LE INTERVISTE DI JUST KIDS SOCIETY: GASTONE

Intervista di Gianluca Clerici

Secondo disco per i Gastone dal titolo celebrativo “II”. Lavoro dai colori grigi tenui, di nebbia e di nostalgica urbanizzazione, che suona naturale di derive anni ’60 o di americhe anni ’70… per quanto questi suoni siano comunque figli aderenti alle filosofie indie attuali. Siamo in bilico tra sensazioni route e istinti melodici italiani. Una scrittura che ci piace per la pulizia e la sottile tempra dei suoi confini. Polveroso ed opportuno. A loro le consuete domande di Just Kids Society:

Parlare di musica oggi è una vera impresa. Non ci sono più dischi, ascolto, cultura ed interesse. Almeno questa è la denuncia che arriva sempre da chi vive quotidianamente il mondo della cultura e dell’informazione. Che stia cambiando semplicemente un linguaggio che noi non riusciamo a codificare o che si stia perdendo davvero ogni cosa di valore in questo futuro che sta arrivando?

È un discorso sicuramente complesso. Il modo in cui si fruisce della musica (e non solo) oggi è radicalmente cambiato e questo si sa. Io personalmente, quando devo ascoltare un disco, se posso compro sempre la copia fisica e lo metto in rotazione in macchina, a volte anche per mesi. In questo modo riesco a memorizzare perfettamente accordi, testi, stacchi, errori, morte e miracoli di quel disco. Con spotify, o comunque attraverso qualsiasi piattaforma streaming mi rendo conto che la situazione è più complicata. Io stesso possiedo spotify (premium ovviamente perché altrimenti è come non averlo) ma devo ammettere che è abbastanza distrattivo se si vuole ascoltare qualcosa che richiede più tempo e attenzione, infatti lo uso prevalentemente per tenermi aggiornato sulle nuove uscite. Se ne potrebbe parlare per ore sull’argomento, certo è che il telefono di per sé, abbinato a una piattaforma che ti bombarda continuamente di qualsiasi tipo di musica, non favorisce la concentrazione necessaria per fruire di un certo tipo di contenuti la cui complessità va un po’ oltre lo standard.

E se è vero che questa società del futuro sia priva di personalità o quanto meno tenda a sopprimere ogni tipo di differenza, allora questo disco in cosa cerca – se cerca – la sua personalità e in cosa cerca – se cerca –  l’appartenenza al sistema?

Il nostro ultimo disco è stato scritto/suonato/registrato/interpretato in maniera abbastanza vintage (oppure old school se vogliamo usare un altro termine). Tutto ciò non è stato fatto con l’intenzione di fare i pischelli nostalgici degli anni ’70, anzi, tutta la nostra musica è sempre nata da puro istinto. Tuttavia ci accorgiamo che non si tratta di un disco di facile ascolto. Questo è appunto il tipico disco che io comprerei da ascoltare in macchina o nello stereo di casa e quindi capisco che possa risultare abbastanza ostico da ascoltare online. Chi troverà il tempo e l’attenzione necessari per ascoltarlo, come dico sempre, verrà magnificamente ricambiato dai brani stessi.

Fare musica per il pubblico o per se stessi? Chi sta inseguendo chi?

Qualsiasi musica va bene quando è sincera. Quando un artista finge di essere qualcosa che non è, e di conseguenza non mette sé stesso al 100% nel proprio lavoro, il pubblico lo percepisce istantaneamente. Chi ha qualcosa da dire in maniera sincera troverà sempre un modo di arrivare ai suoi ascoltatori.

E restando sul tema, tutti dicono che fare musica è un bisogno dell’anima. Tutti diranno che è necessario farlo per se stessi. Però poi tutti si accaniscono per portare a casa visibilità mediatica e poi pavoneggiarsi sui social. Ma quindi: quanto bisogno c’è di apparire e quanto invece di essere?

Le due cose devono essere ben bilanciate. Gli artisti che ottengono i risultati migliori sono quelli che si danno estremamente da fare sia all’interno che all’esterno della sfera social. Per quanto possiamo essere nostalgici, bisogna ammettere che il lato social ha la sua grande importanza ora, perché come dice il buon Fibra “Nessuno esiste se le telecamere non sono accese”.

Un disco secondo, un disco melanconico, un disco di suoni ferrosi e di acide dolcezze. Un disco d’autore dalle indie.maniere che rivive emozioni e un passato in cui nascondersi forse… o forse in cui ritrovarsi soltanto. Un’opera dell’arte e dell’ingegno, come questo disco, vuole somigliare alla vita di tutti i giorni oppure cerca un altro punto di vista a cui dedicarsi?

Non saprei. Posso dire con certezza che è un disco fatto di storie vissute e non vissute. Complici sono sicuramente le nostre abitudini, in quanto, vivendo in una piccola realtà di provincia dove, soprattutto in inverno, non c’è chissà cosa da fare, la mente si ritrova spesso a viaggiare per mondi lontani, arrivando a credere addirittura di aver vissuto esperienze che potrebbe anche non incontrare mai nella realtà.

Parliamo di live, parliamo di concerti e di vita sul palco. Anche tutto questo sta scomparendo. Colpa dei media, del popolo che non ha più curiosità ed educazione oppure è colpa della tanta cattiva musica che non parla più alle persone o anzi le allontana?

La dimensione live sta sparendo perché ormai nessuno si sente più in dovere di saper padroneggiare bene uno strumento. Ora con i nuovi programmi e mezzi di registrazione e attraverso l’editing è possibile far suonare bene un disco anche senza una particolare competenza tecnica allo strumento, diversamente da quanto accadeva una volta, in quanto, se non sapevi suonare, il disco semplicemente non suonava. Complici possono essere anche i media certo, ma sicuro è cambiato anche il fine con cui viene fatta la musica, in quanto ora assistiamo a uno scenario totalmente saturo e tutti (soprattutto i più giovani) cercano solo il modo più veloce per arrivare in cima, la maggior parte delle volte, non preoccupandosi minimamente della qualità di ciò che stanno producendo. Personalmente, penso che la dimensione live sia quella in cui si vede veramente chi sei. Noi ci troviamo a nostro agio e abbiamo riscontri molto più positivi dai nostri live rispetto al disco e penso che dovrebbe essere così per qualsiasi artista. Alcuni tra i miei artisti preferiti (Verdena, The Flaming Lips, Queens Of The Stone Age, ecc.) li ho scoperti live senza conoscere neanche una canzone, o forse un paio, e da lì me ne sono perdutamente innamorato.

E quindi, anche se credo sia inutile chiederlo ai diretti interessati, noi ci proviamo sempre: questo lavoro quanto incontra le persone e quanto invece se ne tiene a distanza?

Come dicevo, non si tratta di un disco “immediato”. Questo lavoro incontra tutti coloro che hanno altrettanta voglia di entrarne in contatto. Dai riscontri avuti fino adesso abbiamo potuto constatare che le persone che lo hanno ascoltato si sono divise in due categorie: chi lo ha ignorato; chi lo ha amato follemente. 

E per chiudere chiediamo sempre: finito il concerto di Gastone, il fonico che musica dovrebbe mandare per salutare il pubblico?

Xxplosive di Dr. Dre oppure War Nerve dei Pantera. A voi la scelta.

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