INTERVISTE: LEON SETI

Intervista di Gianluca Clerici

Tratti di genialità tra pop art e dissoluzione bohémien fuori da ogni costrutto e cliché. In tutto gravita con un peso non indifferenze il gusto estetico di questo rif incalzante di natura rigorosamente digitale. L’inferno secondo LEON SETI, un luogo in cui anche il vizio trova pace – diremmo noi. Un singolo – “HELL” – che anticipa un nuovo lavoro che sottolineiamo con importanza per rispondere alle tante trasgressioni che il mercato main stream cerca di sdoganare voltando le spalle alle piccole genialità degli artisti quotidiani… che quotidiani non sono.

Parlare di musica oggi è una vera impresa. Non ci sono più dischi, ascolto, cultura ed interesse. Almeno questa è la denuncia che arriva sempre da chi vive quotidianamente il mondo della cultura e dell’informazione. Che stia cambiando semplicemente un linguaggio che noi non riusciamo a codificare o che si stia perdendo davvero ogni cosa di valore in questo futuro che sta arrivando?

Io penso semplicemente stia cambiando la moda di come si vende e come si impacchetta la musica. Fare album è diventato una sorta di nicchia e le popstar più grandi stanno già cominciando a rilasciare singoli estemporanei. Per quanto mi riguarda la parte più spaventosa di questa tendenza è l’idea che la musica si trovi soltanto sui siti di streaming tipo spotify, perchè non pagano abbastanza per mantenere i costi, e di conseguenza le nuove generazioni cominciano a dare per scontato che possano ascoltare tutto, quando vogliono, senza neanche 9.99 al mese.

E se è vero che questa società del futuro sia priva di personalità o quanto meno tenda a sopprimere ogni tipo di differenza, allora questo disco in cosa cerca – se cerca – la sua personalità e in cosa cerca – se cerca –  l’appartenenza al sistema?

Io sono affascinato dalla struttura pop delle canzoni, mi piace ricercare orecchiabilità e coinvolgimento, e in questo penso di essere sulla strada giusta. Per quanto riguarda la personalità fuori dal sistema dico soltanto che il pezzo è comunque tacciato di essere troppo di nicchia da pubblicazioni pop. Francamente non mi importa più di tanto, i miei suoni sono troppo aggressivi e strani, ma non si fanno pezzi memorabili seguendo le masse.

Fare musica per il pubblico o per se stessi? Chi sta inseguendo chi?

Bella domanda. Come artista io scrivo per me stesso come prima cosa, il pensiero del pubblico subentra quando la canzone è finita. “Come la impacchetto?” Quando si crea qualcosa di personale c’è sempre il bisogno di trovare qualcun altro che condivida il tuo pensiero: la ricerca del bello è qualcosa che spinge a cercare un bello condivisibile. La cosa di cui sono sicuro è che cercare di inseguire i gusti del pubblico come priorità può soltanto farti avere tanto successo e poi sparire. Per diventare eterno nel pop devi dare al pubblico qualcosa che non sa di volere ancora.

E restando sul tema, tutti dicono che fare musica è un bisogno dell’anima. Tutti diranno che è necessario farlo per se stessi. Però poi tutti si accaniscono per portare a casa visibilità mediatica e poi pavoneggiarsi sui social. Ma quindi: quanto bisogno c’è di apparire e quanto invece di essere?

“Apparire” per un artista significa avere opportunità di avere pane sulla tavola, o almeno questo è come viene dipinto il business da tutti i manager e i big. Ed è vero, fare musica come bisogno va benissimo, ma alcuni di noi vogliono anche riuscire a viverci, quindi il bisogno di apparire diventa sinonimo di bisogno di sopravvivere.

Psichedelia digitale, quel gusto vintage per un tempo in cui il futuro passava comunque via cavo. E quella trasgressione di eros e di vizio che passa inevitabilmente dentro l’accettazione. Un’opera dell’arte e dell’ingegno, come questo disco, vuole somigliare alla vita di tutti i giorni oppure cerca un altro punto di vista a cui dedicarsi?

“Hell” è un prodotto della mia vita di tutti i giorni. Anche i pensieri più oscuri su masochismo, taboo, sesso eccetera arrivano a tutti durante le faccende più mondane, magari mentre stai lavando i piatti. Cercare poi di creare qualcosa e isolare questi pensieri diventa un’esperienza più estemporanea, ma io rimango convinto che per quanto astrusa sia l’idea di base di Hell, sul dolore come premio e non punizione, è un pensiero che mi rincorre nella vita di tutti i giorni. Diciamo che il pezzo è un riflesso di una parte di me che è noiosamente quotidiana.

Parliamo di live, parliamo di concerti e di vita sul palco. Anche tutto questo sta scomparendo. Colpa dei media, del popolo che non ha più curiosità ed educazione oppure è colpa della tanta cattiva musica che non parla più alle persone o anzi le allontana?

Questo penso sia colpa del sistema. Parlo di esperienza personale, il fatto che ancora nel 2020 io vada a suonare in piccoli locali dove se non suoni con una chitarra già vieni tacciato di “ah allora suoni con le basi” come un cantante di karaoke, è abominevole. é difficilissimo cercare di convincere il pubblico sul valore della tua musica, sul perchè dovrebbero volerti vedere su più palchi, quando il concetto di performance ancora non è arrivato ovunque. Per quanto riguarda la cattiva musica, io penso che sia quella che fossilizza le persone, abituate così tanto a sentire le stesse schifezze da rigettare qualunque spiraglio di novità.

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