INDIEPEDIA: Skin Graft Records, 1994 – 2001

di Fabrizio Morando

Skin Graft è sostanzialmente una casa editrice di fumetti che ogni tanto produce qualche disco”. Con queste parole Mark Fisher etichetta la sua creatura nata nel 1986 con la collaborazione dell’amico Rob Syers, nella Chicago effervescente e colta di quei anni intensi e pieni di energia creativa.

Skin Graft Comix #1, la prima uscita editoriale del marchio, è partorita in quel periodo come un lavoro artigianale di copisteria che i due amici hanno messo insieme ai tempi del liceo. Il gruppo dei Dazzling Killmen, innamorati a prima vista dei forti timbri punk-rock del fumetto, chiese a Mark di produrre alcune strisce per un sette pollici che avrebbe rappresentato l’esordio della noise-band locale, e da lì è nata la vera anima dell’etichetta, quella ibrida tra il disegno e la musica.

L’etichetta è in gran parte responsabile nella contestualizzazione del cosiddetto genere Now Wave, una versione aggiornata del più famoso No Wave nato alla fine degli anni ‘70. Skin Graft ha quindi pubblicato i lavori di numerose band locali e internazionali indirizzate a questo genere poco popolare, molte delle quali hanno iniziato a mostrare un atteggiamento irriverente verso la musica, molto spesso affiancato da “mood” provocatori ed estremi nel modo con cui la musica stessa veniva rappresentata. Era molto facile infatti trovare i pupilli di Mark Fisher e Rob Syers su di un palco indossando costumi stravaganti o con i volti ricoperti di vernice: l’intento era proprio confondere la realtà con la finzione, la forma fumetto, appunto.

Tra le molte band che hanno registrato per l’etichetta nomiamo gli stessi Dazzling Killmen, i Brise-Glace (con Jim O’Rourke), Cheer-Accident, Zeek Sheck, i Chinese Stars, i mostri sacri che sono attualmente icone di culto noise come Flying Luttenbachers e Lake Of Dracula, e gli immortali Colossamite, Shorty e US Maple.

In linea con le origini del marchio, molte uscite discografiche (in particolare 7 “dischi e LP) hanno incluso mini fumetti come inserti. L’etichetta ha utilizzato anche imballaggi non tradizionali con alcuni dei loro prodotti di punta: le copie in vinile dei primi album dei U.S. Maple sono stati confezionati in fogli di metallo, e nel 1998 un EP senza titolo dei Colossamite è stato abbinato un frisbee 5 pollici di vari colori, uno dei quali è in bella esposizione, con orgoglio, nella mia libreria. Ancora adesso i due cattivi ragazzi che nel frattempo hanno messo famiglia in Europa sono ancora fermamente attaccati all’appartenenza della produzione musicale agli oggetti fisici e si appoggiano ai canali di distribuzione virtuali sui social controvoglia, e solo per necessità di sopravvivenza.

Dal 1994 al 1998, e nel 2002, la Skin Graft ha curato le prelibate OOPS Fest, con molte delle sue band presenti, trasudanti di manifestazioni collaterali e vari stili di performance art basate sull’improvvisazione, a dimostrare che l’etichetta continua a vivere di varie forme artistiche e non solo di aspetti legati alla musica e all’editoria.

Arab on radar – Ascolto Consigliato: Yahweh on the Highway (2001)

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Questa è roba dannatamente hardcore, cazzo. Non sapevo di questa band e l’ho scoperta solo molto tempo dopo la loro scomparsa, e danno il mondo per non avermi saputo indicare prima la strada verso questa meraviglia. Non credo di aver sentito mai altro gruppo che suona in modo cosi bizzarro un insieme di generi che vanno dal noise-rock ad un hip-hop depravato e arrangiato con toni di matrice retrò, roba che accade solo quando band come Germs, Captain Beefheart and the Magic Band, Beastie Boys ed una versione acida degli Eels si fondono in qualche modo in una stessa entità. La sfida lanciata dagli Arab on radar in questo lavoro è che il tutto tenda quasi all’inascoltabile, la qual cosa se ci pensate sfocia nel tremendamente eccitante: bisogna retrocedere ad un istinto di animale per arrivare ad apprezzare questo contrabbasso distorto e paranoico e queste chitarre che potrebbero esistere o non esistere, a seconda della prospettiva con la quale si guarda e si ascolta. Ultraterreni.

Dazzling killmen – Ascolto Consigliato: Face of collapse (1994)

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È difficile credere che questo disco abbia più di 20 anni, e cosa ancora più sorprendente è che si trovi ancora una spanna sopra una moltitudine di band “mathy-rock” noiosamente tecniche che sono sorte come la gramigna da una decina di anni a questa parte. Questa meraviglia accade quando alcuni studenti con orientamento jazz che sapevano molto a proposito di improvvisazione riuscirono ad affrontare lo spettro post-rock reso noto da artisti del calibro di Blind idiot God e Slint ed esorcizzarlo con una vena hardcore, sviluppando una miscela che appare ancora oggi attuale e innovativa. Le chitarre con forte spinta free jazz e contaminate di vero rock progressivo sono sapientemente dirette da quel genio di Blake Flemming, noto ai posteri come il di lì a poco batterista dei Mars Volta.

Le canzoni di questo disco sono selvagge, ma intrise di un’energia folle e grezza che solo questi ragazzi di Chicago hanno saputo manipolare con tale abile maestria. La loro musica è intensa e spaventosamente frenetica: raccoglie la tecnica di una band prog rock seminale come i King Crimson per poi trasportarla con sapienza verso territori desertici e caldi propri di gruppi di impronta più moderna come i Dillenger escape plan oppure i Don Cabellero.

Le voci in questo disco sembrano essere gridate da un internato: si può quasi percepire il sudore e lo sputare bile misto a salivazione, gettato in giro per lo studio come innaffiatoio farebbe in un prato inglese. Face Of Collapse è un golem inarrestabile che ti afferra per la gola e si rifiuta di lasciarti andare fino a quando ti abbia svuotato di ogni goccia di sangue e di ogni organo interno. Spaventosi.

U.S. Maple – Ascolto Consigliato: Long Hair in Three Stages (1995)

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Al primo ascolto di questo album, alcuni pensieri mi vennero in mente: “Tutto questo può essere permesso in un lavoro discografico? Cavolo forse si è rotto qualcosa nel mio stereo, fammi dare un occhiata.. o aspetta… falso allarme sono solo ubriaco perso, ecco!”. Questa sound machine arrancante e destrutturata pareva aver rotto tutte le regole di quello che ho sempre creduto essere il blues. Nulla era percepito come melodico, non c’era lirica e schemi armonici, i ritmi erano di traverso e senza filo logico, tutto sembrava solo accadere. Rock’n’roll smontato e ri-avvitato alla cazzo di cane, oltre ogni concetto di buon senso.

Questo è il brevetto U.S. Maple, brevetto che eleva questo album a icona; assolutamente un “must have” per qualunque collezione discografica del genere. Magic job e The state is bad rappresentano i veri momenti salienti del disco: la prima ad esempio è il paradosso di Zenone in musica, con una linea di power-bass che ricorda Goat dei Jesus Lizard ma poi diluita in parti di chitarra che sembrano suonare come “Il volo del calabrone” di Korsakov. Dallo stordimento iniziale in pochi minuti mi ritrovai a ballare come un deficiente completo nel mio salotto: avevo scovato l’essenza del genio. Il buon vecchio Al Johnson è dotato di una spavalderia disarmante, disperdendo sillabe dalla sua bocca nel modo più indecifrabile possibile, a definire quasi una nuova forma di canto, sbilenca ed essenziale.

I chitarristi Mark Shippy e Todd Rittmann irrorano il tutto con un meshing impeccabile tra controllo del tempo e armoniche: le strutture ritmiche sono tagliate e incollate nei punti più difficili, evidenziando un talento immenso e davvero non convenzionale. L’esecuzione è perfetta e viene condotta in modo naturale, quasi in nonchalance. Un album straordinario, un susseguirsi di riff alieni in una (de)struttura musicale che alfine è poesia. Primo album di una band che metterà a dura prova i canoni della forma canzone. Eterni.

Melt banana – Ascolto Consigliato: Scratch or Stitch (1996)

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I Melt Banana di Tokyo rappresentano l’industrial-terrorist-Dada-rock YIN contrapposto al sound hippie-experimental YANG dei Boredoms, un attacco bellico di tamburi punked-out, slap di basso, strilli di chitarre selvagge, un cantato acuto che suona come se fosse urlato da una bambina di dodici anni con un grave problema neurologico.

Cominciando con l’assalto di un serial killer armato di martello pneumatico (Plot in a pot) il disco si dipana attraverso 22 canzoni in circa altrettanti minuti. Scratch or Stitch mantiene costantemente un volume a manovella e una velocità di 200 km\h, senza lasciare che questa lucida follia si plachi neanche per un fottuto secondo.

Va tutto bene però, perché Yasuko O., Agata, Rika e Sudoh sono musicisti provetti e la loro performance è davvero impressionante, se si pensa che ogni loro scardinata esplosione noisy è al 100% intenzionale, anche quando su primi passi sembri una trasandata improvvisazione. Spesso paragonati alla scena noise-rock di Providence come i Lightning Bolt o i Sightings, i Melt Banana li vedo molto più simili ad un Frank Zappa nato al tempo del punkabbestia dalla relazione tra Syd Vicious e Nancy Spungen. Li ascolto quando sono depresso o quando ho una forte spinta verso il sado-masochismo, alzo a palla lo stereo e mi lascio trapanare. Melt-Banana. Perfetto.

The Flying luttembachers – Ascolto Consigliato: Revenge of the flying luttembachers (1996)

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Qualcuno di voi ha mai sentito parlare di questi ragazzi? Se la risposta è no, non avete idea di cosa vi siete persi. I Flying luttembachers possono distruggere in voi ogni concetto di musica o di armonia arrivando comunque a servire a tavola un ensable di piatti al limite della perfezione, come direbbe il nostro chef preferito Carlo Cracco. Le portate comunque non sono molto variegate: rumori di primo, rumori di secondo e altri rumori di contorno e dessert. Assolutamente raccomandato per le persone che sono annoiate con il rock e vogliono “qualcosa di forte”. Decisamente non consigliato ai cardiopatici e in linea generale a chiunque abbia malattie di carattere nervoso, sempre se non voglia spendere il sudato cedolino in medici e strizzacervelli.

La band in questo disco è totalmente diversa dalle line-up precedenti (con l’eccezione del leader indiscusso Weasel Walter) e anche la musica prende una piega insolita dai lavori che hanno preceduto: qui si ci strugge con un metal / grindcore-imbevuto e mescolato alla “Luttenbachers” maniera in un monolite no wave. Le tracce di questo album – e sono solo su due, come le corna di satana – sono scritte e interpretate dallo stesso Walter e dal polistrumentista Bill Pisarri. Si tratta di un disco magico e incredibile, uno dei migliori titoli del genere. E come Mr. James Brown in persona avrebbe detto: “They’re good ‘cause they don’t hesitate!”.

Buon Ascolto a tutti.

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