LE INTERVISTE DI JUST KIDS SOCIETY: DELGA

Intervista di Gianluca Cleri

Qualcuno forse se li ricorderà i Venice Downtown. Forse qualcuno… o forse è uno dei tanti nomi che colorano di storia undergrpound la nostra bell’Italia che va. E lui, Michelangelo Del Gaudio in arte DELGA, si misura poi con un percorso personale che qui approda dentro un disco interessante sin dal suo titolo, sociale sin dal suo titolo: “Super-fluo”. Detto questo detto tutto direi, pane unto a pennello per la nostra splendida rubrica… ovviamente sociale. A Delga le nostre consuete domande di Just Kids Society:

Questa stagione di Just Kids Society vuol parlare di futuro. Una cosa incerta sotto tanti punti di vista. Parliamo del suono tanto per cominciare. Ormai i computer hanno invaso ogni cosa. Si tornerà a suonare la musica o si penserà sempre più a come comporla assemblando format pre-costituiti?
La musica non ha mai smesso di essere suonata, e il computer a mio parere non è altro che un nuovo complicatissimo strumento. Come in ogni ambito, solo chi studia e si adopera per trovare la propria forma migliore avrà poi la conoscenza necessaria per produrre musica di qualità.

Sempre più spesso il mondo digitale poi ha invaso anche la forma del disco. Ormai si parla di Ep, di singoli. Di opere one-shot dal tempo limitato. Qualcuno parla di jingle come forma del futuro. E dunque? Se da una parte c’è maggiore diffusione, dall’altra c’è maggiore facilità di produzione. Dunque… chiunque può fare un disco. Un bene o un male?
Non è né un bene né un male tutta questa frenesia. È semplicemente diverso da prima, e il cambiamento non deve spaventarci.
Per me il paradigma è più o meno così: chiunque può fare un disco brutto, alcuni possono permettersi di fare dischi brutti che piacciano addirittura per un po’, ma i dischi belli e duraturi nasceranno sempre dalla dedizione originata da un sincero e necessario bisogno dell’artista di esprimere sé stesso.

La pandemia ha ispirato e condizionato molta parte dell’arte di questo tempo. Ma sempre più spesso gli artisti inneggiano ad un ritorno a cose antiche, ataviche, quasi preistoriche come certe abitudini, come un certo modo analogico di fruire la musica. Insomma, ha senso pensare che nel futuro si torni a vivere come nel passato?
Sono piccolo, ma da quello che tutti mi hanno raccontato deduco sia sempre stato così: andiamo avanti per inerzia, ci innamoriamo di qualcosa che poi diventa uno standard, poi ci rendiamo conto che quello che c’era prima era meglio, un loop infinito. Adesso ci siamo accorti che è figo avere una band, poi in futuro decideremo che Lil Wayne è stato una leggenda e verrà eretto un obelisco in suo onore, di conseguenza tornerà la trappaccia ignorante, poi l’obelisco verrà demolito per lasciar spazio ad un mausoleo per i Meshuggah, e allora andrà il Djent. A me piace vivere e non vedo l’ora di scoprire cosa andrà di moda quando sarò vecchio.

Ed è il momento di scendere dentro questo disco. Un gioco di parole interessante, un pop rock che sfida lo stato omologato del potere critico delle persone. “Super fluo” secondo te riesce a dialogare con la superficie insana delle cose? Ormai in questo tempo liquido, rapido, dove l’attenzione media è ridotta ai minimi storici…
Preferisco un parere sincero di cinque amici che l’hanno ascoltato davvero a fondo piuttosto che qualche centinaio di interazioni sui social. Smuovere la coscienza di una persona è un privilegio gigante.

Anche in questa stagione riproponiamo una domanda che sinceramente non passerà mai di moda anche se le statistiche un poco stanno dando ragione a tanti come noi. Parliamo tanto di lavoro ma alla fine vogliamo finire in un contenitore in cui la musica diviene gratuita. E Spotify è uno di questi. Non sembra un paradosso? Come lo si spiega?
Lo si spiega sopra un palcoscenico, ed ora che si può suonare a pieno regime i nodi vengono al pettine. È anche per questo che adesso stanno tornando le band dal vivo, ci eravamo scordati quanto fosse bello pogare ad un concerto di gente che sa suonare.

Siamo nel tempo dell’apparire. Come ci si convive? Si esiste solo se postiamo cose? E se non lo facessimo?
Adesso c’è BeReal che è fatto apposta per i cazzi altrui. L’ho scaricato e disinstallato subito perché non mi piaceva avere un feed pieno di istantanee di persone che fanno vedere cosa stanno facendo, dove e con chi. A volte dovremmo fregarcene di esistere ad ogni costo, si vive meglio.

A chiudere, da sempre chiediamo ai nostri ospiti: finito il concerto di Delga, il fonico cosa dovrebbe mandare per salutare il pubblico?
“Valvonauta” dei Verdena… “Serenity” dei Volumes… “Scogli” dei Riviera… e un bell’amaro Jefferson… ah non c’è… vabbhe allora un Amaro Luc… non c’è…  allora niente facciamo acqua!!!

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