LE INTERVISTE DI JUST KIDS SOCIETY: EUGENIO RIPEPI

Intervista di Gianluca Clerici

Lavoro scanzonato, leggero, a suo modo importante di contenuti in bilico tra il romantico ed il sociale. Parola importante questa… aspetto che spesso decide di risolversi nell’ironia invece di alimentare quell’acido che potrebbe farsi velenoso alla pelle quando si parla di responsabilità. Il nuovo disco di Eugenio Ripepi, disco che dedica simbolicamente all’occhio destro – come a indicare la parte istintiva ed emozionale del nostro lato umano – si intitola Roma non si rade e noi per ora lo fermiamo parlando di società, come nostra abitudine. E quella che segue, come ci aspettavamo da artisti così formati, di esperienza e di umiltà intelligente, è un’intervista che vale sicuramente la pena di sottolineare.

Parliamo di musica o di gossip? Oggi il mondo sembra più attento agli effetti di scena, da dare in pasto al giornalismo e alle tv più che ai contenuti degli artisti. Ecco la domanda: perché qualcosa arrivi al pubblico di questo presente meglio badare quindi alla scena o restare fedele ai contenuti?
Questa forma mentis ha che fare con i fruitori, non con l’ispirazione. A meno che non si lavori per commissione, e la storia dell’Arte insegna che anche questo può essere comunque un meccanismo foriero di idee eccezionali; sempre però all’interno del proprio mood creativo, non modificando lo stile per un committente. Se io concepisco un prodotto perché possa piacere, in generale, preoccupandomi esclusivamente di quello, se voglio fare qualcosa che “funzioni adesso”, quella stessa cosa non funzionerà dopo. Quando Mauro Pagani ha scritto le musiche di “Crêuza de mä” non ha tenuto in considerazione quello che funzionava negli anni ‘80 a livello musicale, ma ha messo a disposizione di Fabrizio De André la sua ricerca di anni; quelle musiche sono fuori da quel tempo e sono di tutti i tempi. Il problema della televisione invece, che tu citi nella domanda, è la predilezione per il mero intrattenimento musicale, anche di bassa lega. La radio ha funzionato diversamente per anni importanti, quando chi trasmetteva decideva se tra il materiale pervenuto in redazione c’era qualcosa degno di nota e lo spingeva nel suo programma tenendo conto della qualità artistica nella proposta. Adesso la radio è acquisto di spazi pubblicitari, per cui il presupposto artistico va a farsi benedire, ed è chiaro che chi conduce i programmi parli di gossip, come dici tu, perché non sceglie assolutamente cosa mandare in onda.

Guardiamo sempre al passato, alle radici, ai grandi classici per citare insegnamenti e condizionare le mode del futuro. Perché? Il presente non ha le carte per segnare una nuova via?
È un momento molto buio per la proposta di contenuti artistici. I cosiddetti finti talent o finti reality show hanno bisogno di carne da macello; un anno cercano un freak e l’anno successivo deve essere rimpiazzato, per necessità di show, per garantire una novità nel palinsesto. Molti che credevano di essere arrivati si sono ritrovati al punto di partenza con molte più ferite sulla schiena, a parte qualcuno che è stato abile a uscire dai grovigli e disintossicarsi dalla popolarità usa e getta. D’altronde, non c’è una coscienza diffusa sulla necessità di assimilare letteratura musicale da ascoltare, è solo una mancanza che avvertiamo distrattamente e che ci trasciniamo, ma che muta silenziosamente i costumi e le menti: si è passato dal suggere i significati dei poeti, dal crescere con i messaggi dei cantautori, al nulla dell’invettiva contemporanea, dell’imitazione di un mondo musicale che altrove ha un senso compiuto, se mettiamo da parte gli steccati musicali e impariamo a rispettare ogni tipo di genere.

Che poi di fronte alle tante trasgressioni che ci vengono vendute dalle televisioni, quante sono davvero innovative e quante sono figlie sconosciute e mascherate di quei classici anche “meno famosi” di cui parlavamo poco fa?
Sai, una volta i cosiddetti “urlatori” rappresentavano la frattura col bel canto e venivano visti quasi con disprezzo da una larghissima fascia di conservatori del bel canto. Così i “capelloni” negli anni ‘70. Vasco cantava “mi ricordo che mi si escludeva per motivi che adesso francamente fanno ridere”. Ora è il momento di far passare il contenuto del piccolo gangster, che spaccia per avere i vestiti firmati, perché è l’unica cosa importante del suo quotidiano e di quello di ognuno. Non ce la faccio a gridare allo scandalo, semplicemente mi viene un po’ da ridere. Confrontarlo al fenomeno del punk, alle rotture di altre tradizioni, è un discorso senza senso che prescinde dai contenuti. Il problema di questo tempo è l’assenza di una critica preparata in grado di argomentare sui contenuti letterari di un testo all’interno della forma canzone.

Scendiamo nello specifico di questo disco, che si veste di mille colori, che scende in campo senza troppo guardarsi allo specchio, senza pensare a che tipo di vestito indossare…? Dunque, nell’era dell’apparire, come può parlare al pubblico di oggi che sta continuamente con i telefonini in mano a cercare di identificarsi dentro suoni digitali di format discografici ciclicamente copiati e riproposti?
Il problema del telefonino è quando non diventa un mezzo ma l’unico filtro di interpretazione del reale. Questo problema lo hanno soprattutto i nativi digitali, ma la responsabilità è forte da parte di chi lo ha usato come strumento di sedazione nei giovanissimi in luogo di una presenza evidentemente più complessa da garantire. La ricezione di contenuti in quest’ambito è frammentaria, la capacità di concentrazione ridotta al minimo. “Skippare” su un telefono vuol dire assimilare una quantità enorme di informazioni in pochissimo tempo. Spesso in maniera acritica, perché non c’è tempo di filtrare il contenuto e ragionarci sopra. Sul web domina l’anautoralità: citazioni diffuse e notizie di cui si ignora la fonte vengono classificate come attendibili. Questo però è un problema che in effetti riguarda fasce di età avanzate, che si sono accostate tardi al panorama del web. Fatto sta che, dal lato degli artisti, per adattarsi a una fruizione diversa degli utenti bisognerebbe cambiare la maniera di concepire la forma con cui si porta avanti la propria poetica. È un percorso che io non mi sento di intraprendere. Anche perché la preparazione degli intenti potrebbe interrompersi senza avviso. Può darsi che non si abbia tempo di prepararsi, come accade per la quasi totalità degli eventi della vita. Può darsi che non si stia ancora sul palcoscenico. Si è nudi, non si è neanche in scena. È come se il camerino aprisse le porte direttamente sul pubblico mentre ancora ci si sta preparando. Per questo sono felice, a proposito dei colori che citavi, del fatto che uno dei maggiori artisti contemporanei, Settimio Benedusi, mi abbia donato quella sua splendida immagine che è riprodotta in copertina: io sono come quella piccola figura centrale da lui ritratta, molto mobile a cospetto di un paesaggio marino, centrale rispetto a un quadrato di nove paesaggi, magari non schiacciato come il monaco in riva al mare di Friederich, sebbene io in realtà il paesaggio lo percepisca spesso in quella maniera meno panica benedusiana e più oppressiva friederichiana.

Parliamo di cultura e di informazione. Siamo dentro un circo mediatico dalla forza assurda capace di fagocitare le piccole realtà, anzi direi tutte le realtà particolari di cui parlava Pasolini. La musica indipendente quindi che peso continua ad avere? Oppure viene lasciata libera di parlare tanto non troverà mai terreno fertile di attenzioni?
La seconda che hai detto, come diceva Corrado Guzzanti nei panni di Quelo. Vorrei risponderti diversamente, ma da sempre pratico la strada dell’onestà intellettuale. L’Indie è un anelito di major, che viene volontariamente abdicato allorquando una minima attenzione esterna si palesa, come molti casi recenti hanno dimostrato. L’indipendente dovrebbe essere indipendente davvero, non indipendente “per farmi notare perché fa figo però speriamo di uscire dall’indipendenza il prima possibile e diventare subito molto dipendente”. C’è una grossa responsabilità dei centri direzionali di una discografia allo sbando, priva di guadagni per ragioni endemiche, anche avulse da strette responsabilità di chi adesso è al comando: continuare ad adagiarsi al noto o ricalcare orme di altre realtà senza rivendicare un senso di appartenenza non può farci progredire. La poesia italiana, la letteratura musicale da ascoltare, scompare per fare posto a cosa? Siamo d’accordo, forse i modi vanno reinventati; ma abdicare a una virtù che ci faceva eccellere, come avviene d’altronde nel campo teatrale e nel campo cinematografico per pigrizia, per nepotismo, per incapacità manifesta, fa sprofondare l’Italia, culla dell’arte e antico centro propulsore, alla stregua di piccola imitatrice di qualcosa che non ci appartiene.

Più in generale, la musica può tornare ad avere un peso sociale per la gente quotidiana?
Può tornare ad avere un peso se si capisce che continuando a diffondere esclusivamente intrattenimento di bassa lega, che non necessariamente deve essere demonizzato, ma che non può essere l’unica alternativa, rappresenta una responsabilità politica pesante, un imbastardimento delle coscienze che può portare a una facile manovrabilità delle masse. Però, come puoi intuire, questa è senza dubbio una strategia molto comoda, una contro-rivoluzione silenziosa. Dove può attecchire la voglia di un cambiamento, di un ritorno ai contenuti? Se non viene vista come una necessità vuol dire che in questo momento anche all’interno delle strutture che pure hanno responsabilità in tal senso, a parte pochi eccellenti soldati, non c’è nessun generale pronto a partire per il fronte e combattere la guerra dell’autodeterminazione di un popolo, il popolo italiano, il popolo degli artisti.

E restando sul tema delle trasformazioni: vinile, CD o canali digitali? Oggi in fondo anche la musica è gratis, basta un click… è segno del futuro o è il vero cuore della crisi? Che poi tutti condannano la gratuità però tutti vogliono finirci su Spotify…
È chiaramente il vero cuore della crisi. Tutti vogliono finirci su Spotify perché è l’unica maniera in questo momento di fare ascoltare i propri contenuti. Se io posso fruire gratuitamente di un bene chiaramente faccio saltare tutta la catena produttiva. Non c’è nessuno che investirà perché si creino ancora contenuti e non c’è nessuno di quelli che sono in grado di creare contenuti ad avere supporto da parte da parte di chi, anche volendo, non può investire in qualcosa che non ha un ritorno; vorrebbe dire auspicare un mecenatismo. Tu riesci a trovare un libro gratis da scaricare in rete? È difficilissimo, lo sai anche tu. Allora, quando e perché si è deciso di poter scaricare tranquillamente tutta la musica? Se il futuro è questo, cioè l’impossibilità di investire su qualcosa che può realmente rappresentare un segno di cambiamento sociale, vuol dire che forse, come ti ho scritto prima, è una cosa voluta. D’altronde, durante la Rivoluzione Francese, le Goguettes, le canzoni di protesta, erano vietate, perché portatrici di contenuti rivoluzionari in maniera molto più ficcante di comizi o discorsi che sicuramente restano meno impressi senza un motivo di accompagnamento.

A chiudere, da sempre chiediamo ai nostri ospiti: finito il concerto di Eugenio Ripepi, il fonico cosa dovrebbe mandare per salutare il pubblico?
Che domanda difficile. Senza rifletterci troppo ti direi “Good riddance “ dei Green Day.

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