LIVE + PHOTO REPORT: FUTURE ISLANDS @CIRCOLO DEGLI ARTISTI [RM] 15/10/2014

Live report di Silvia Lo Bello

E’ la prima volta a Roma per i Future Islands e le aspettative sono molto alte. Forse perché Singles è probabilmente uno dei migliori dischi dell’anno. Forse perché quantomeno, incuriosiscono. Si distaccano un po’ da un un indie rock ormai troppo spesso omologato, tutto abbastanza simile, dando vita a qualcosa di veramente unico, originale e allo stesso tempo evocativo. E forse perché Samuel T. Herring è noto per le sue performance live, come dire, piuttosto intense. Mi stupisce subito un pubblico mediamente “giovane”. I Future Islands sono una band matura, con un retaggio synth-pop sfacciatamente anni ’80, mi aspettavo una platea un po’ più agée. Invece, soprattutto nelle prime file, è pieno di studenti, alcuni sembrano americani, e aspettano tutti i Future Islands. Sembrano gasatissimi. La cosa, in qualche modo, è confortante. Il concerto al Circolo Degli Artisti inizia alle 23:30, dopo l’esibizione di due gruppi spalla: i Fear Of Men, band indie-pop di Brighton, che ci presenta alcuni pezzi tratti da Loom, album di debutto in cui testi tristi e melodrammatici contrastano con l’interpretazione limpida e angelica di Jessica Weiss che rimanda, inevitabilmente, a una Dolores O’Riordan dei primi Cranberries. Seguono i Celebration, trio di Baltimora a cavallo tra il soul e la psichedelia, che esplode letteralmente sul palco in una sorta di delirio potentissimo, fatto di armonie spezzate e ritmi instabili. In questo equilibrio precario Katrina Ford sembra giocare con la melodia, dalle note più basse a quelle altissime, sicura, nella sua impeccabile padronanza vocale. E poi, eccoli. Samuel T. Herring entra in scena, saluta il pubblico, camminando in modo frenetico da una parte all’altra del palco. Bene, è pazzo. Si prospetta un bello spettacolo. Al trio si è aggiunto il batterista dei Double Dagger, Denny Bowen. In passato i Future Islands hanno potuto tranquillamente farne a meno, ma bisogna ammettere che, soprattutto in sede live, un batterista ci sta sempre molto bene. Si parte con Give Us The Wind, per poi proseguire con Back In The Tall Grass, che già dalle prime note di basso manda tutti in delirio. Herring ci travolge. Si dimena, balla, si getta per terra, suda e parecchio. Canta e mima i versi delle canzoni, li recita letteralmente, battendosi forte il petto, o puntando il braccio al cielo. Interpreta con ogni singola parte del corpo i testi delle sue canzoni, che parlano principalmente d’amore, in un’atmosfera euforica e allo stesso tempo oscura. Fa caldo, davvero molto caldo, e dopo mezzora è già completamente fradicio. Nonostante ciò non si ferma un attimo, ha un’energia incontenibile. E non si ferma il basso incalzante di William Cashion, protagonista inpezzi comeLight House, in perfetto stile New Order (il nostalgico accostamento viene naturale), accompagnato dalle onde malinconiche dei synth di Gerrit Welmers, squisitamente retrò in Spirits. La band di Baltimora ci saluta con una struggente Little Dreamer. Lo spettacolo è finito e direi che siamo tutti contentissimi e sudatissimi. Bravi, davvero. La sala lentamente si svuota ed Herring può andare a farsi una doccia. Direi che se l’è ampiamente meritata. Foto di Viviana Boccardi

Ti piace Just Kids? Seguici su Facebook e Twitter!

Comments

comments