LE INTERVISTE DI JUST KIDS SOCIETY: ALCUNELACUNE

Intervista di Gianluca Clerici

Parliamo e ritroviamo Andrea Ricci, cantautore romanticamente folle, giocoliere della lirica e della melodie che nella sua carriera è stato anche in forza dentro i fantastici Vallanzaska. E questo la dice lunga sulla capacità che il nostro dimostra da subito nel saper usare la parola e la sua forma in canzone. Lo ritroviamo sotto il moniker Alcunelacune e in questo bel disco dal titolo curiosamente evocativo: “Coolage N°1” che di suo evoca un incontro e scontro tra generi, tecniche, ma anche soluzioni e fuori pista poco prevedibili. Tra le ballad inglesi e un istrionico pop italiano, a lui rivolgiamo le consuete domande sociali di Just Kids Society:

Iniziamo sempre questa rubrica pensando al futuro. Futuro ben oltre le letterature di Orwell e dei film di fantascienza. Che tipo di futuro si vede oltre l’orizzonte? Il suono tornerà ad essere analogico o digitale?
Onestamente credo che nel futuro convivranno suono analogico, digitale, spazializzato, “realtàumentato”, e chissà cos’altro. Comunque alla fine di tutto mi auguro si torni al live. L’importante che sia qui e ora. E possibilmente in compagnia. Che poi la fonte sonora sia una chitarra, un pianoforte, una voce o un computer, un sintetizzatore, poco importa.

I dischi ormai hanno smesso di avere anche una forma fisica. Paradossalmente torna il vinile. Ormai anche il disco in quanto tale stenta ad esistere in luogo dei santi Ep o addirittura soltanto di singoli. Anche in questo c’è un ritorno al passato. Restiamo ancora dentro al futuro: che forma avrà la musica o meglio: che forma sarebbe giusta per la musica del futuro?
In generale credo che il disco, nel senso di LP debba rispondere ad un’esigenza artistica più che commerciale. Nel caso di un debutto come il mio la cosa risponde ad altre esigenze. Con una canzone alla volta non avrei potuto raccontare molto di me. Farmi conoscere. Prova ne è questa intervista che è arrivata con l’uscita del disco anche se avevo già fatto uscire due singoli. Riguardo al vinile, certo, ha un suo fascino a prescindere. E’ un modo di fermare le cose, poterle toccare. Io spero di poter presto stampare COOLAGE N.1 in vinile. Vorrei curarne la grafica, la stampa della copertina… scegliere la carta. Insomma metterci del mio. Io amo gli oggetti a cui si riesce a dare valore, più che gli oggetti cari. Il vinile si presta. Riguardo al futuro non saprei, mi ripeto. Credo che la forma giusta per la musica sia sempre il live e che la musica riesca a liberarsi un po’ dal mercato, dalla produzione, dalla distribuzione, dalla promozione… Quanta fuffa c’è ormai intorno a una canzone?! E poi se ne ascoltano spesso pochi secondi.

La pandemia ha trasposto il live dentro incontri digitali. Il suono è divenuto digitale anche in questo senso… ormai si suona anche per interposto cellulare. Si tornerà al contatto fisico o ci stiamo abituando alle nuove normalità?
La pandemia non fa testo. Spero. Io comunque non sono così attento al suono quando ascolto musica riprodotta. A me la musica mi porta subito dove vuole. Mi rapisce. Come quando viaggio: in qualunque luogo arrivi, vorrei subito viverci ma in realtà non lo guardo più, mi ci perdo. Per assurdo se una pezzo mi prende, dopo pochi secondi non lo ascolto più con le orecchie, arriva in un altrove in cui l’aspetto audio non conta. E’ così da quando ho avuto il mio primo mangiacassette, per non parlare del walkman. Certo il live è un’altra cosa. Condividere la musica con altri è un evento. Allora sì che l’acustica incide. Li le onde sonore devono accarezzare, smuovere, scuotere, percuotere. Te e tutti quelli che ti circondano. Quella è un’altra cosa. Una meraviglia che spero di poter rivivere al più presto… e che non svanisca mai.
Io credo che l’essere umano per modificarsi realmente abbia bisogno di tempi più lunghi della tecnologia. Il corpo lo abbiamo ancora, i nostri sensi sono quei 5 e per riprodurci il modo più economico prevede il contatto e magari una bella musica di sottofondo.

Scendiamo dentro questo lavoro dal titolo “Coolage N.1″: poliedrico, multiforme e multiusuono anche, denso di significati e di chiavi di lettura ma anche di tante personalità diverse. Secondo te dunque come si inserisce dentro una scena ampiamente devota alla musica leggera digitale, immediata e quasi sempre densa di contenuti superficiali?
Mi fa piacere tu ci veda tutte queste cose. Io sono così. Mi sento spesso uno Zelig e mi rendo conto che sia difficile darmi un’identità. E’ una cosa che spesso mi manda anche in crisi, lo ammetto. Ma non ho voglia che questo fatto mi impedisca di vivere la mia passione. Di fare il mio percorso. Per troppi anni ho sentito come un limite il fatto di comporre musiche “troppo” differenti. Della scena, onestamente, non mi interessa. Nè come musicista, ne come fruitore (che brutta parola!).
Coolage è l’occasione per dare un senso a tutte le strade, i paesaggi, i momenti e le persone che incontro, cercando un disegno che va guardato da lontano. Io mi sono rimesso in gioco musicalmente perchè ne avevo bisogno. Ero pieno di dubbi ma sentivo l’esigenza di superare i miei limiti. Fare musica si presta perchè mi mette in relazione con gli altri e gli altri sanno spesso aiutarmi a colmare le mie lacune. Penso a Manfredi Perrone, che ha partecipato alla scrittura dei testi e mi spinge sempre a guardare meglio le cose; a Gianluca Mancini, con cui suonavo ai tempi dei Vallanzaska, che mi ha accolto al Mai Tai Studio e cerca di farmi sentire le cose in modo diverso; a Donato Brienza, che oltre a suonare la chitarra, mi prende per mano e mi tira fuori dalle paludi in cui spesso mi infilo.
In effetti è una cosa molto intima e profonda e forse difficile da cogliere per chi ascolta. Oggi probabilmente più di ieri. Ma, come diceva De Andrè, “la passione spesso conduce a soddisfare le proprie voglie”. Se un discorso di questo tipo fa fatica ad inserirsi nella scena che tu descrivi, pazienza.

E poi tutti finiamo su Spotify. Parliamo tanto di lavoro ma alla fine vogliamo finire in un contenitore in cui la musica diviene gratuita. Non sembra un paradosso? Come lo si spiega?
Hai ragione. Noi viviamo in un paradosso che ogni giorno si manifesta in infiniti modi. Io sono convinto che facciamo troppe cose che non sceglieremmo. E’ triste ma è così. Anche per la musica è così. E poi evolve tutto così velocemente. Io davvero faccio fatica a capire cosa succede, figurarsi a spiegarlo, figurarsi a cercare soluzioni. Mi sembra una cosa così complessa, così radicata nel sistema. Io posso solo dirti che se fare musica avesse potuto essere più facilmente un lavoro non credo farei altro nella vita. Infatti sono in una posizione privilegiata. Ho parecchi amici che cercano di vivere con la musica. Era difficile prima. E’ un disastro adesso. Ma, a prescindere dalla pandemia da cui spero si esca presto, è una questione Politica, ma nel senso vero del termine. Sono cose che, a mio avviso, si possono risolvere solo a lungo termine. Facendo cultura. Con il confronto. Continuando a fare domande come questa. E cercando di rispondere in modo sincero.

Dunque apparenza o esistenza? Cos’è prioritario oggi? La musica come elemento di marketing pubblicitario o come espressione artistica di un individuo?
Ovviamente rispondo per me. Io cerco più che altro di essere consapevole e dare un senso, e magari un valore a quello che mi accade e a quello che faccio. Cerco di vedere l’evidenza che spesso è la cosa che meno riusciamo a vedere. Questa è la mia priorità anche se troppo spesso, il fare, il produrre, mi distrae e mi allontana da questa ricerca. Non so se ho risposto alla tua domanda. Ho detto esistenza? O trasparenza? Mi gira la testa.

A chiudere, da sempre chiediamo ai nostri ospiti: finito il concerto di Alcunelacune, il fonico cosa dovrebbe mandare per salutare il pubblico?
Ora come ora non saprei scegliere a prescindere dalla situazione. Quindi mi affiderei al fonico che considero un elemento della band a tutti gli effetti. Sarei molto curioso di capire cosa ha visto lui dal suo punto di osservazione. Se dico “fonico” io penso a Dario Lesmo, fonico dei Solidamòr, nonché uno dei fonici del Circolo Magnolia di Milano (di cui sono tra i soci fondatori) con cui spero di poter suonare ancora. Ciao Dario!

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