SBEVACCHIANDO PESSIMO VINO: THE DREAMERS

di Paolo Battista 

Ogni volta che Pat stringeva le bacchette tra le mani nerborute sentiva lo stomaco implodere, il cuore ticchettare più veloce e la mente librarsi verso mondi sconosciuti al di fuori di quei momenti irraggiungibili. Batteva il tempo colpendo i legni tra loro, poi si buttava anima e corpo tra le pelli sabbiate, la cassa sbuffante, le aste luccicose, i piatti dorati simili a pianeti schiacciati di qualche costellazione inimmaginabile.

Ci dava dentro mimetizzandosi allo strumento e sfogando tutte le sue frustrazioni, e i litigi col padre e i silenzi della madre; immaginava di colpire le loro facce frustandole con dei rimshot taglienti e corposi, si armonizzava al suono del basso che Jimmy pompava furioso e corporale, la chitarra distorta di Michy faceva il resto e il riff, picchiato deciso sulle corde metalliche, canalizzava le energie di tutti in un momento magico e ogni volta irripetibile. Fottuta Magia che Nessuno Poteva Capire! Non c’era niente di meglio per Pat, niente! Neanche scoparsi qualche ragazzina col sogno da groupie. A ventanni l’unica cosa che gli interessava era suonare la sua musica ( anche da solo ), farsi ogni tanto e si, scoparsi qualcuna, ma senza coinvolgimenti, insomma niente d’impegnativo se voleva raggiungere il suo obiettivo.

Era sempre stato abbastanza ambizioso Pat e avrebbe fatto qualsiasi cosa per dare una svolta alla sua vita del cazzo, qualsiasi cosa! Dell’università non voleva saperne e la cosa peggiore era che suo padre pensava che era un fallito mentre sua madre non esprimeva nessun giudizio per paura di essere picchiata. Era soprattutto per questo che avrebbe fatto qualsiasi cosa, anche se voleva dire vendere l’anima al diavolo, come quel chitarrista blues americano. Anche Michy la pensava così, e non era un caso se era diventato il suo migliore amico. Certo era molto diverso da Pat: Michy aveva i capelli scuri e Pat biondi, Michy era più robusto e Pat era magro, quasi pelle e ossa, Michy era istintivo e Pat più riflessivo, ma sugli obiettivi da raggiungere non c’erano dubbi: volevano essere delle rockstar e volevano entrambi sfornare dischi a palate, volevano suonare davanti a migliaia di persone e volevano allontanarsi dallo schifo di periferia da cui provenivano.

Tutto per la musica! La loro era una vera passione, ce l’avevano dentro, marchiata nel sangue; anche se non si spiegavano com’era possibile, visto che nello loro flaccide famiglie nessuno faceva il musicista e neanche suonava qualche strumento. Ma forse proprio per questo si sentivano così unici e speciali, forse proprio perché era una cosa solo loro e di nessun altro. Nessuno poteva avanzare diritti, nessuno poteva farlo al posto loro. Solo Jimmy, diciamo che, spesso si faceva distrarre da cose un pocchino più frivole ma “ comunque necessarie “, come amava ripetere. Jimmy infatti non pensava ad altro che a farsi più ragazze che poteva, adorava la fica e la birra, e non c’era concerto che non finiva nei cessi a scoparsi qualche puttanella bionda strafatta di mdma. Ma comunque ci si poteva fidare di lui, anche se Pat era convinto che un giorno o l’altro una di queste ragazze avrebbe messo l’amico nei guai.

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Insomma anche Pat finiva a letto con qualche tipa diversa ogni settimana e Michy faceva lo stesso, anche se le sue prede erano spesso del suo stesso sesso, ma questo non significava che dovevano incasinare tutto per colpa di qualche stronzetta/o succhiacazzi. “ Questo è il momento giusto per allargare i nostri orizzonti “, tuonava Jimmy cullando la chitarra tra le braccia tatuate, “ se non ora quando! “, e Pat pensava che si! forse l’amico aveva ragione, solo che lui non voleva perdere tutto quello che avevano ottenuto e per questo era sempre abbastanza severo con se stesso e con gli altri quando palesemente si allontanavano dal loro obiettivo principale, la musica. Già la sua vita era un inferno, non c’era giorno che suo padre non tornava a casa ubriaco cagando imprecazioni sulla sua faccia corrugata nervosa e giovane, i suoi biondi capelli lunghi e i suoi occhi celesti e sconcertati.

La maggior parte delle volte Pat scappava via di corsa, afferrava le chiavi della saletta, un buco di garage della famiglia di Michy, e si rifugiava in quello che però era il suo mondo, il loro mondo, il mondo dei The dreamers ( questo il nome della band ), e starsene per ore rinchiuso a sudare sulla sua Ludwig d’annata, argentata come i sogni, come code di comete, gli dava nuova linfa; almeno quello gli procurava piacere; e se ne stava lì, per ore, a leggere, ad ascolatare cd, a suonare, ad aspettare che uno dei ragazzi si facesse vivo per sbattere qualche ora senza affogare nella disperazione.

Certe volte quando non c’era nessuno, metteva su qualche pezzo dei Tv on the radio, dei Roots, dei primi Radiohead, dei Depeche Mode, s’infilava le cuffie e ci dava dentro sognando di essere su un palco gigantesco; ad occhi chiusi si concetrava sul sound e s’immaginava a suonare con Dave Gahan o Tom York; dopodichè si scolava qualche birra e se aveva dell’erba si rollava un paio di canne pensando che un giorno o l’altro ci sarebbe salito realmente su un palco così, con i The Dreamers: era la sua vita, era la vita che aveva scelto, era la vita che aveva scelto lui!

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