Feria d’agosto: un omaggio a Cesare Pavese

A cura di Gabriella Rossi

Ogni 27 agosto, metto in pratica il mio personale rito per salutare un autore. Apro una pagina a caso de Il mestiere di vivere – a guisa di libro delle risposte  – e le parole legate al giorno dove il dito si ferma sono sempre il monito, la riflessione – o la predizione se preferite – compagne per il resto dell’anno solare.

Per l’autore non servono ulteriori indugi: Cesare Pavese. Oggi sono settantun anni dalla sua morte. Da quando sono stata a Torino, il mio rito comprende il ricordo delle sensazioni provate quando attraversati i portici mi trovai davanti all’insegna dell’Hotel Roma. Di quelli che visitano Torino, non so in quanti si fermino sotto il neon a pensare al pomeriggio in cui Pavese scelse di dire basta.

 

Hotel Roma @ Torino

L’anno era il 1950 e reduce dalla vittoria del Premio Strega per La bella estate, Cesare Pavese decise di porre fine al suo tempo sulla Terra. Affidò i suoi ultimi pensieri alla prima pagina de I dialoghi con Leucò:

Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.

L’indagine circa le ragioni del suicidio di Pavese hanno affollato cronache e studi di ogni sorta, sarebbe inutile e poco rispettoso spingersi ancora oltre, laddove l’unico e umile interesse di chi scrive sta nell’omaggio e nel ricordo. Torniamo quindi alla risposta del 2021 proveniente da quel gorgo del sentire pavesiano che è Il mestiere di vivere:

25 dicembre: Un artista vero, nelle sue opere creative parla d’arte il meno possibile. (Altrimenti non è un artista è solo un virtuoso dell’arte).

Ancora una volta, considerando l’impegno per il romanzo che vorrei scrivere, Cesare Pavese mi viene in aiuto: dimenticare l’Accademia e costruire una storia che sia di sangue e terra. Non voglio però divagare ma raccontare ancora dell’autore che ha portato tanti di noi a intraprendere studi letterari e capace di avviluppare l’uomo con le sue sofferenze all’eternità tipica del mito grazie alle parole. 

Il vizio assurdo. Storia di Cesare Pavese. Di Davide Lajolo.

Di sofferenze, emozioni e ricordi è pregno Il vizio assurdo di Davide Lajolo – riedito da Minimum Fax – capace, senza farsi viziare dall’amicizia che lo ha legato a Pavese, di regalare nella forma di una biografia un ritratto compiuto che abbraccia pieghe sensibili e piaghe profonde dell’uomo quanto dello scrittore.

Non sono un uomo da biografia. L’unica cosa che lascerò sono pochi libri, nei quali c’è detto tutto o quasi tutto di me. Certamente il meglio, perché io sono una vigna, ma troppo concimata. Forse è per questo che sento marcire ogni giorno in me anche le parti di me che ritenevo più sane.

Marcire, sentirsi soli, essere depressi: sensazioni che portano in una sola direzione. Farla finita, dire basta. Tuttavia ridurre uno come Pavese al fatto d’essere stato un depresso cronico sarebbe irrispettoso tanto quanto ciarlare e fare pettegolezzi, mettendo la sua esistenza alla berlina e facendone tema di discorso da salotto. Per fortuna sono rimasti i libri, lì c’è tutto.

Lo sapeva bene Italo Calvino al quale dobbiamo il completamento del lavoro editoriale che ha permesso al Mestiere di vivere di vedere la luce.

Ben nota è l’ammirazione con la quale Calvino ha guardato a Pavese nella sua vita di uomo e di artigiano della parola. Quando da Sanremo si trasferisce a Torino e comincia a lavorare presso l’Einaudi, c’è Pavese a sedere dietro una delle scrivanie della casa editrice.

Caffè storico Platti, dal 1875: qui Pavese incontrava spesso Einaudi.

Pavese autore, direttore editoriale, traduttore, limatore di parole e capace di scegliere con cura anche le virgole. Le pause diventano in ogni suo scritto carezze del non detto che aleggia e rende umane e mitiche al contempo anche le storie in apparenza più banali. In Pavese di banale, è bene sottolinearlo: non c’è nulla. 

Lo sapeva bene Calvino, lo sanno bene professori, accademici, lettori deboli e forti e pure gli imitatori, scarsi è bene dire anche questo.

In Pavese esiste il mito e non il fantastico, non ci sono baroni e fanti. Non v’è bosco da costruire ma campagne da attraversare, vigne da osservare, sprazzi di luna da cogliere e che possano illuminare anche solo per poco il buio che si ha dentro. Cosa mi porto io dietro dai miei studi, dalle letture, dall’incontro con questo autore umilmente oggi celebrato? La consapevolezza che vada letto come si leggono i grandi tragici capaci di condensare nelle loro parole le ragioni universali e i moti triviali, animaleschi, propri degli uomini.

Settantun anni fa, in un pomeriggio d’estate nella camera 346 dell’Hotel Roma lui scelse di dire basta. Per fortuna restano i libri che resistono alle estati, alle guerre, alle epidemie e che salvano anche quando non si riesce a salvarsi da sé.

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