INTERVISTA + LIVE & PHOTO REPORT: GIUDA @ CARROPONTE [MI] – 25/08/16

Photo di Noemi Teti
Live Report & Interview di Francesca Vantaggiato

Un concerto divertente, adrenalinico e anche molto… testosteronico! Il pubblico era composto prevalentemente da maschioni rockers, red skins e qualche punkettone. Anche noi donne però non mancavamo, e comunque eravamo tutte davanti a ballare sotto palco. Era da tempo che volevo vedere i Giuda e verificare personalmente le tante voci che girano su di loro: che dal vivo spaccano, che hanno della strumentazione introvabile, che il loro sound è sooooo r’n’r e che i loro fan sono davvero sfrenati. Beh, si, ho verificato e mi sono davvero goduta un concerto in cui la scaletta era ben equilibrata, in cui i brani dei vecchi dischi sono alternati a quelli presi da Speaks Evil, il loro ultimo album: Roll the balls, Bad days are back, Mama got the blues, Watch your step hanno davvero sollevato la folla, per non parlare dell’immancabile Number 10. Anche se all’inizio sembravano un po’ freddi (forse perché non si aspettavano di suonare sul palco grande del Carroponte), dopo pochi minuti i Giuda si sono scaldati e hanno dimostrato di essere dei veri animali da palcoscenico in grado di farti ballare e cantare dall’inizio alla fine.
Io ho avuto la fortuna di incontrarli prima del concerto per fare due chiacchiere: mi ha fatto davvero piacere scoprire che sono dei musicisti professionali, concentrati e determinati, attenti al minimo dettaglio, oltre ad essere delle persone davvero semplici e accollative, umili e divertenti, con grandi ambizioni ma anche con i piedi ben piantati a terra. Del resto un’intervista che inizia con una birra offerta ancor prima di sedersi al tavolino non può che andare per il verso giusto… Buona lettura!

GIUDA

Di solito alla fine dell’estate, quando ci si incontra con gli amici, ci si chiede come sono andate le vacanze… a voi invece devo chiedere come è andato il tour! Anche ieri avete suonato con i Wolfmother a Reggio Emilia… e soprattutto dove trovate le energie!
Tenda (T.): Beh, è lavoro! Siamo contenti e soddisfatti, stiamo girando tanto, viviamo belle situazioni. Poi l’estate è il momento dei grandi festival europei: siamo stai ad un mega festival metal nel nord della Francia, a Parigi, ieri a Reggio Emilia…
Com’è la vita dei Giuda durante i tour?
Lorenzo (L.): Beh come al solito, droga, sesso… nooooo, non è vero!
T: Assolutamente no! Si gira, si guida, si fanno tanti chilometri, poi soundcheck … Spesso non si ha tempo di vedere le città dove si suona, si concentra tutto nei pochi day off e si fa tanto furgone e tanto palco! Poi si legge tanto, siamo appassionati di lettura.
E cosa leggete?
L: I classici d’avventura, Dumas, Il giro del mondo in 80 giorni… Ora sto leggendo Gordon Pym di Edgar Allan Poe.
T: Io e lui siamo sugli stessi gusti più o meno, ma io mi avventuro in cose più politiche, analisi socioeconomiche, anche saggi. Fa bene allargare gli orizzonti, leggere, girare il mondo e vedere come funziona in altri paesi.
E quindi cosa ne pensi dell’America?
T: È un bel posto.

Avete avuto qualche avventura emozionante in tour, o qualche episodio divertente?
L: Negli USA abbiamo vissuto un sacco di avventure: immagina di vivere per un mese in furgone passando per Seattle, California, Arizona, New Mexico, per poi risalire fino alla East Coast fino ad arrivare a NY e poi Chicago… Vedi differenze enormi!
T: La California in particolare è un posto molto “caldo”, dove la gente si gode davvero i concerti dalla A alla Z. Mentre la costa est è più europea come cultura
Che fate quando finisce un concerto e scendete dal palco?
L: Birra e sigaretta!
T: Beh, come prima cosa cerchiamo di rilassarci e poi di passare del tempo con il pubblico, perché se andiamo in giro è perché c’è gente che paga per vederci, quindi ci fa piacere stare un po’ con loro
E non fate un’analisi del concerto, di come è andata?
T: Siiii come no! Tutto quello che non va viene passato al setaccio e appuntato nella mente. Siamo pignolissimi e credo che sia questo poi a fare la differenza
L: Prendi la scaletta, ad esempio! Questa di stasera è la scaletta finale, ma l’abbiamo cambiata, girata e rigirata, abbiamo cambiato l’ordine, poi tolto qualcosa… Ce la portiamo dietro dagli USA e ne siamo felici.
Parliamo del nuovo album, Speaks Evil: siete già riusciti a capire quali canzoni piacciono di più e quali meno?
L: Beh è ancora un po’ presto per dirlo. E poi la scaletta è studiata appositamente per non avere cali e tenere calda l’atmosfera.
T: Diciamo che abbiamo imposto noi le canzoni da proporre in modo che non cali mai l’adrenalina. Laddove il pubblico non conosce i pezzi, la risposta è comunque sempre prima di curiosità e poi di partecipazione. Siamo arrivati al mix giusto di vecchio e nuovo.

Speaks Evil secondo me è molto diverso dagli altri. Il suono mi sembra più pettinato e pulito, i testi meno goliardici e spavaldi
L: Secondo me no! Secondo me il sound è più rozzo, più dal vivo con meno overdub e sovraincisioni. La scrittura è vero che è molto meno punk e ci sono testi più personali, ma è un mix: ci sono anche pezzi r’n’r semplici come Bad days are back. Sono d’accordo che è diverso e lo trovo giusto, perchè è rappresenta un’evoluzione artistica senza sforzarsi di accontentare il pubblico.
E come ha reagito il pubblico? Di solito quando il fan si trova davanti un disco che si allontana dai precedenti rimane disorientato
L: Se parliamo dei Ramones, anche loro hanno fatto il primo disco scarno e punk, ma 2 anni dopo hanno tirato fuori Rocket to Russia e 3 anni dopo Road to Ruin… credo che anche i fan dell’epoca avranno storto la bocca o apprezzato il cambiamento. I Ramones non hanno cambiato genere, ma seguito un’evoluzione. Anche noi. Speaks Evil è il disco che, a distanza di anni, sta andando meglio, con recensioni positive anche dalla stampa “importante”. La cosa fondamentale è seguire l’nfluenza del momento, senza fare calcoli. Speaks Evil è più lento perché quando abbiamo registrato i dischi precedenti venivamo dall’esperienza dei Taxi, quindi eravamo influenzati da ascolti veloci, ma non più rozzi. Ripeto: a livello di produzione Speaks Evil è più scarno.
T: È anche vero che gli ascolti di oggi non sono quelli di anni fa: tu prendi il tuo bagaglio personale e cerchi di riproporlo in chiave credibile. Poi a qualcuno può non piacere, ma sappi che quello che senti nel disco lo senti uguale dal vivo. Anche le canzoni più vecchie suonate live oggi sono diverse, risentono dei passaggi naturali, della nostra evoluzione, dei nostri ascolti che cambiano. Anche girando e consoscendo persone, alzando il tiro confrontandoci con gruppi di livello più alto abbiamo la possibilità di parlare con tecnici o fonici rodati che magari a fine concerto ti consigliano di sentire altri gruppi o provare altre cose. La curiosità fa la sua parte, e grazie a internet scavi, ascolti e ti chiudi nei negozi di dischi nelle città in cui ti trovi – Lorenzo più degli altri!
C’è comunque sempre da fare i conti con il volere dell’etichetta…
T: Spero che il giorno in cui mi chiederanno di fare un disco su commissione sia molto lontano, anzi spero che non arrivi mai!
L: Giusto per farti capire, sul contratto con la nuova etichetta c’è scritto a caratteri cubitali nero su bianco che nessuno può mettere bocca sulle scelte artistiche del gruppo. Per questo penso che non potremmo mai fare un disco su commissione

Ma è vero che avete speso un sacco di soldi per fare questo disco?
L: Ma no… ne abbiamo risparmiati! Abbiamo accumulato attrezzi, amplificatori che usiamo nei concerti che sono particolarissimi e diventano oggetto di domande e curiosità da parte dei tecnici e del pubblico. Sono amplificatori francesi anni 60, HI – FI mono, che venivano utilizzati per ascoltare i dischi, quindi hanno solo una manopola per il volume e basta, non usiamo pedali, Michele ha un fuzz… Eh… ce ne abbiamo un sacco di queste cose!
Insomma, siete un po’ dei maniaci…
L: Be, quella è la parte divertente! La strumentazione analogica è ben diversa dai plug in digitali che non hanno dinamica né spessore e sono piatti. Se hai voglia di cercare ste cosette trovi un sacco di cose a basso costo!
T: Devi avere solo tanta pazienza per starci appresso. Poi però hai delle belle soddisfazioni, quando sul palco dell’Hellfest – dove suonano ZZ Top e Marilyn Manson – lo stage manager ti viene vicino tutto curioso a dirti “Oh ammazza che suono!”. Questo premia tutta la fatica!
L: Ci abbiamo costruito l’identità del nostro gruppo su questo. Abbiamo un suono non riproponibile, a meno che non ti muovi in quella direzione. Per un gruppo che viene dall’Italia e che ha faticato per affermarsi nel mercato musicale di oggi è un punto forte a nostro favore!
Pensavate di arrivare ad avere così tanto successo?
T: No, mai! Sinceramente non avrei mai pensato di fare della mia passione un lavoro vero! E quando lo abbiamo deciso non è stato perché entravano soldi, te lo assicuro. La cosa bella è che quando ti chiedono che lavoro fai tu dici: “Faccio rock”. E se ti dicono “Si ok, ma poi?”, tu gli dici “E poi niente, faccio solo rock!”

Siete così rocker anche nella vita privata, oppure al di fuori dei concerti alle 22 pantofole e divano?
T: Alle 22? Io alle 21.30!
L: Una cosa su cui facciamo leva è che noi non troviamo divertenti certi cliché del r’n’r come il rimorchio, la droga… Ognuno fa come gli pare, ma il punto focale è la parte artistica. Sinceramente non trovo interessante sapere quante donne ha avuto Mick Jagger e non credo che alla gente interessi quante ragazze c’ho avuto io….
T: Ma soprattutto non permettiamo che nulla possa essere motivo di non riuscita di un concerto o della stesura di un pezzo o della registrazione di un disco. La grande fortuna è che sia noi della band che i nostri collaboratori la pensiamo allo stesso modo. Questo è quello che vogliamo e non c’è spazio per altro. Poi ognuno fa come vuole, nessuno sta a sindacare sull’etica morale dei comportamenti personali, siamo molto aperti da questo punto di vista, ma l’importante è che sul palco si salga al 100% delle forze.

Roma rimane tuttora la vostra casa base. Che ne pensate dei cambimenti che sta subendo e come vi sembra la scena musicale romana?
L: Il Fanfulla è il locale più attivo, propone molte cose a livello culturale come concerti gratuiti. Ed è fantastico se pensi che i ragazzi si fanno il mazzo senza avere sempre uno stipendio o un ritorno economico. Secondo me, il Pigneto è un quartiere dove ci sono un sacco di iniziative. Io invece abito a Tor Pignattara, un quartiere multiculturale in cui vivono italiani, indiani, cinesi, africani… e sta diventando una bella zona dove aprono locali e si fanno eventi
T: È una trasformazione fisiologica delle grandi città. La gente pensa che i quartieri più periferici sono quelli “malfamati”, quando invece ti offrono delle opportunità che da altre parti non riesci a fare, e ti danno la possibilità di vivere le relazioni sociali in maniera umana e semplice. Io ho un figlio di 6 anni e sono molto contento di vivere lì, perché in classe sua ci sono bambini cinesi, africani, indiani e deve essere così, perché lui deve crescere così. Ora, non voglio fare un sermone, ma il mondo non finisce al Grande Raccordo Anulare o alla Balduina, il mondo è grande e va conosciuto. Il bagaglio più importante che può ricevere mio figlio dal quartiere è che nella vita bisogna confrontarsi. E lo dico senza paura, anche se a Roma non la pensano tutti così. Ci è tornata la voglia di vivere e di uscire dopo anni di vuoto: dalla seconda metà degli anni Novanta fino al 2000 c’è stato il fermento e poi uno stallo lunghissimo dove vedevi i locali che chiudevano, i concerti spariti… Ora invece il Pigneto è un quadrante di Roma dove succedono cose, apre una birreria, si crea il comitato di quartiere, la gente esce di casa e ha voglia di stare insieme, senza chiudersi in casa che, fammelo dire, è proprio brutto!
E com’è tradizione vi chiedo: quale è stato l’ultimo concerto a cui siete andati?
T: Bruce Springsteen a Roma! Io non sono un suo fan sfegatato ed è stato un caso che avessimo i biglietti, ma io mi sono divertito molto, è stato un bel momento di musica, con persone che suonano insieme da 40 anni con lo stesso entusiasmo. Tanto di cappello.
L: Stesso concerto, visto che siamo riusciti a scroccare i biglietti che costavano cari! Io anche non sono un grande fan, ma 4 ore sono passate tranquillam… oddio, dopo 4 ore ero un po’ stanchino, ma confermo che è un grande musicista!
T: Vabbé, c’è anche da dire che è stata una maratona: venivamo dal festival in Germania, siamo atterrati a Roma e siamo andati dritti al concerto! Mamma mia…
E poi dite che non siete dei rockers!

GIUDA

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