LE INTERVISTE DI JUST KIDS SOCIETY: ALFONSO DE PIETRO

di Gianluca Clerici

Sarebbe metaforico e significante il gesto di alzare il volume. Altrettanto rappresentativo quello di cambiare stazione radio piuttosto che di interrompere il segnale. Se la prima è tutto ciò che speriamo accada in Italia la seconda è l’immagine distruttiva di quello che per anni e per molti versi ancora continua ad esistere nel nostro paese. La lotta alle mafie come lotta sociale, di cultura come di impegno civile. E di impegno civile che parla e che canta Alfonso De Pietro, in questo nuovo disco dal titolo “Di Notte in Giorno”. Lotta e rinascita contro una delle piaghe più importanti del nostro paese. E chiamarla Mafia sarebbe riduttivo…il punto di vista di Alfonso De Pietro alle domande di Just Kids Society

Fare musica per lavoro o per se stessi. Tutti puntiamo il dito alle seconda ma poi tutti vorremmo che diventasse anche la prima. Secondo te qual è il confine che divide le due facce di questa medaglia?
Si tratta di una linea sottile, di un equilibrio perennemente instabile, di sicura provvisiorietà, diciamo… È una “materia” complessa, di cui non si può dare un’interpretazione generale, universalmente valida. Posso rispondere in base alla mia scelta. Non che la dimensione intimista sia meno “condivisibile”, ma fare musica che abbia anche una funzione sociale, credo possa ipso facto contribuire a ridurre la differenza tra le facce di questa stessa medaglia. Almeno dal punto di vista squisitamente artistico. Poi, quanto tutto questo incontri il “mercato” e quanto dia la possibilità di vivere professionalmente di musica, è tutto da vedere… L’aggravante è che la musica è trattata come una merce qualsiasi, subordinata alle fredde logiche commerciali. Non solo. Soprattutto nel nostro Paese, il problema è culturale, per cui la domanda che rivolgono a chi dice di fare il musicista è: Sì, ma di lavoro che fai?

Crisi del disco e crisi culturale. A chi daresti la colpa? Al pubblico, al mercato, alle radio o ai magazine?
Non parlerei di “colpe”… Piuttosto direi che è lo spirito del tempo. E il nostro tempo è caratterizzato innanzitutto dall’azione di consumatori, più che di cittadini. Il mercato è il dominus che determina le scelte. Ricordiamo l’affermazione di Pasolini? C’è una sola ideologia che unifica tutti: l’ideologia del consumo. E poi questa è “La civiltà dello spettacolo”, per citare il titolo di un saggio di Vargas Llosa, in cui è scomparsa la cultura, assassinata dall’intrattenimento. Per cui, opere artistiche troppo complesse, “impegnate”, sono pallose! Non si può “tediare” il pubblico pagante! “Panem et circenses” credo sia ancora la linea di condotta del potere, a tutti i livelli. Quindi, buon divertimento a tutti noi! Basta non si pensi troppo e non ci si affligga… e “facciamo finta che tutto va ben!”, che non a caso era la sigla di apertura di Onda Pazza, il programma satirico di Peppino Impastato su Radio Aut. Ciò detto: eppur bisogna andare! Per (r)esistere…

Una domande che per te e per il tuo progetto acquista un valore maggiore. Parliamo di informazione: secondo te l’informazione insegue il pubblico oppure è l’informazione che cerca in qualche modo di educare il suo pubblico?
Questo è un punto cruciale e credo che ci sia un equivoco di fondo. Si pensa che si debba proporre solo “ciò che la gente vuole”. Ma questo sottintende un grave pregiudizio verso la maggioranza dei “consumatori”; equivale a dire: è opportuno fornire loro un “prodotto” culturale accessibile, di bassa qualità, considerata la loro scarsa “cultura”. Ma se mai l’informazione si pone un obiettivo anche formativo, mai la “preparazione” del pubblico raggiungerà livelli di comprensione di certe opere, apparentemente ostiche e, come tali, non proponibili. Peraltro, ogni volta, il pubblico smentisce questi cosiddetti guru della comunicazione e si dimostra più attento, più sensibile e più curioso di quello che “i soloni” del business culturale pensano… Allora, mi sorge il dubbio: siamo sicuri che “il potere”, in senso lato, sia interessato alla crescita culturale dei cittadini?

Musica d’autore tinta di jazz, pregna di grandi messaggi. Discograficamente parlando, quanto – in qualche modo – questa musica si arrende al mercato? Quanto invece cerca altre vie di fuga per la sopravvivenza?
Io rovescerei la prospettiva: è il mercato che si arrende a questa musica, semmai… Nel senso che un artista, se ha davvero qualcosa da dare e da dire, deve poter essere libero di esprimersi nel modo più naturale, nella propria autenticità. Solo in un secondo momento si dovrà misurare la capacità di quel bene culturale – non prodotto – di comunicare. Certo, se chi gestisce ed orienta il “mercato” crede che questi tipi di proposte non siano abbastanza “remunerativi”, non abbastanza “merce”, non offrirà mai vetrine valide e diffuse. E per quelli come me rimarrà una nicchia di appassionati, di cui vado fiero, ovviamente. La via di fuga, quindi, come la definisci tu, può essere innanzitutto la raccolta fondi collettiva (crowdfunding) che, dal basso, va a ricercare sostegno per la produzione e la promozione… Come ho fatto per quest’ultimo disco, per cui ho ricevuto un abbraccio davvero inaspettato da parte di tantissimi che condividono il mio percorso artistico e di vita. E soprattutto suonare suonare e ancora suonare! Il live, l’incontro è fondamentale per chi, come me, può e deve stare sul palco a cantare e raccontare.

La vera grande difficoltà di questo mestiere? Per te che hai grandi storie da raccontare…
Come per tanti, sopravvivere al nulla che ci circonda… E mi riferisco al vuoto culturale che viene alimentato da chi non ha interesse a farci pensare, riflettere, agire. È chiaro che l’alibi sarà sempre quello del mercato, che non “recepisce”. Ma è un circolo vizioso: meno si promuoverà la conoscenza di certe proposte, sempre più difficilmente si troverà o si creerà un pubblico pronto ad accoglierle, a comprenderle. Mai si riconoscerà la funzione pedagogica dell’arte, mai si formerà una collettività aperta e formata alle proposte di un certo spessore.

E se avessi modo di risolvere questo problema, pensi che basti? Nel tuo caso specifico… può bastare?
Ma sai, a quel punto s’innescherebbe un circolo virtuoso: presenza sui media, pubblico e critica che conoscono, giudicano, seguono… Maggiori presenze ai concerti, e così via. Certo, non sarebbe sufficiente, ma per continuare sul piano dell’utopia, direi: educare ad un certo ascolto fin da bambini, nonché allo studio di uno strumento, valorizzare gli studi umanistici, che vengono sempre più considerati inutili, (ri)scoprire il valore della poesia e della letteratura. Per dirla con il bel saggio di Nuccio Ordine, bisognerebbe valorizzare “L’utilità dell’inutile”, perché è proprio con le attività considerate superflue (o economicamente non convenienti) che possiamo pensare un mondo migliore e coltivare il sogno di poter cancellare ingiustizie e disuguaglianze, che dovrebbero pesare sulle nostre coscienze. E dovere di un certo tipo di canzone d’Autore, nello specifico, dovrebbe essere proprio questo. E andrebbe sostenuto, in primis, da un servizio che voglia ancora definirsi “pubblico”.

Finito il concerto di Alfonso De Pietro: secondo te il fonico, per salutare il pubblico, che musica di sottofondo dovrebbe mandare?
Certamente strumentale, che lasci spazio ai pensieri di chi, dopo aver ascoltato musiche e parole “pe(n)santi”, ha bisogno di (ri)pensarle a modo suo, farle sedimentare ed elaborarle, semmai, riascoltandole qualche giorno dopo dal cd che – bontà sua – vorrà acquistare! Allora, penso ad un saluto, comunque in ambito jazz, con qualche mito, e penso a Chet Baker, piuttosto che Bill Evans o Charlie Parker… Ma sento adatto anche un bel disco di Einaudi. Per chiudere in raffinatezza.

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