LIVE REPORT: Trentemøller @ Atlantico Live [RM] – 25/2/2014

Live report di Graziano Giacò

Trentemøller è un miscelatore di colori primari, un Morricone inviperito che trascina nel suo abisso, rivestito di suoni vellutati, maleducati, affabulanti e nichilisti, musicisti adepti che lo seguono nel suo incedere dantesco e noi cani dannati avvinghiati alle costole delle sue creazioni mefistofeliche, in trance ipnotica convulsiva, fluttuanti come le foreste illuminate dal pathos di Renoir.

Trent si è appena perso nella sua ultima profezia musicale (Lost, 2013): una sfilza di collaborazioni intriganti, relazioni pericolose che il folletto danese riesce a sbrigliare dal vivo con la classe del veterano e la follia del fanciullo: quando nel tuo disco finiscono i Low, i Ghost Society, Jonny Pierce dei The Drums, Kazu Makino dei Blonde Redhead e Sune Rose Wagner dei Raveonettes i finali possibili sono due: essere catapultati nelle viscere di Zeus oppure subire una multa per spreco di energie vocali in dotazione.

Marie Fisker abiura la sua identità e smembra la sua presenza in un puzzle capace di contenere tutti questi fantasmi di rilievo. La sua tonalità glaciale raffredda il nostro ardore vescicale: pur d’assimilare le sue digressioni canore e le sue espressioni facciali da palcoscenico vestito in bianco e nero (dietro l’attenta direzione di Wim Wenders) tratteniamo in corpo le birre bevute/mancate e ciondoliamo ai suoi (dis)ordini.

Mentre dal nulla s’elevano gabbie gigantesche al cui interno fibrillano luci disadattate, Trent resta nel suo nido dorato, circondato dai suoi fidati amici che non smette di violentare: il sequencer Ableton Live, il synth Microkorg e il Kaoss Pad 2/3, a cui aggiunge una danza delle mani al cospetto del theremin.

La Fisker improvvisa un balletto kraut-rock insieme alla seducente chitarrista e i Kraftwerk sono dietro l’angolo. Dopo aver sciorinato lunghi momenti di elettronica applicata agli strumenti, decadenze rock, ossessioni ambient, lunghe cavalcate a tre chitarre, incursioni bassistiche, batterie frustate a dovere con precisione elvetica, momenti intimi con xilofono e raccoglimento spirituale all’interno del ventre dell’essenza hard-wave, l’apoteosi finale si annuncia con l’arpeggio incantato di Lullaby dei Cure: Marie Fisker la prende contromano e srotola le sue capacità liriche intonando l’elegante Moan.

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