INDIEPEDIA: Touch & Go Records, 1990 – 1997

di Fabrizio Morando

La storia che conta della Touch & Go inizia più di trent’anni fa, quando la sua prima breve infausta avventura come rivista hardcore-punk fu, grazia di Dio, accantonata per diventare ufficialmente un marchio che di lì a poco avrebbe fatto la storia delle label indipendenti in America. Corey Rusk, il bassista di una band metal-hardcore di alternante fortuna (Necros), salì a bordo della nave nel 1981 e ne mutò la rotta, puntando barca e marinai verso la produzione di materiale scomodo, abrasivo, aggressivo e anticonformista, ma con una delle più sublimi impronte rock di ogni tempo.

Situata a metà strada tra le pratiche commerciali non convenzionali e idealistiche come l’handshake discografico (usava dividere gli introiti al 50% tra la produzione e l’artista) e la mentalità di gran lunga più egoista e produttiva della Dischord, la T&G ha resistito per molti anni al mare tempestoso delle minuscole label periodo pre-MTV, attraversando la corsa all’oro alternative-rock dei primi anni ’90 sino ai tempi tumultuosi più recenti dominati da iTunes e dal mercato dei social network. Anche se le prime release discografiche portano il nome di Negative Approach e The Fix, evidenziando gli strascichi metal hardcore covati per anni nel grembo di mr. Rusk e i suoi Necros, gli anni ’80 videro la T&G svoltare definitivamente verso la follia musicale acido-dirompente dei Butthole Surfers, l’industrial-rock di Steve Albini e i suoi Big Black, sino ai territori pseudo-politicizzati e noisey dei Killdozer. Prima della triste mercificazione del rock alternativo, arrivata a cavallo degli anni ‘90, band come Urge Overkill, Jesus Lizard e Slint hanno contribuito in massa a costruire pagine epocali di musica verace e genuina dove non si poteva trovare un artista uno ad un livello sotto quello dell’eccellenza.

Tempi recenti hanno visto alterne fortune per la T&G. L’impatto negativo di download illegale sulla scena indie, il cui reddito principale proviene ancora dalle vendite discografiche di vinili e CD, è significativo. T&G adesso è solo una delle tante etichette indipendenti che sono costrette a restare a galla con qualunque mezzo, spinte spesso dalla sola passione per il mestiere: pochi anni fa Corey Rusk ha annunciato un ridimensionamento importante come l’unico modo per garantire la sopravvivenza del marchio. Meglio cosi che la definitiva scomparsa, per noi e per la musica tutta.

  • Girls vs Boys – Cruise Yourself, 1993

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Il disco fa a gara col precedente Venus Luxury n. 1 baby per la palma di pietra miliare del gruppo, o perlomeno di opera che ne definisce al meglio il loro complesso ecosistema sonoro. Ascoltato ancora adesso dopo vent’anni suona come brillante e moderno, un vulcano di infinite idee e tendenze del periodo ma miscelate con insolita vena creativa. Si spazia tra le aggressioni chitarristiche di scuola Fugazi sino ai fantasmi new wave dei Gang of Four, sfocianti in mantra ritmici ossessivi con rifermenti anche troppo espliciti alla musica techno. Il cantante chitarrista Scott McCloud evoca un canto cinico e quasi monocorde, intriso di testi recanti storie di alcool, sesso, e depravata noia metropolitana. Meravigliosi e apocalittici.

  • Brainiac – Hissing prigs in static couture, 1996
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Sciabolata di pseudo-noise deviante, suono scalcinato, elettrico e destrutturato ma avanti di decenni rispetto a qualsiasi timeframe temporale, i Brainiac (Dayton – Ohio) rappresentarono realisticamente una sferzante e vitale boccata di ossigeno e di vera innovazione. Descriverli a parole è impresa ardua: immaginate una sbilenca rivisitazione dei primi Devo (letteralmente omaggiati nella track Nothing Ever Changes) e aggiungeteci l’estro dei Dead Kennedys con al posto del basso un paio di Commodore 64. Si ascolti soltanto l’episodio più significativo del disco: la devastante I Am A Cracked Machine – quasi 5 minuti di follia “pop” visionaria – per farsi un’idea precisa di cosa dovrebbe essere la musica che si voglia fregiare del titolo di Alternative rock con la A maiuscola. Mostruosi.

  • Don Caballero – For respect, 1993
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I Don Caballero sono di Pittsburgh, Pennsylvania. I Don Caballero sono il più grande gruppo alternative interamente strumentale di ogni tempo. Spesso li trovate etichettati come una formazione math-rock, ma l’epiteto è osteggiato dagli stessi membri della band e a ragione: il sound prodotto dai pattern marziani di Damon Che – sembra che abbia quattro braccia e nove gambe – e gli intrecci di chitarra diabolici di Ian Williams produce un ibrido tra logica, struttura e istinto puro. Un capolavoro di arrangiamento e composizione al momento mai eguagliato che va ben oltre un concetto meramente matematico, ma punta a valori decisamente più trascendentali. “Molte cose che abbiamo ascoltato rivelano l’essenza della musica e spiegano perché i presidenti vengono uccisi e perché mia nonna ogni inverno va in Florida. Questa è la musica che vogliamo fare, quella capace di far comprendere ogni cosa”. Parola di Ian Williams.

  • Jesus Lizard – Goat, 1991
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I Jesus Lizard nascono nel 1988 a Chicago, dove si incontrano il cantante David Yow, proveniente dalla formazione texana degli Scratch Acid e David Sims, bassista dei Rapeman. Goat è un cataclisma sonoro di nove canzoni in 30 minuti, è un tour de force di brutalità, nevrosi compulsiva e feroce follia. Per questo è facilmente nominato come il loro miglior disco e del più grande capolavoro di ingegneria che mr. Albini abbia mai inciso su una piastra di registrazione: ogni strumento viene registrato nella sua splendida chiarezza, nonostante i toni della chitarra siano stridenti e spigolosi, il basso arrugginito e la batteria picchiata a sangue come Mike Tyson farebbe con un avversario alle corde. La voce di David Yow suona come il lamento di un internato, urlato a squarciagola per soverchiare il frastuono dei demoni che ha in testa. Canzoni che ti fanno venir voglia di ubriacarti a ciuccio e combattere mostri alieni. Assoluti.

  • Blonde Redhead – Fake can be just as good, 1997

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Il disco rappresenta la loro prima uscita su T&G, e il primo album interamente prodotto da Guy Picciotto dei Fugazi. Qui, le mani di Picciotto sono evidenti: si orecchiano i toni puliti, distinti, viscerali della band seminale di Washington D.C. ma emulsionati con riff trasversali e ipnotici propri dei Sonic Youth che rendono il tutto una meraviglia post-punk interstellare. Questo taglio siderale è più evidente nella terza traccia dell’album, Water, dove il feedback sospeso nel finale suona come se si stesse sollevando nello spazio cosmico. I blonde Redhead passano alla storia con la stessa formazione di sempre: la nipponica Kazu Makino (vocals, rhythm guitar) e i gemelli italo-americani Simone e Amedeo Pace (rispettivamente drums/vocals e lead guitar).

Buon Ascolto.

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