LE INTERVISTE DI JUST KIDS SOCIETY: EUSEBIO MARTINELLI GIPSY ORKESTAR

Intervista di Gianluca Clerici

Come catalogare un disco come “Sbam!”? Decisamente un’impresa ardua anche perché sembra voler partire proprio da un concetto di “Gipsy” decisamente privo di confini e di restrizioni. Ce lo diranno anche loro: “Siamo Gipsy dentro e non fuori, non siamo balkan, non siamo folk, non siamo rock, siamo ciò che la nostra curiosità musicale ci spinge a ricercare, senza limiti o preconcetti”. Torna in scena la tromba latina ed il suono apolide di Eusebio Martinelli e della sua Gipsy Orkestar con un disco multiverso e multicolore come “Sbam!”. E noi ovviamente siamo lieti di indagare il punto di vista sociale di personaggi davvero assai navigati nel mondo della musica nazionale e non solo…

Iniziamo sempre questa rubrica pensando al futuro. Futuro ben oltre le letterature di Orwell e dei film di fantascienza. Che tipo di futuro si vede oltre l’orizzonte? Il suono tornerà ad essere analogico o digitale?
Non ci interessano le specifiche tecniche del futuro, ma quelle umane. Noi facciamo musica, vibrazioni e sensazioni che devono comunicare qualcosa a chi le voglia ascoltare. Il fatto che passi attraverso internet, il vinile o il metaverso ci interessa poco a patto che l’emozione possa essere vissuta. In ogni caso, noi ci disponiamo per tutte le possibilità pubblicando in streaming e vinile.

I dischi ormai hanno smesso di avere anche una forma fisica. Paradossalmente torna il vinile. Ormai anche il disco in quanto tale stenta ad esistere in luogo dei santi Ep o addirittura soltanto di singoli. Anche in questo c’è un ritorno al passato. Restiamo ancora dentro al futuro: che forma avrà la musica o meglio: che forma sarebbe giusta per la musica del futuro?
L’unica forma che la musica può e deve avere è quella di vibrazione. La vibrazione nasce da qualunque cosa, analogica, fisica o digitale, ma ha bisogno di cose più importanti per prendere vita: l’aria attraverso cui espandersi e le orecchie delle persone per essere percepita.

La pandemia ha trasposto il live dentro incontri digitali. Il suono è divenuto digitale anche in questo senso… ormai si suona anche per interposto cellulare. Si tornerà al contatto fisico o ci stiamo abituando alle nuove normalità?
Crediamo che il contatto fisico sia impossibile da sostituire completamente. Certo la pandemia ci ha fatto scoprire nuove strade per simularlo e per non perdere i contatti col prossimo, ma come tutte le cose passerà definitivamente e la natura magnetica delle persone si manifesterà come sempre.

Disco di mille derive di suono, di tradizione, di modi di fare. Tanta ricerca ma anche tantissima libertà che certamente è meno comoda rispetto alle regole e alla moda. Dunque come si inserisce dentro una scena ampiamente devota alla musica leggera digitale, immediata e quasi sempre densa di contenuti superficiali?
La musica arriva sempre alle orecchie di chi vuole ascoltarla o di chi si sente disposto in quel determinato momento. A noi interessa avere un atteggiamento onesto verso noi stessi e verso chi ci ascolta, facendo della buona musica al massimo delle nostre possibilità.

E poi tutti finiamo su Spotify. Parliamo tanto di lavoro ma alla fine vogliamo finire in un contenitore in cui la musica diviene gratuita. Non sembra un paradosso? Come lo si spiega?
Sono sicuramente tempi difficili per associare le parole musica e lavoro, ma questo ormai si sa da un po’ e non crediamo abbia senso disperarsi troppo di fronte ai paradossi. Per noi la musica è lavoro e vita; semplicemente non potremmo fare altro, quindi stiamo sempre al passo per affrontare le nuove sfide e continuare a suonare con entusiasmo.

Dunque apparenza o esistenza? Cos’è prioritario oggi? La musica come elemento di marketing pubblicitario o come espressione artistica di un individuo?
Non ci sono aspetti prioritari. Tutto è importante. Se lavori sodo ma non vendi bene il tuo prodotto allora avrai costruito una catena con un anello debole, il che rende inutile tutta la catena. La musica è per forza l’espressione artistica di qualcuno, il quale ha per forza un’immagine, sia che se la costruisca da solo, sia che gliela forniscano gli altri, quindi la questione non si può ignorare. Bisogna esserne consapevoli e agire considerando tutti i fattori in gioco.

A chiudere, da sempre chiediamo ai nostri ospiti: finito il concerto della EMGO, il fonico cosa dovrebbe mandare per salutare il pubblico?
Di solito l’inno della EMGO è “Danze sulla polvere”, singolo del nostro secondo album, che rappresenta ciò che abbiamo sempre voluto trasmettere: Danzare e alzare un gran polverone! Ora probabilmente chiederemmo al fonico di mettere “Round the fire” perché in mezzo a quella polvere ci sta proprio bene un grande fuoco!

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