IL TRIP: L’eucalipto e la melagrana – Alessia Tondo, Sita [24/09/2021]

Racconto a cura di Valentina Calissano

Illustrazione a cura di Eliana Guarino

Il Trip

L’ispirazione

A distanza di circa cinque mesi, la rubrica Il Trip torna a infondersi delle melodie della musica salentina. L’ispirazione di questo nuovo racconto arriva dalla voce ammaliante e magica di Alessia Tondo e dal suo primo lavoro da solista, Sita, disco inciso per Ipe Ipe Music e distribuito da Goodfellas e Artist First a partire da settembre 2021.

Sita è una parola salentina che significa melagrana, il frutto dell’albero del melograno. Un guscio spesso e allo stesso tempo morbido, che racchiude succosi semi rossi da sgranare uno per uno. Un’immagine che porta con sè un simbolismo fitto, arricchitosi via via nel tempo. Una magia di cui è fatta ogni comunità popolare e con essa la musica che nasce dalle leggende e dai miti per poi incarnarsi nelle singole persone.

Questo racconto, intitolato L’eucalipto e la melagrana, è la rielaborazione di un sfera intima e privata, di una personale visione dell’infanzia, di un guscio di magia e mistero che avvolge gli occhi estasiati di una bambina per poi trasformarsi con il tempo nel coraggio e nella tenacia di resistere e combattere ed infine proteggere ciò che c’è di più caro.

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Grafica a cura di Eliana Guarino

L’eucalipto e la melagrana

Un arbusto alto e frondoso nascondeva il varco fatto di pietre a secco bianche e sabbiose. L’eucalipto era ormai diventato un albero, con le sue fronde allungate e flessibili, e copriva quasi per intero il cancello di tondini aguzzi e sottili incrociati tra loro. La chioma aveva superato di qualche metro il tetto della bassa abitazione, che rimaneva visibile solo attraverso le fessure tra la siepe e la recinzione.
Edda avvicinò il volto alle sbarre rugginose e inalò profondamente ad occhi chiusi un profumo che sapeva di antico. Le foglie fresche e melodiose le ricordarono di un passato che era stato sepolto dalla vita di tutti i giorni, ma che il cuore aveva continuato ad alimentare, grazie alla memoria delle cortecce e del vento odoroso del mare lontano.
Quel luogo non era solo il simbolo della sua infanzia, ma sopra ogni cosa il posto che le aveva insegnato che esiste la magia.

Le palpebre rilassate e col mento appoggiato al cancelletto infilò la vecchia chiave nella serratura, che schioccò con riluttanza. Il cigolio del tempo accompagnò la giovane donna fino all’ingresso, dove un’altra chiave le avrebbe permesso di introdursi nella vecchia abitazione.
Provò a premere più interruttori, ma nessuno rispose con la luce. Probabilmente la corrente era stata già staccata da molto, quando gli infissi erano stati sbarrati e inchiodati, per evitare che piccoli animali e malintenzionati potessero accedere facilmente alla casa.
La donna frugò rapidamente nella piccola borsa a tracolla che l’accompagnava e ne estrasse una torcia a pile. Finalmente le pupille tornarono a contemplare il passato. Il suo passato.

Un momento che sembrava essersi cristallizzato dentro quelle mura: tutto era come lo ricordava. E subito fu pervasa dal profumo dei fiori che una volta davano il benvenuto nella casa.
Sulle pareti dell’ingresso, bianche e irregolari, piccoli ritratti incorniciati d’argento si alternavano a foto appese a chiodi; l’unico dettaglio fuori dal coro era un grosso orologio incastonato in una cassa di legno, ricoperta da un vetro sottile e trasparente per poter leggere i numeri e osservare l’oscillare del pendolo d’ottone. Le lancette, decorate da ghirigori e svirgoli simmetrici, erano immobili e avevano accumulato polvere in ogni curva. Ironia della sorte.
Il tempo fermato dallo scorrere inesorabile del tempo.

Si addentrò oltre il corridoio, fino a raggiungere la piccola cucina. Il tavolo, grosso e ingombrante, era ancora coperto da una tavola di chiaro marmo, pronto a farsi massaggiare dalla pasta fresca e dall’impasto del pane. L’odore del lievito e dello zucchero non aveva ancora lasciato quelle quattro pareti magiche e travolse il piccolo naso di Edda.
Le voci tornarono a riempire le sue orecchie e di fronte ai suoi occhi si radunarono i colori dell’infanzia.
Aveva trascorso innumerevoli giornate in quello spazio angusto. Quelle mura erano il significato della felicità, della leggerezza, della speranza.

Lì, mentre la nonna preparava il pranzo o friggeva i dolci, lei le raccontava la scuola. Le parlava dei libri e delle operazioni matematiche, le spiegava la storia e le rivelava com’era fatto il mondo, come erano divisi i popoli. Ma la nonna non rimaneva mai stupita.
«Edda mia, la mia cara nipotina. Sei proprio brava» e l’abbracciava forte. Poi si avvicinava al volto della bambina, fino a guardarla negli occhi e le sussurrava: «C’è una cosa che ti devi ricordare sempre, tutta la vita».
«Che cosa, nonnina?» rispondeva quella bimba ancora ignara.
«Devi essere come l’eucalipto e la melagrana».
Allora la piccola Edda piegava la testa da un lato, storceva la bocca di sbieco e premeva le sopracciglia contro il naso. La nonna la prendeva per mano e la portava in corridoio, davanti a uno specchio alto sotto al quale si reggeva sbilenco un tavolino scuro. Proprio lì sopra la nonna conservava una ghirlanda intrecciata dei rami del vecchio eucalipto azzurro e argenteo e al centro trovava posto un grosso frutto di melograno, dipinto di rosso dal sole d’autunno, lucido, sodo e succoso.

Ancora dopo tanti anni, la melagrana e l’eucalipto erano lì, su quel tavolino sempre sbilenco, piegato dal peso del grande specchio. Con la torcia che illuminava il frutto, Edda si scoprì ad analizzarsi all’interno della superficie riflettente. La piccola bimba di allora era diventata una donna con i fianchi abbondanti e la vita fina, stretta fino ai grossi polmoni e al petto compresso dall’inadeguatezza. Le spalle, morbide e lievemente inarcate, creavano una dolce curva fino al collo che sorreggeva con grande sforzo la testa pallida e ricoperta di innumerevoli ricci rossastri e scuri. La luce azzurrognola metteva in evidenza i suoi zigomi bianchi, sopra ai quali due occhi verdi e grandi occupavano con prepotenza la scena.

Per l’occasione aveva indossato l’abito della nonna, quel vestito profumato di lavanda e di pulito che le era stato regalato da ragazza finalmente calzava a pennello su quello strano fisico. L’alto colletto ricamato sui bordi aderiva perfettamente alla pelle e i fiori rossi e verdi, sullo sfondo nero di pece, si fondevano alle indomabili chiome avviluppate l’una all’altra.

Sommersa dall’essenza dei ricordi, tornò al tavolo di cucina, per sedersi e abbandonarsi ai sentimenti del passato. Le sembrava di vederla ancora lì, la nonna. Le sembrava di poterle ancora parlare, di poter spiegare e raccontare cosa era successo in tutti quegli anni nella sua vita.
«Se solo potessi dirti dove vivo e cosa faccio, penso che ne saresti felice. Vorrei tanto tu fossi ancora qui… Forse vorrei solo averti raggiunta prima».
Ma mentre esponeva a voce alta i suoi pensieri una voce raggiunse la sua mente: «Ricordati di essere come l’eucalipto e la melagrana».
Per pochi istanti, la torcia sembrò illuminare un’ombra di fumo azzurro, ingobbita e coperta da uno scialle, con la testa sormontata da una conocchia stretta in un lungo spillo. Subito la polvere si dissolse, volando oltre le fessure della finestra sbarrata.

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L’artista Alessia Tondo – Foto di Sandro Rizzo

Non restò molto tempo ad Edda per osservare il pulviscolo atmosferico mentre continuava ad avvilupparsi in una spirale per uscire dagli scuri, che subito un forte rumore raggiunse il suo timpano. Sentì prima un tonfo e poi un martellare. D’improvviso un pezzo di legno andò in mille pezzi: qualcuno aveva sfondato un infisso.

Scattò in piedi e si nascose dietro alla porta spalancata del cucinino. Con un occhio rimase a fissare tra lo stipite e il bordo della porta, sopra a una cerniera, mentre l’altro era chiuso, i mille muscoli contratti in tutto il corpo.
Una figura ingombrante si spostava nelle ombre della casa, lontano da quella luce che aveva portato dentro con inaudita violenza. Edda fece appena in tempo a scorgere una giacca sbiadita e un cappellino di maglia da marinaio. L’energumeno muoveva passi pesanti lungo il corridoio, senza curarsi del rumore provocato dalle suole sbattute a terra. Si spostava come se non sapesse della presenza della donna, come se fosse l’unico a calpestare quel pavimento carico di storia.

Aveva violato il riposo di quelle antiche mura, aveva scacciato il profumo del tempo riempiendo l’aria di sudore e rabbia, due odori sconosciuti alla sacra infanzia della ragazza ancora piccola.
«Sii come l’eucalipto e la melagrana». Rimaneva nella testa il monito della nonna e lentamente iniziò a prendere forma nello stomaco e nel cuore il significato più intimo di quella raccomandazione. Si ritrovò a ripeterla più e più volte, prima tra sè e poi a bassa voce.

Edda si avvicinò ai fornelli e dal pensile alto estrasse un tegame dal lungo manico di rame. Nel primo cassetto vicino al lavatoio c’era una tela di cotone, ricamata lungo i bordi di un pizzo di tombolo, un’arte antica che l’avrebbe celata e protetta. Il sangue si precipitava a fiotti in ogni sua arteria per tornare scarico al cuore. Allora erano i polmoni a dargli nuovo vigore, ricolmi di ossigeno e di nuova vitalità. Non appena il torace si svuotava dell’aria, Edda si sentiva pronta a scagliarsi contro il chiassoso intruso.

Lo vide intrufolarsi nella stanza. Il battito era un ribollio ormai incontenibile e la sua pelle ferro rovente.
Balzò sul ciglio della stanza e lanciò un urlo funesto.
«Come osi interrompere il riposo dei morti?!» fece con voce alta e gracchiante, tentando di imitare una vecchia strega uscita da un cartone animato.
L’uomo era talmente sorpreso che rabbrividì in un salto, gridando come una capra. In un attimo fu a terra, con lo sguardo rivolto al fantasma di pizzo armato di pentola. «Per aver oltrepassato questa soglia verrai maledetto! Ora il tuo destino è nelle mani dei morti!» e rise di gusto, con sincera allegria.
«No, no, ti prego!», gridava l’intruso, sudando copiosamente dalle tempie e sul collo.
«Per te, per la tua anima macchiata dall’errore è ormai troppo tardi. Alzati in piedi e corri via. Verrai maledetto!».

Il ladro, capitato nel luogo sbagliato al momento sbagliato, non riusciva nemmeno ad alzarsi e tremolando percorse tutto il corridoio gattonando, fino ad inciampare nel tappeto arrotolato all’ingresso. Edda lo raggiunse e gli aprì la porta. Poi sollevò un lembo di quella giacca logora che l’uomo indossava e gli sussurrò all’orecchio: «Ora vai e racconta a tutti cosa succede quando si sorpassa senza permesso l’uscio di donna Angela», e chiuse la frase con uno sculaccione di padella.
L’ostile figura strisciò fuori e iniziò a correre lontano, urlando.

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L’artista Alessia Tondo nel bosco – Foto di Sandro Rizzo

Edda si tolse la maschera e aprì tutte le finestre, togliendo i pezzi di legno che erano stati fissati alla buona con vecchie viti e grossi chiodi. La luce cacciò via la polvere e rimase solo il profumo della ghirlanda, immobile nel bel mezzo del corridoio.
La magia non viene da altri mondi lontani. Questo la nonna l’aveva sempre detto e le aveva insegnato come trovarla dentro di sè. Le maledizioni, il malocchio, la sfortuna. Tutto è nel cuore degli uomini, non in qualche luogo sconosciuto. Le leggende, le credenze, le paure: tutto è stato creato dalle genti e la magia sta nel cuore di chi sa controllarla, senza timore.

Posò la tela sul tavolo della cucina e tornò ad osservare le foto nell’ingresso, illuminate da un sole nuovo. In una di quelle immagini la nonna la invitava a sedersi a tavola, per stare con lei.
Sarebbe rimasta lì, quello era il suo posto.
Sarebbe rimasta lì, d’ora in poi.
Come l’eucalipto, che con la sua flessibile fronda protegge l’ingresso della casa, con il suo profumo che infonde coraggio.
E come la melagrana, che guarisce chi se ne nutre e protegge con il suo morbido guscio la vita.

CREDITS

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SITA – ALESSIA TONDO

Tracklist

A pucundria
Me putia basta’ (feat. Mauro Durante)
Aria
Pacenza
A pucundria rimedio
Cacciala fore
Sta notte (feat. Redi Hasa)
Filastrocca

di Alessia Tondo

Prodotto da Domenico Coduto per Ipe Ipe Music
Distribuito da Goodfellas e Artist First

BIO

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Foto di Sandro Rizzo

Alessia Tondo è una delle voci più importanti del panorama pugliese.

A soli sei anni cantava insieme alla nonna nel gruppo salentino Mera Menhir e pochi anni dopo esordisce con i Sud Sound System nel brano Le radici ca tieni. Ha continuato a collaborare con loro in concerti e in programmi TV come Rock Politik su Rai 1 e Parla con me su Rai 3.

A tredici anni entra nell’Orchestra della Notte della Taranta come solista, dove duetta con tutti gli ospiti e collabora con i maestri Mauro Pagani, Ambrogio Sparagna, Ludovico Einaudi, Goran Bregovic, Giovanni Sollima, Phil Manzanera, Carmen Consoli, Raphael Gualazzi.
Dal 2006 al 2011 ha partecipato a vari appuntamenti dell’Orchestra Popolare Italiana diretta da Ambrogio Sparagna, dividendo il palco con Peppe Servillo, Simone Cristicchi e Idan Raichel.
Sempre al 2006 risale la fondazione di Triace, il cui album è stato prodotto da Elena Ledda e S’ard Music.

Nel 2008 incide Yara per l’album L’immagine di te dei Radiodervish.
Nel 2011 scrive Donna di frontiera per l’album Messa Laica di Michele Lobaccaro (nel quale collaborano Franco Battiato, Caparezza e Nabil Bey), dedicato a Don Tonino Bello.
Nel 2012 scrive per Ludovico Einaudi il testo della fortunata Nuvole bianche, lanciata poi come singolo del suo album Taranta Project.

Scelta dal compositore Admir Shkurtaj come voce per l’opera da camera Kater i rades. Il Naufragio, co-prodotta dalla Biennale di Venezia, debutta al 58° Festival Internazionale di Musica Contemporanea della Biennale.

Nel 2015 entra a far parte come interprete e autrice del Canzoniere Grecanico Salentino, che nel 2018 vince il prestigioso Songlines Music Awards come miglior gruppo di world music.

8 thoughts on “IL TRIP: L’eucalipto e la melagrana – Alessia Tondo, Sita [24/09/2021]

    • Grazie Giancarlo. Alessia Tondo è una cantante e un’artista davvero coinvolgente e di ispirazione. La magia scorre nella sua voce.
      Quanto alle origini da Corubolo, devo dire che stavolta non erano del tutto presenti.
      Grazie ancora per aver letto il mio racconto, sono onorata!

  1. È un bellissimo racconto che mi ha fatto provare tanta nostalgia e ma anche serenità, davvero complimenti all’autrice!
    Anche la canzone è stupenda.

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