LIVE + PHOTO REPORT: ALT-J @MEDIOLANUM FORUM [MI] – 14/02/15

Recensione di Francesca

Non so bene cosa raccontarvi del concerto degli Alt-J al Forum di Assago, perché avevo uno di quei posti da sfigata sulla tribuna non numerata, lontano dal palco, in alto a sinistra, dove di solito ci sono i bagni. Ottima visuale su tutto e tutti, non c’è dubbio, ma niente a che vedere con lo stare sotto palco, a dieci centimetri dai musicisti, dove pure il fumo scenografico ti arriva in faccia insieme alle note e agli asciugamani lanciati da Joe Newman. Da lassù potevo vedere l’intero forum, ogni faccia e ogni smartphone degli undicimila paganti presenti al concerto. Erano davvero tantissimi: hipster, ragazze ventenni dalla pelle di pesca, qualche quarantenne evergreen, giovani adulti che, come me, rasentano i trenta. Veramente una marea di gente che appena ha visto entrare sul palco Gus Hunger-Hamilton, Joe Newman e Thom Green – accompagnati da Cameron Knight – è esplosa in un applauso istintivo e potente. Mi sono emozionata ed ero felice di esserci, anche se maledivo quella schifosa postazione sulla piccionaia del forum.

Gli Alt-J sono stati impeccabili: schierati su un’unica linea, vestiti di nero, circondati da fumo e fasci di luce, quasi immobili. Sembravano alieni provenienti da chissà quale galassia. Sono d’accordo al 100% con Francesco Riccardi di Onstage quando dice che al gruppo di Leeds, cui spesso si è voluta affibbiare l’etichetta della timidezza nerd, è bastata la professionalità per uscirne trionfatore perché effettivamente non ne hanno sbagliata una, erano concentratissimi sui loro pezzi, non si sono fatti distrarre da nulla, neanche dalla distesa di fiammelle da accendino che si sono accese una dietro l’altra sulle note di Warm Foothills e che hanno suscitato il very british “It’s unforgettable!” pronunciato da Gus Unger-Hamilton.

Nonostante la mia posizione in piccionaia nella tribuna non numerata sia la causa di una buona dose di insoddisfazione, sono altresì convinta che gli Alt-j siano un gruppo fenomenale. Sono riusciti ad emergere dall’oceano imbottito e dilagante della musica underground europea, creando canzoni delicate, introspettive, di grande emotività. Trovo infatti che il loro secondo disco This is all yours sia ermetico, straziante ed estraniante anche più di An awsome wave.

Quello che ho pensato durante il concerto, oltre al fatto che fossero musicalmente p-e-r-f-e-t-t-i, è che gli Alt-J stanno percorrendo quella che credo sia la direzione principale intrapresa dalla musica di oggi: la ricerca di una soluzione unica che renda complementari i suoni elettronici con quelli strumentali, che riesca a far dire ai synth e alle drum machine quello che chitarre e bassi non riescono a dire da soli. E non ne sono in grado perché la realtà di oggi è così complessa, così stratificata, così incasinata che a volte da soli non bastano.

Eppure, ho la sensazione che in questo concerto sia mancato qualcosa. Un segno che mi convincesse che gli Alt-J fossero davvero felici di essere lì con noi, su quel palco, a suonare per quelle undicimila persone. Ad esempio, che bisogno c’era di uscire dal palco prima del termine del concerto per poi rientrare, a mo’ di bis? Questa cosa si chiamerebbe bis e avrebbe senso solo se la canzone venisse  suonata per la seconda volta a grande richiesta del pubblico. Sennò è una furbata. Tutti noi SAPEVAMO che non se ne sarebbero andati senza suonare Breezeblocks. E infatti sono rientrati per suonarla e si sono beccati l’applauso. Sono ben consapevole che si tratta di una prassi adottata dalla maggior parte delle band durante i live, ma trovo che sia una cosa fastidiosa e credo che non mi ci abituerò mai.

Eppure, ancora mi sento di ripetere che ho la sensazione che in questo concerto sia mancato qualcosa. Qualcosa che mi convincesse che fosse determinante per me essere lì in quel momento, anziché starmene a casa, con This is all yours a palla nelle cuffie, chiusa nella mia paranoia, sola, a fumare sigarette e ad ascoltare già solo quell’Intro di 5 minuti che ti trascina via in un abisso a spirale disegnato dalla sua ripetitività incessante. Starmene sdraiata sul letto, nelle penombra, lasciandomi rapire dalla sensualità e dall’ossessività di Every other freckle che suona al massimo volume nelle mie orecchie. Starmene immobile a pensare alla mia solitudine, ascoltando quel verso di Pusher che fa “the idea of life without company fell suddenly / It crashed through the ceiling on me / And pinned me to the pine /And layer upon layer of hope and doubt / Will crush bones to oil in time“.

Quello che voglio dire è che forse non tutta la musica è fatta per essere suonata e ascoltata live in un forum con decine di migliaia di persone tutte intorno. Certa musica è intima, individuale, fatta per cullare la solitudine di ognuno di noi, musicisti compresi. Come invece altra musica è e può essere solo collettiva.

O forse sto solo rosicando perché stavo nella tribuna non numerata.

Foto di Noemi

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