RECENSIONE: Molotoy – The low cost experience

Recensione di Graziano Giacò

Prendete l’autostrada interstellare direzione Cosmoelettrogonia, fate salire a bordo Barrett l’alieno mai restituito al suo nido d’albatro, i Can che battagliano con Beethoven sotto attento controllo della mente noir di Badalamenti immerso nel fiume sacro di Twin Peaks, il tutto diretto dai piedi sacri di Tarantino. Prendete synth , iPhone, programming, talkbox, aggiungete dosi sulfuree di chitarra, ritmiche languide di batteria, un violino straziante capace di far commuovere il rabbino più incallito, cello, un basso rotante degno dei migliori super-eroi fumettistici, mescolate il tutto all’interno di un vulcano e ne avrete un sound talmente innovativo da far smuovere persino un depresso laureato in suicidiologia che s’è appena affittato un loft all’interno della Statua della Libertà.

Superattack è il mantra iniziatico, da ascoltare a testa in giù, immersi in un acquario pieno di pesci led. L’ascolto provoca un lento rilascio di spermatozoi balenanti: si resta “incollati” alla trama come fossimo alla finale di una Coppa del Mondo, mentre una voce impastata ripete ossessivamente il titolo, per un’ipnosi da Ostia-Saturno solandata. Brain è il bourbon che Jack Nickolson utilizzava per scaldarsi durante le riprese di Shining: un tappeto enigmatico che manda in tilt il vostro cervello quasi foste Tommy degli Who alle prese con un flipper dantesco.

We are the volvo è l’allunaggio post-sperimentale: la navicella spaziale costruita dai Molotoy distoglie da ogni gravità di pensiero, impossibile non flettere il capo in versione pendulum. Holymount in the rain è un valzer morriconiano inserito in un acceleratore di frequenze cardiache, tra il miasma chimico di un noise ben calibrato ove poggia la sua piuma un classicismo da Lago dei cigni.

Kukkiko ronf è la pillola della buonanotte, soffice nei suoi candeggi ariosi, dolente nel suo incedere shakesperiano: romanticism is not dead. Magical history soup mi ricorda un film con Louis de Funes (La soup aux choux), un lento solletico che penetra le ossa del cuore e detta legge, costringendoti a rincorrere il tuo aquilone immaginario.

Mussaka è la mina ad alto tasso di serotonina di The low cost experience: una gemma che abbellirebbe persino un paesaggio cucito con spazzatura e rifiuti tossici parlamentari. La chitarra vince l’oscar come miglior interprete non protagonista (di questi ultimi anniluce). Per assimilare questo capolavoro balistico vi occorrerà lo stesso tempo che impieghereste per venirne a capo dalla fusione di un quadro di Dalì + Picasso.

Laqu è una foresta a forma di labbra, i denti si mutano in pugnali, ogni strumento va in auto-fibrillazione in un clima da Guerra Calda sotto il Muro di Berlino; note kamikaze preannunciano un Vietnam versione Blade Runner (“Ho sentito cose che voi umani…”). In chiusura, i dolori del giovane Werther e il testamento di Wilde 2.0 (Digital Bohemien). Se siete sopravvissuti, iniettatevi questo disco nelle vene.

THE LOW COST EXPERIENCE – MOLOTOY
(Modern Life, 2013)

  1. Super attack
  2. Brain
  3. We are the volvo
  4. Holymount in the rain
  5. Kukkiko ronf
  6. Magical history soup
  7. Laqu
  8. Mussaka
  9. Werther
  10. Digital bohemien
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