INTERVISTE: HOWBEATSWHY

di Massimiliano Speri – WAREHOUSE: SONGS AND STORIES

HOWBEATSWHY è un progetto musicale indie/pop fondato da Posho, chitarrista/tastierista/cantante della band di culto romana Dispo.
Il primo lavoro in studio, “PINK PIGEON” (2013) è stato ideato e registrato insieme a Marcello Orlando (chitarre), e Pit (batterie e percussioni).
Nel 2014 , PINK PIGEON viene presentato ampliando la formazione con due musicisti di notevole spessore; Martina Fadda (voce, synth, tastiere) e Luigi Locurzio (basso).
Per la realizzazione del nuovo album “BLUNK“, Posho e Pit si avvalgono della collaborazione di due grandi ed esperte musiciste; Sabrina Coda (sassofonista, cantante e arrangiatrice), e Nicoletta Nardi (cantante, compositrice e arrangiatrice).
In questa formazione, HOWBEATSWHY propone un inedito live, per presentare l’anteprima del nuovo lavoro.

Ad occuparsi dell’intervista è Massimiliano Speri, mente nonché voce degli Xayra, metà razionale dei Dajadeu e burattinaio occulto de Il Mare Verticale. Ha recensito Blunk sul suo blog.

Inedito è il format utilizzato in questo pezzo: un appassionato di musica (lontano dal mondo del giornalismo musicale) incontra la band per discutere della loro carriera e di BLUNK.
 

La cosa che più mi ha colpito di questo vostro secondo album è la solida ambizione di fondo, la volontà di creare qualcosa di fuori dal comune e di curarlo nei minimi dettagli, che però non si traduce mai in seriosità o pretenziosità. Come avete approcciato il concepimento e la realizzazione di un’opera simile?

Nicoletta: E’ il frutto dell’incontro tra musicisti che hanno formazioni musicali differenti ma ognuno con la giusta apertura all’ascolto e alla sperimentazione, caratteristiche che hanno permesso la creazione di un progetto originale e eclettico come Blunk.

Pit: Dopo il primo disco dovevamo ricreare il gruppo, ed era già parecchio. La scelta dei nuovi musicisti quindi è stato il primo passo. Alcuni brani come I want a new dance e Ispiration Radio erano stati composti con la vecchia band; un altro, Standing Wave, era stato arrangiato per essere suonato in due. Essendo anche gli strumenti differenti (sax, synth e più voci), si doveva ripartire per ricreare un nuovo sound. I pezzi nuovi nascono da melodie cantate alla chitarra, vecchi brani nel cassetto incompiuti, idee ritmiche e tematiche, sostanzialmente portati in sala e lavorati insieme. L’ idea era di fare un disco di colore blu e un po’ funk, appunto BLUNK. Il risultato è stato raggiunto solo in parte, diciamo, ma alla fine succede sempre così.

Sabrina: Io sono l’ultima arrivata del gruppo. Ho sempre apprezzato il lavoro degli How Beats Why sia sul primo disco Pink Pigeon che sul live. Quando sono subentrata nel gruppo per la realizzazione di BLUNK mi sono sentita onorata, inizialmente non avevamo chiaro che tipo di sound poteva uscirne fuori, dal momento che io dovevo sostituire il basso; poi con la ricerca sui suoni e il duro lavoro ci siamo convinti che poteva nascere qualcosa di veramente interessante, originale. Da qui ogni pezzo ha preso vita: si è partiti dal riarrangiare i brani di Pink Pigeon per arrivare poi ai primi brani di Blunk le cui bozze erano state concepite con la vecchia formazione per arrivare poi al resto dei pezzi che sono stati creati partendo da delle idee di Posho o di Nicoletta, ampliati e resi speciali poi dal resto del gruppo.

Posho: Quando ci siamo trovati in questa insolita formazione si è anche presentata la possibilità di esplorare il nostro amore per i più disparati generi musicali in un contesto nuovo, un terreno fertile quanto sconosciuto. Questo che ci ha imposto dei “paletti”, sfidandoci a giocare e a cercare un linguaggio comune che li valorizzasse. Penso che Blunk sia il risultato di questo gioco.

Un altro aspetto che mi ha subito conquistato è il perfetto equilibrio tra complessità ed accessibilità: non c’è una singola canzone “facile”, eppure tutto scorre assolutamente fluido e godibile. Inteso che simili partigianerie abbiano ancora senso o lo abbiano mai avuto, vi sentite più vicini al mondo sperimentale o a quello del pop?

Nicoletta: credo che ci sia un buon equilibrio tra entrambi gli elementi.

Posho: Io ho sempre amato ed ascoltato tantissima musica. Ammetto però che da molti anni ormai cerco e preferisco i musicisti che riescono a presentare un’esplorazione musicale attraverso un linguaggio accessibile a più persone. Per me il pop “vincente” è quello porta qualcosa di nuovo, che riesce a farmi chiedere, “bello, cosa è appena successo?” con l’inevitabile risposta, “non ne sono certo, ma mi è piaciuto…fammelo riascoltare…”.

Due album complementari ma per tanti versi anche antitetici. Cosa li differenzia secondo voi?

Pit: Pink Pigeon è stato suonato in tre (la formazione originaria). Solo dopo la band è stata allargata per i live. I pezzi erano più o meno già costruiti, bisognava capire come suonarli e farli funzionare su un disco. Blunk è partito con un idea di fondo più stabile, e con un identità di gruppo più definita. I pezzi sono stati lavorati insieme e creati passo dopo passo. A livello di post-produzione Pink Pigeon è stato lavorato molto, anche a livello di arrangiamento; in Blunk ci si è concentrati molto sui suoni. Le modalità di registrazione sono state simili, anche se le apparecchiature e gli strumenti molto diversi: il primo in trasferta in vari studi, il secondo tutto fatto in casa, nella HouseBeatsWhy, dove viviamo insieme. Entrambi i dischi sono senza basso.

Nel corso della mia recensione di Blunk ho elencato quasi una cinquantina di possibili riferimenti, e ne avrei potuti sciorinare altrettanti (a proposito, quanti ne ho centrati?…): c’è davvero tantissimo materiale tra i solchi. Nella vostra musica quanto contano gli ascolti e quanto la professionalità strumentale o l’ispirazione “pura”?

Nicoletta: sono tutti fattori fondamentali che concorrono alla realizzazione di un disco.

Posho: Per quanto mi riguarda, tra i miei ascolti ne hai azzeccati un bel po’… L’ascolto è alla base di tutto (sono autodidatta), la mia scuola è sopratutto quella, ogni giorno, da quando sono piccolo. La “professionalità”, necessaria per tradurre efficacemente le proprie intenzioni, è una cosa che si sviluppa con il tempo, con la pratica e con l’esperienza. Come anche la ricerca dell’ispirazione “pura”…un processo che (spero) non finisce mai, che è in costante evoluzione.

Pit: Gli ascolti sono la base. Si studia sui dischi. I libri ti permettono di codificare e ricopiare quello che senti. Tutti copiano, se non palesemente, sicuramente a livello inconscio. E’ difficile parlare di mera ispirazione e originalità. Le novità vanno ricercate nella disposizione delle carte da giocare, nel risultato delle menti di un gruppo e delle loro personali influenze.

I vostri concerti sono sempre molto divertenti, s’instaura un rapporto piuttosto rilassato e giocoso con la platea, ma non mi sognerei mai di dire che non vi prendete sul serio. Pensate che questo approccio disincantato ma tutt’altro che superficiale si rifletta anche nel vostro modo di comporre e suonare?

Posho: Sul palco ci si diverte, più sciolti si è e meglio si suona, meglio si interagisce con il pubblico e più si crea una coesione con esso. In molti contesti, la musica dal vivo non può essere mera e fredda esecuzione. Sarebbe un lavoro incompleto. Nella fase di ideazione e creazione dei pezzi l’atteggiamento è più serio (anche se si cerca sempre di mantenere un’atmosfera leggera): per noi, la preparazione di un live o di un disco necessita tanta, tanta concentrazione.

Pit: In studio si lavora seriamente. Essere troppo seri dal vivo secondo me è controproducente; a questi livelli si rischia di non creare un contatto col pubblico. Poi l’ esperienza live è ovviamente molto personale e mutevole…

Com’è stato condividere non solo la vita di gruppo, ma anche la quotidianità più elementare nella “mitica” HouseBeatsWhy? Col senno di poi, è stata una scelta funzionale al processo creativo?

Posho: La convivenza è stata veramente molto bella. Avere una saletta/salotto con gli strumenti già pronti per l’uso è stato funzionale, nel senso che ci ha fatto risparmiare un bel po’ di tempo che avremmo senz’altro perso con una normale sala prove (imbarcarsi per la sala prove, arrivare in ritardo scusate il traffico, ma Stelvio ‘ndostà, attacca gli strumenti, cabla tutto, oddìo non funziona il mixer, mi si è rotta ‘na corda della chitarra, cos’è ‘sta cosa che scrocchia, bene, ora che siamo pronti ci sono rimasti 25 minuti per provare, ecc…).

Nicoletta: la vita di “gruppo” è complessa, il lato positivo è che si entra in intimità e questo libera la creatività e abbatte le inibizioni.

Giorgio, quanto l’aver a lungo abitato in una città come Londra ha influenzato la tua preparazione e il tuo gusto, musicale e non?

Posho: Enormemente. Lì ho avuto la grande fortuna di conoscere persone che ascoltavano, guardavano e leggevano di tutto. La “pop culture” è una cosa che a Londra si respira moltissimo, è pane quotidiano…lì ho imparato non solo ad apprezzare la vastità del panorama culturale moderno da un punto di vista emotivo, ma anche a chiedermi, capire e “gustarmi” il modo in cui una qualsiasi cosa era stata realizzata e cosa poteva rendere un opera un “capolavoro” o meno. Il popolo Inglese è a volte visto come un popolo freddo e, al confronto con il nostro, in certi casi lo è. Ma in media è anche dotato di una grande lucidità mentale, cosa che poi da vita alla loro rinomata creatività e al loro fantastico senso dell’umorismo, per me primo in tutto il mondo.

La vostra eccellenza è un esempio per tutti, e in un momento di disfattismo generazionale come questo andreste canonizzati per l’impegno quasi militante profuso nel vostro mestiere. Dopo un disco del genere, cos’altro è lecito aspettarsi da voi?

Posho: Intanto cercheremo di farci sentire dal vivo e di far girare Blunk. Ho un hard-disk e il telefono colmi di bozze e di idee che mi stanno stuzzicando (alcune delle quali sono delle imbarazzanti registrazioni vocali che ho buttato giù camminando per strada, come un cretino), ma lascio loro il tempo di crescere. Poi si vedrà!

Sabrina: Ora cercheremo di portare il nostro disco in giro per l’Italia, l’Europa e perché no, il mondo! Poi si vedrà come affrontare quelle mille idee incontenibili!

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