RECENSIONE: A Toys Orchestra – Butterfly Effect

Recensione di Francesca Vantaggiato

Tento un’analisi testuale.

Dopo aver ascoltato Butterfly Effect a loop per almeno due settimane, mi è venuta voglia di prendere un taccuino per trascrivere e tradurre tutti i testi, e poi ricantarli uno ad uno. Mi è parso di sentire qualcosa di grave dietro tutte quelle canzoni. C’è come un’onda di tristezza che si alza e si abbassa, un po’ come fa l’umore di una persona ogni santo giorno: ti svegli incazzato, ma poi ti passa; ti rallegri pensando a quante cose hai ancora voglia di fare, ma poi ripensi un attimo al passato e diventi nostalgico, così giuri che farai follie durante la serata; quando poi ritorni a casa di notte, ti sale un’amarezza senza nome che ti annienta il sonno. E il giorno dopo ti alzi e ricominci a vivere.

La prima canzone, Made to grow old, ti fa pensare subito a quanti bicchieri hai bevuto in vita tua vita per far compagnia alla desolazione di alcune sere, tanto che “all the falling tears you drink are gonna make you drunk”. Ci sono fantasmi che non ti abbandonano mai, al punto da imparare a conviverci e a farteli amici, raccontandoti “a fairy tale for each of them”.

Chi di noi può dire di non avere rimpianti, di non aver toppato infinite volte, di non aver rovinato qualcosa in maniera irreparabile? A tutti questi errori è dedicata Fall to restart, un elogio agli sbagli e alle cadute che costellano le nostre vite, perché gli errori ci rendono umani e dobbiamo dedicare loro lo stesso tempo che dedichiamo alle nostre vittorie: “take your time to have a good cry / turn up the volume radio’s playing Hangin Round / sing aloud your sorrow”. E c’è solo un modo per risalire: “start to the end”.

Certo, la vita va presa anche con ironia, perché a volte non puoi farci proprio niente: è sempre colpa tua! Quando nel 1967 Antoine cantava che “qualunque cosa fai, dovunque te ne vai tu sempre pietre in faccia prenderai” non diceva il falso. Ci sono periodi in cui tutto va storto, soprattutto con determinate persone, come racconta Always I’m wrong: puoi pure decidere di rimanere zitto e immobile all’infinito, ci sarà sempre qualcuno che ti accollerà la causa persino dei suoi malanni: “every time I say ok you hear ko / and every single headache it’s a bit my fault”. Eh si, true story!

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Continuo a leggere i testi e mi viene naturale pensare a quanto la mia vita sia stata determinata da infiniti effetti farfalla che hanno fatto deviare le strade che avevo preso, fino a farmi diventare quella che sono. Quando sei giovane hai progetti, sogni, desideri e credi davvero di potercela fare. Sei sicuro che niente potrà scalfire la tua dignità, soprattutto se sei cresciuto a suon di punk e di centri sociali. Anche voi eravate come me, lo so, e anche il vostro motto era “all or nothing”, come dice All my heroes are all dead. Quanti sono rimasti fedeli a loro stessi? Quanti hanno tentato il tutto e per tutto pur di conquistare quello che volevano? Oppure siete rimasti fermi, “waiting for a kind of superman” che vi venisse a salvare? Se lo avete fatto avete perso tempo, perché “god’s praying in turn”. Quindi non vi ascolterà.

Poi arriva il momento del chissenefrega: della vecchiaia, del lavoro, della precarietà! Quando arriva il week end, sale la voglia di riscattarsi, di dimostrare che siamo ancora capaci di fare l’alba e che “ten thousand beers are not enough”. Quante notti sono come quella di Mirrorball, nella quali l’imperativo è “don’t give up” e la tua missione è “do my best to do the worst”? Vai a letto sognando strobo, ovunque. Ma quando poi ti svegli, la strobo ce l’hai nel cervello e maledici la tua immortale goliardia. Quando arriva il mattino, è il momento di svegliarsi: Wake me up è la canzone della realtà, quella in sei costretto a guardarti allo specchio. Non vuoi farlo, eppure c’è qualcosa che ti spinge ad aprire gli occhi. Succede la stessa cosa quando una storia d’amore finisce e, anche se non vuoi ammetterlo, sai che non c’è altro da fare. E allora desideri solo che la fine arrivi presto, per tornare alla pace: “hold my hand just one more time till you break my bones”.

Se le cose vanno male, sono due le strade da prendere: cadere più in basso per poi ripartire, oppure fuggire lontano per poi ricominciare. Questo è l’invito di C’mon, get out! Se davvero “the cosiest bed is six feet underground” allora è arrivato il momento di fuggire. Ma proprio lontano. Può succedere di allontanarsi talmente tanto da sé stessi da perdere l’orientamento e ritrovarsi soli, così soli che “there’s no more god to pray” come dice Quiver (traccia n. 8). Bisognerebbe imparare a convivere con la solitudine o bisognerebbe chiedere a chi c’è riuscito qual è “the way you’ve learned to walk alone”.

Questo disco mi sembra fatto su misura per i quasi trentenni che si guardano indietro e fanno due calcoli. Non so voi, ma io in vita mia ho conosciuto persone veramente folli: più andavo in giro e più ne incontravo. Ad un certo punto però ho cominciato ad avere intorno solo gente normale. Mary, la donna di cui si parla nella traccia numero 9, mi ricorda me stessa e tante ragazze che ho conosciuto da giovanissima, quando la tenera età ti rende una scheggia impazzita. Qualsiasi cosa tu dica a 18 anni “the words turn into ash on your tongue” ed hai una tale forza da affascinare tutti “cause everybody loves the way you burn / and all the world will burn with you!”. Sono certa che ognuno di noi ha conosciuto almeno una donna di nome Mary. Dove sono finite tutte quante?

Quando il disco va verso la sua fine, mi pare di sentire la stessa sottile infelicità con cui era iniziato: le ultime due canzoni, Take my place e All around the world, mi sembra raccontino di quello spirito di quasi rassegnazione che ogni tanto ci colpisce nel profondo e ci fa sentire le sole vittime di questo mondo cattivo. La prima è una sfida: se ti sembra che la mia vita vada bene, perché non te la prendi? La canzone recita “Take my cares and my questions / and all my fears if you dare” in un tono quasi sprezzante,perché nessuno si accollerebbe di prendere su di sé i problemi e le ansie degli altri, così ognuno va avanti con la vita che si ritrova tra le mani e “another because turns into a why/ another hello turns into a goodbye / another morning turns into a night /another promise turns into a lie”.

Sapete con quali parole si chiude l’album? “The end begin just where we start / all around the world”.

TRACKLIST – BUTTERFLY EFFECT
(Unavox/Alabianca, 2014)

  1. Made to grow old
  2. Fall to restar
  3. Always I’m wrong
  4. My heroes are all dead
  5. Mirrorball
  6. Wake me up
  7. Come on, get up!
  8. Quiver
  9. Mary
  10. Take my place
  11. All around the world

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