RECENSIONE: I Cani – Glamour

Recensione di Claudio Delicato

Un nuovo disco de I Cani è la cosa migliore che ti possa capitare se hai voglia di passare un quarto d’ora a leggere un bel flame lanciato da utenti che, fra una proiezione ortogonale e un ripasso di educazione civica, intasano la sezione commenti di YouTube con infervorate invettive in caps lock su quanto gli piacerebbe che Niccolò Contessa facesse la fine di Bettino Craxi all’uscita dell’hotel Raphael il 30 aprile ’93.

Non sono fra i detrattori di questa one man band (che anzi mi piace parecchio), penso piuttosto che si sia parlato troppo del “fenomeno-Cani” a scapito dell’effettivo valore del loro disco, che forse solo ora si riesce a valutare con sguardo lucido. I Cani sono sopravvalutati? Forse, ma non è certo colpa loro. Sono musicalmente limitati, specie in sede live? Be’, abbastanza, ma non sono certo una band concepita per lasciare a bocca aperta dal vivo. Sono paraculi, costruiti a tavolino? No, non credo proprio: che vi piaccia o no, il loro Sorprendente album d’esordio era onesto, intelligente e ben scritto, e – nello specifico momento in cui è stato pubblicato e per il pubblico a cui si rivolgeva – aveva un senso, pregio non comune nel panorama musicale di oggi.

Paradossalmente croce e delizia de I Cani è stato il loro stesso pubblico, che li ha eretti loro malgrado a vessillo di un ambiente fatto di persone che non conoscono mezze misure: per dire “mi piace” dicono “genio” e per dire “non mi piace” dicono “cancro”. Un ambiente che fatica a parlare di altro che di se stesso, un ambiente paurosamente chiuso che non capisce che “c’è vita oltre RockIt” e “siamo sei miliardi, un po’ più di un pienone al Circolo.” Il danno della musica non sono certo i Cani, ma le migliaia di altri cantautori dozzinali e inutili che fanno cose sempre uguali dal 1970 a oggi.

Glamour è uscito all’improvviso il 22 ottobre per la sempiterna 42 Records dopo un silenzio durato oltre un anno, un paio di enignmatici post in Tailandese sulla loro pagina Facebook a ridosso del rilascio del disco e il singolo di anticipazione Non c’è niente di twee, che aveva lasciato presagire un cambio di rotta nel sound del gruppo a favore di sonorità più elettroniche, alle quali Contessa è legato dalle sue precedenti esperienze musicali (La Routine, TAVRVS). Cambio di rotta che mi aveva positivamente colpito, perché (i) scrivere un disco identico al primo non avrebbe avuto senso; e (ii) condivido in pieno ciò che Niccolò ha affermato in un’intervista del 2011 a Rivista Studio:

Mi sento molto lontano da uno come Vasco Brondi; lì il problema non è l’autenticità, è che il messaggio diventa intimamente contraddittorio nel momento in cui Vasco Brondi diventa Vasco Brondi e fa un secondo album in cui non entra minimamente il fatto di essere diventato Vasco Brondi.

E allora, I Cani hanno fatto un secondo album in cui entra il fatto di essere diventati I Cani? Be’, almeno in parte sì. Glamour non è radicalmente diverso dal primo disco: alcuni pezzi richiamano palesemente quel frenetico “pop rock composto al computer” del Sorprendente album d’esordio (Come Vera Nabokov, Storia di un impiegato, Lexotan), ma ci sono anche apprezzabili momenti in cui Contessa prova a fare qualcosa di diverso (per quanto l’elettronica anticipata dal singolo si limiti quasi solo al singolo stesso). È il caso dell’Introduzione o di Storia di un artista – in cui il ritmo è più lento e scandito e mi ha fatto pensare, oltre agli scontati Baustelle, ai Dresden Dolls – e di pezzi come Corso Trieste e FBYC (s f o r t u n a), dove si assapora un po’ di punk, seppur sia cosciente che di fronte a quest’affermazione un purista del genere mi fracasserebbe il cranio con una zampa di maiale imbevuta d’acido muratico.

C’è poi il caso particolare di San Lorenzo, che contrariamente alle previsioni – i bookmaker davano a 1.01 il fatto che parlasse dei punkabbestia che girano col cane nei dintorni del Tibur – è una curiosa ballatona, quasi una filastrocca, che nella sua semplicità risulta insieme a Storia di un artista il pezzo migliore del disco. Questa parziale svolta nel sound de I Cani potrà essere considerata riuscita o meno: di certo rende Glamour meno immediato del Sorprendente album d’esordio (in cui davvero faticavo a trovare una canzone che non funzionasse), ma ha il pregio di rendere questo disco meno monocorde del primo.

I detrattori di questa one man band continueranno comunque ad avere pane per i loro denti, dato che restano le citazioni trendy (Vice, Tumblr, Whatsapp, Roma nord), una poetica densa di sovrastrutture e una certa ostentazione della cultura del ricercato (Thurston Moore, il twee pop, Bianciardi), ma nel bene o nel male questo è il marchio di fabbrica de I Cani e della nostra epoca, che ha fatto dell’estetica nel senso più ampio del termine il proprio tratto distintivo. In Glamour, però, c’è anche la volontà di parlare di un mondo che vada oltre tutto ciò: le atmosfere malinconiche restano e funzionano quanto nel primo album, la brillantezza dei testi non si è esaurita anche se a tratti suona un po’ forzata e la capacità di elaborare liriche anche toccanti (Come Vera Nabokov) in cui molti possano riconoscersi è la stessa che ha portato al successo il disco d’esordio.

Non voglio concedermi all’abusatissimo stereotipo del secondo album come passo più difficile nella carriera di un artista, ma credo che chi ha un successo così largo e improvviso con un solo disco abbia davanti a sé due scelte: ripetersi o sfornare un’altra bomba del tutto diversa dalla prima. Qui non siamo nettamente in nessuna delle due categorie: Glamour non è certo The dark side of the Moon, come non lo era il primo LP, ma dà l’idea che Contessa abbia intenzione di continuare a fare musica senza puntare troppo sull’usato sicuro, e questo gli fa onore.

GLAMOUR – I CANI
(42 Records, 2013)

  1. Introduzione
  2. Come Vera Nabokov
  3. Corso Trieste [feat. Gazebo Penguins]
  4. Non c’è niente di twee
  5. Storia di un impiegato
  6. Roma sud [feat. Cris X]
  7. Theme from Koh Samui [feat. Cris X]
  8. Storia di un artista
  9. San Lorenzo
  10. FBYC (s f o r t u n a)
  11. Lexotan
  12. 2033 [feat. Matteo Bordone]
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