a confrontarci, molte di queste criticate da te, come le opere scritte da/per youtuber, influencer o personaggi mediatici seguiti da milioni di follower, chi può davvero decidere cos’è la “vera letteratura”? Tu, forse?».

Se tu avessi una piccola fabbrica artigianale di gelati preparati con prodotti naturali e li vendessi e regalassi davanti a una scuola, e un giorno arrivasse qualcuno che domina il 51% del mercato del gelato e vendesse ai bambini gelati fabbricati con composti chimici tossici, come ti sentiresti? È una questione molto complessa e se l’analizziamo bene è anche molto squallida. La mia critica non è rivolta agli autori di questo tipo di libri. Ci mancherebbe. Siamo stati tutti giovani e impazienti. Né tantomeno è una critica alla narrativa commerciale che è sempre esistita. Ma al meccanismo pubblicitario fuorviante dei grossi gruppi, anzi del grosso gruppo editoriale, che ne trae profitto. Per definizione, “letteratura” è tutto ciò che costituisce la produzione scritta di un paese. A questo va aggiunto, per precisione, che esistono vari generi letterari. E all’interno del genere chiamato “romanzo”, esistono vari tipi di romanzo, quello d’amore, il memoriale, il thriller, il romanzo di formazione, d’avventura eccetera. Esistono romanzi nati per una vocazione artistica, che contengono immagini, descrizioni, viaggi interiori. In una parola: un’esperienza profonda. L’esperienza della lettura intesa come condivisione di mondi interiori, un’avventura formativa, educativa e in qualche modo arricchente. Libri ispirati, scritti con molta fatica, a seguito di folgoranti e sconvolgenti illuminazioni che ti tengono per diversi mesi incollato alla carta, o dopo lunghe ricerche, e con consapevolezza nell’uso delle strutture grammaticali e sintattiche e quant’altro riguarda il mondo della parola scritta. Una consapevolezza che, a mio parere, si acquisisce solo leggendo. Leggendo per anni e anni. A questa tipologia di romanzo – giacché è questo il mio settore e non voglio occuparmi di ciò che non mi compete – si aggiungono quelli scritti per altri scopi, soprattutto scopi commerciali. Libri che hanno lo stesso valore di qualsiasi altro prodotto immesso sul mercato. Sicuramente, dopo essere stato pubblicato, anche un romanzo di valore letterario diventa un prodotto, ma non nasce con quello scopo. Ora non dirmi che Kerouac ha scritto On the road pensando che sarebbe diventato un libro cult famoso in tutto il mondo! Uno scrittore che scrive per passione, per vocazione, per necessità, è felice di vedere che la sua opera vende, anche per una soddisfazione personale, per uno spronante riscontro. Sarebbe un ipocrita a dire il contrario. Ma non è certo quello il motivo per cui si è messo alla scrivania per uno, due, a volte tre anni, a volte tutta la vita pur di dare con onestà la sua testimonianza e scrivere una storia coinvolgente, emozionante. Gli esempi sono infiniti. C’è chi si è ammazzato per amore delle sue opere. Chi le ha amate a tal punto da bruciarle. Chi ha dovuto inventarsi svariati eteronimi e scrivere con svariati stili per riuscire a trovare se stesso. Costoro si sono meritati un posto nella categoria di “narrativa letteraria”. Il fenomeno dei giovani e giovanissimi youtuber, influencer, tronisti e quant’altro, è da analizzare non tanto perché questi ragazzi pubblicano un libro (scritto da sé o da altri) ma perché questi testi vengono erroneamente inseriti nella categoria di “narrativa letteraria” e recensiti proprio come se lo fossero. Ma di fatto non si possono definire tali. Perché si tratta di trascrizioni di post di Facebook, o delle fotografie più cliccate su Instagram corredate da piccole frasi in font 20 al centro di pagine bianche, o peggio, di romanzi, sì, ma scritti da ghost writer, per cui dei falsi, delle bugie. O peggio ancora, scritti da chi sa scrivere e li firma sfruttando a sua volta la faccia di un personaggio popolare. Perché accettiamo un’opera del genere? Che senso ha leggere il libro di un personaggio mediatico che pur amiamo sapendo che non è stato lui a scriverlo, o che addirittura non ne sarebbe neanche stato capace? Lo facciamo perché ciò che dice il web oggi è più forte e persuasivo di quello che diceva Mussolini ai tempi dei miei nonni, i quali, non avendo altri punti di riferimento, credevano in lui come se fosse un dio in terra. I social network da questo punto di vista non hanno nulla da invidiare al fascismo e a qualsiasi altra dittatura politica. Forse è per questo che certe retoriche tornano di moda. E certa politica se ne serve così bene.  Ad ogni modo, tornando a queste pubblicazioni che vengono spacciate per “narrativa letteraria”, c’è da chiarire anzitutto che nessuno punta il dito contro gli autori. Anzi, loro sono a mio avviso le prime vittime inconsapevoli di queste operazioni commerciali. Infatti non sono loro il più delle volte a bussare alla porta delle case editrici, ma avviene il contrario appena i loro follower superano un certo numero. Un numero che rappresenta i potenziali “lettori”. Follower che da affezionati e inseparabili compagni di viaggio diventeranno meri clienti. Clienti che acquisteranno i prodotti a cui questi ragazzi faranno da testimonial, abbigliamento, orologi, catene di fast food eccetera. Inebriati dal successo e dai soldi facili, prendono questa faccenda forse superficialmente e non riflettono sul mostro che stanno creando. Un mostro che mangerà anzitutto loro (a dire degli psicanalisti che hanno in cura gli influencer crollati dopo mesi di enorme pressione psicologica subita proprio dai loro follower). E infine minaccerà i bambini nati dopo l’avvento del web. Come mia figlia. In che modo? Confondendo le idee, inserendo questi libri di bassa qualità tra Il vecchio e il mare e Il sentiero dei nidi di ragno. Tanto per citare i primi due esempi che mi vengono in mente tra le migliaia di romanzi “veri” che mi piacerebbe proporre a mia figlia senza dover lottare contro il bombardamento pubblicitario insostenibile e fuorviante del grosso gruppo editoriale che pubblica (anche) questi prodotti. Si tratta di commercianti, di commercianti geniali. In un momento in cui si dice che nessuno legga (io non credo sia vero), loro diversificano l’offerta. Ma siamo sicuri che il calo dei lettori non sia dovuto proprio a questa “diversificazione”? Il problema è che oltre a inserirli nella categoria sbagliata, si utilizzano definizioni come “romanzo”, “fatica letteraria”, “opera prima”, “esordio letterario” e quant’altro è assolutamente fuorviante. Perché non si tratta di nulla di tutto ciò, ma di prodotti commerciali. Un po’ come le ricette di Antonella Clerici, per intenderci. Siamo tutti d’accordo che la Clerici non ha nulla a che vedere con Hemingway e Italo Calvino. Giusto? Compriamo i libri di ricette perché ci servono per cucinare. A nessuno verrebbe in mente di definire “romanzo” il ricettario della Prova del cuoco! D’altro lato, siamo d’accordo che nessuno sta dicendo che questi ragazzi non debbano scrivere e che “l’ermo colle” spetti solo agli sgobboni da scrivania. Questa sarebbe censura. Il punto della questione è che basterebbe essere chiari quando si inquadrano questi libri, dare loro la giusta definizione, il posto giusto in libreria. Oppure limitarsi a fargli firmare delle agende, dei diari con le loro fotografie. Sarebbe più coerente e rispettoso nei confronti di chi i libri li fa con amore e sacrificio. Penso anche ai piccoli editori indipendenti che sudano per competere con il grosso mercato imperante. Invece si è deciso di spacciare per narrativa letteraria qualcosa che è sicuramente un fenomeno letterario, per la ragione citata prima, ovvero perché ha a che vedere con la produzione scritta del nostro paese, ma che narrativa letteraria non è. Da appassionato di lingue straniere, osservo anche che la lingua, e quindi le sue espressioni, tra cui quella scritta, è qualcosa di vivo, in continua evoluzione. Nei prossimi decenni forse l’idea di letteratura continuerà a trasformarsi, a subire il peso del mercato. Anche in altri campi dell’editoria avviene lo stesso: gli articoli di giornale sono sempre più corti, le immagini prendono sempre più il sopravvento sulla parola, e la parola stessa è usata in maniera superficiale e approssimativa. Sono anche convinto che se nei programmi scolastici del futuro si sostituisse Moravia con Favi deejay o Lalla Romano con Giulia De Lellis, sarebbe un vero peccato. Ed è mio dovere, se voglio fare onestamente il mio lavoro, far porre ai lettori domande come queste. Io non sto qui per giudicare, sia chiaro. Il giudice giudica. Il romanziere onesto cerca delle risposte, e ancora meglio, cerca delle domande per capire il mondo che lo circonda e condividere con i lettori i suoi dubbi più che le sue certezze. Di conseguenza, coloro che pubblicano o che lavorano per certe case editrici, vorranno difenderle e diranno adesso che per i loro figli non fa differenza leggere Le corna stanno bene su tutto o Moby Dick. Ma lo capisco, fa parte del gioco. Un gioco che spero vinceranno i veri scrittori. Angela Barracco

Contatti
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