INTERVISTA + PHOTO: THE CAT AND THE FISHBOWL

Foto di Noemi Teti – Intervista di Francesca Vantaggiato

Si sono conosciuti pochi anni fa. Filippo era tornato in Italia dopo un periodo in Bretagna e voleva suonare, così ha pubblicato un annuncio online per cercare altri musicisti che volessero suonare folk insieme a lui. Il primo a rispondere è stato Matteo ed è stato amore a prima vista. Così nascono i The Cat and the Fishbowl che a brevissimo pubblicano il loro primo EP dal titolo Feels like home. Ho voluto intervistarli andando a zonzo per la città, gustandomi le facce della gente che li vedeva suonare e cantare ad ogni angolo di marciapiede. Perché quello è il posto del folk.

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Il folk alla conquista del cavalcavia di Isola

Come mai avete impiegato quasi due anni per far uscire questo EP?
Matteo (M.): Il primo anno lo abbiamo passato a vedere come andava fra di noi e a fare date zero per capirci un po’ qualcosa. Poi siamo dei bradipi e abbiamo un processo di elaborazione delle cose da fare molto lungo. Per Can I kiss your cheek? , il singolo, ci abbiamo messo un pattello perché non avevamo chiare le idee soprattutto in studio, se fare tutto in acustico o meno… E comunque abbiamo dei tempi biblici!
Filippo (F.): Dovevamo capire se replicare quello che facevamo nei live o se aggiungere altro. E poi sai com’è, non è che un disco si fa col primo che incontri.

Beh, nel caso vostro si!
F.: È vero!

Quindi niente fretta nel realizzare l’EP?
F.: Assolutamente no, se non quella di finire prima che chiudesse lo studio dove lo abbiamo registrato, che infatti ha chiuso appena uscito il nostro EP!
M.: Hanno chiuso col botto!

Certo se avete questi tempi biblici, dovete cominciare a pianificare bene il futuro, altrimenti tra vent’anni staremo ancora parlando del secondo disco!
M: Ma quale secondo disco! Adesso solo concerti live per portare in giro Feels like home, che poi è quello che amiamo fare di più: suonare live! È questo il nostro essere folk
F.: Essendo folk, ma non di tipo irlandese è difficile attirare l’attenzione all’interno di un pub o bar. Stiamo cercando di trovare delle soluzioni che siano adatte a noi

Ecco, appunto, ci sono abbastanza locali adatti alla vostra musica o avete difficoltà?
M.: Per un duo acustico tanti locali si sono resi disponibili, orario aperitivo, primo pomeriggio. A livello interesse musicale, ti devo dire che non lo sappiamo ancora, è un semi-mistero!

Non c’è rischio che vi mettano, appunto, sempre all’orario aperitivo in cui la gente beve lo spritz e vi ascolta solo con mezzo orecchio?
F.: Eh, si, è proprio questo il problema. Dobbiamo fare set particolari, suoniamo tanto Johnny Cash e Bob Dylan, in modo da attirare l’attenzione. Però per i nostri pezzi c’è bisogno di un set un po’ particolare, con un pubblico che sia leggermente attento, ma non perché chissà cosa diciamo, ma perché suoniamo musica che arriva piano piano

Il fatto è che la musica che suonate richiede attenzione ma soprattutto silenzio!
M.: Esatto. Non è semplicissimo da questo punto di vista e ce ne rendiamo conto. Avere un pubblico interessato è difficile, sia perché nessuno ti conosce ancora, sia per la tipologia di musica. Ma poco alla volta andremo nella direzione di renderci più “interessanti”

Siete anche un po’ anacronistici: negli ultimi anni si è andati verso l’utilizzo di pc, synth, elettronica, ed invece voi suonate il legno! Chitarra classica, guitalele e violino pizzicato…
M.: Effettivamente è bello non essere sempre super di moda e sapere che hai alle spalle gente che la sua strada l’ha fatta anche così. Ti guardi indietro e dici “ok non va adesso, ma andrà”
F.: Vabbé, poi c’è la nostra passione innata per le cose vecchie, dai vestiti ai vinili.

Qual è la visione comune che avete della musica?
F.: Minimale, facile, spontanea. Non deve essere una costruzione, ma deve essere facile e diretta, quello che tu hai in mente deve arrivare subito. Ci piace essere naif!
M.: Sono molto d’accordo, soprattutto sul fatto che debba essere diretta. Il mio problema fondamentale con la musica è quando vedo la costruzione dietro quello che dici e che fai. Il senso del folk è che deve essere una musica onesta, che dica quello che hai dentro

Ok, ma come si fa a fare quello che dite nella musica?
F.: Si fa folk! È un’attitudine, come quando stai in cucina e fa una pasta aglio e olio! Pensi una cosa e ti metti subito a farla, cercando di trasmettere quello che hai in mente sullo strumento e sul testo, senza troppi pensieri. Can I kiss your cheeck? è una delle canzoni più esemplari, in questo senso: c’è questo giro che si ripete tantissimo per tutta la canzone che parla semplicemente di una domenica pomeriggio. Oppure Le Caveau, che con una costruzione semplicissima ti trasmettere l’immagine di questo pub in Bretagna dove io mi andavo sempre ad ubriacare!

Anche nella ricerca delle tematiche, quindi, voi seguite questa idea?
M.: Si, certo! Le tematiche, di solito, sono molto personali. Non solo nel rappresentare quello che stai provando in quel preciso momento, ma deve essere parte della tua esperienza di vita generale. Possono essere canzoni legate ad esperienze di vita concreta, oppure altro, come i sogni. Quando è nata Sono qui, il giorno prima avevo fatto questo sogno in cui vedevo una casa che riconoscevo come mia, ma che non lo era. Per lui Le Caveu è la stessa cosa: un qualcosa di molto, molto personale.

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E secondo voi è facile che le persone si riconoscano in quello che cantate?
M.: Probabilmente no.
F.: Boh! Nel senso: io scriverei quelle canzoni anche se non ci fosse nessuno ad ascoltarle! La mia voglia di raccontare le mie esperienze personali mi ha avvicinato al mondo della musica e mi ha portato a fare questo viaggio alla scoperta degli strumenti, fino al guitalele, allo xilofono.. a tutti questi strumenti delle medie, insomma!
M.: E quando scrivi una canzone molto personale, devi essere capace anche di disinnescarla, nel senso che devi renderla condivisibile e la nostra forma è un po’ di ironia e malinconia, nel senso che è un sentimento generazionale. In questo credo siamo contemporanei.

Hai detto una cosa giusta, secondo me: c’è una generale e diffusa malinconia generazionale. Solo che la maggior parte dei musicisti l’ha trasformata in alternative rock depressivo preso male, mentre voi la utilizzate per canzoni piacevoli, che strappano un sorriso, con quel pizzico d’ironia che le rende speciali.
F.: Allora siamo dei fighi tremendi! Penso che comunque sia una cosa caratteriale: io ho girato un po’, sono stato in America, in Francia e ora qui a Milano che non è che mi piaccia tantissimo ma alla fine ho trovato sempre il mio posto, sentendomi sempre a casa

Intendi dire che ti adatti facilmente, trovando sempre un lato positivo in ogni situazione? Ad esempio, anche da straniero ti sentivi comunque a casa tua?

M.: Il senso è proprio questo, non a caso l’EP si chiama Feels like home. Sentirsi a casa anche in luoghi che non sono casa tua significa due cose: da una parte, essere felici di aver trovato la propria dimensione; dall’altra, che la tua dimensione originaria non è più quella. È sempre un cercare due piani diversi della stessa situazione: essere malinconici ma anche ironici, raccontare fatti personali ma condividerli con gli altri, essere a casa ma non esserlo mai del tutto.

Mamma mia ragazzi: sembra un lavoro difficoltosissimo!
F.: No, dai, in realtà si sintetizza tutto nell’accettare quello che accade per quello che è, trovando sempre il lato positivo, senza tirarsela

Secondo voi, la vostra musica ha un’utilità per chi l’ascolta?
F.: Se ne ha, io ne sono ben felice! Mi fa piacere sapere che una nostra canzone arrivi al pubblico, che faccia ridere o anche incazzare, che riporti alla mente un ricordo, un luogo o un momento. Ma ripeto, io quelle canzoni le scriverei comunque, quindi fare musica che abbia un’utilità non è il nostro primo obiettivo. Noi siamo dei cantastorie, punto.
M.: Diciamo che qui si apre un discorso che riguarda tutta l’arte, in generale. Il fatto è che tu non saprai mai come una tua canzone verrà recepita, quindi è inutile fare cose pensando che il pubblico le prenda in una certa maniera… perché poi il pubblico le prende nel modo in cui vuole!
F.: Ecco, questo è proprio l’approccio che abbiamo noi!
M.: È inutile che io mi sforzi di fare canzoni che rendano allegre le persone, perché ci sarà sempre quella fottuta nota nella canzone che magari ad un ragazzo che l’ascolta gli riporterà alla mente quando ha lasciato la fidanzata 6 mesi prima. Quel LA minore famoso in Betrayal, ad esempio! C’è un LA minore strano in quella canzone che non sai da dove venga e che non saprai mai come verrà percepito da chi l’ascolta!

Beh, ragazzi, ma Can I kiss your cheeck? non ha tante alternative di percezione! Se ti prende male con quella c’è qualcosa che non quadra!
F.: Effettivamente… Quella l’abbiamo scritta a quattro mani, completamente insieme. Abbiamo lavorato tanto per immagini che ci piacevano.

Il video come è venuto fuori? Come mai vi siete rivolti a Kaplan? A me piace tantissimo: bellissimi i colori, simpatica la trama… videoclip perfetto per il brano!
F.: Anche noi siamo felicissimi del video! L’unica indicazione iniziale che gli abbiamo dato è stata quella di non prendere in considerazione l’idea di metterci nel video, perché siamo ben consci che veniamo malissimo in video e foto! E poi ci piace molto la stop motion, quindi abbiamo chiesto a Kaplan se era possibile utilizzarla. Gli abbiamo dato delle idee per le ambientazioni, dicendogli tutti i posti che volevamo comparissero nel video, come la pasticceria Marchesi di Milano o i tetti di Parigi.
M.: Lui ha capito bene il mood, e poi ci sono delle chicche niente male, con citazioni di Bob Dylan…

Il problema di quando si fanno cose strafighe è sempre quello che verrà dopo! Cioè: come farete a superarvi?
M.: Probabilmente ne faremo uno in cui ci sarà sfondo bianco, noi vestiti di bianco, fermi.
F.: E poi per il futuro chissà! Intanto pensiamo a far uscire l’EP tra pochi giorni

Raccontatemi qualcosa di questo vostro primo EP…
M.: La prima cosa da dirti è che è stato davvero difficile scegliere le canzoni, perché tutte quelle che abbiamo scritto sono piezz’e core.

Beh, ma perché ne avete scelte così poche?
M.: Perché siamo lentissimi! Non c’è nessun’altra motivazione se non la nostra lentezza! Dovevamo farne cinque ma alla quarta ho detto basta, vi prego basta!

E della copertina cosa mi dite? Come nasce quel bel disegno del cuore?
M.: Beh, noi il cuore ce l’abbiamo da due anni…

Oddio, spero che voi due ce l’abbiate da un po’ prima….
M.: Si, si, noi il cuore sempre avuto! Quello della copertina invece è un’illustrazione vintage presa da un manuale inglese di anatomia dell’800, royalty free, quindi anche quello possiamo utilizzarlo liberamente, vogliamo precisarlo prima che partano multe!
F.: Abbiamo scelto il cuore nonostante noi non scriviamo canzoni d’amore, a parte Betrayal! Lo abbiamo scelto perché rappresenta l’affetto, il tenere a qualcosa, alla casa, alla famiglia, all’amore stesso. Poi il resto delle aggiunte rappresentano il nostro modo di essere: l’uccellino rappresenta la primavera, l’orologio è sempre legato al cuore, ingranaggio di tutto… e poi c’è una bottiglia di vino che ci sta sempre bene!

feels like home the cat and the fishbowl

Feels like home esce il 14 aprile

Questo EP lo avete autoprodotto, una scelta che io apprezzo sempre molto, perché coraggiosa…
M.: E poi non c’erano alternative!

Beh, ma magari la prossima volta le alternative ci saranno e voi sarete obbligati a fare una scelta. Avere qualcuno che investe nel vostro progetto è bello, ma può comportare dei compromessi…
F.: Io voglio essere molto ottimista, perché avere qualcuno che ti dà dei consigli o ti dice che stai sbagliando è utile.
M.: Io non ho ancora capito fin dove bisogna ascoltare i consigli e fin dove no. Cazzo è una cosa fondamentale!

È una cosa difficile da capire, perché il consiglio può aiutarti nel trovare il giusto equilibrio e nel realizzare qualcosa di qualità, però può anche snaturare il tuo progetto.
M.: Io vorrei solo che ci fosse immedesimazione. L’importante per me è che le cose che fai rispecchino te stesso e quello che stavi pensando. Poi sulle scelte musicali, ne possiamo parlare. Ma la questione importante per me è sempre e comunque fare quello in cui credo. Sennò non saremmo indie, dai! Sennò andremmo a X-Factor!

Chiudiamo con la solita domanda che mi piace fare alle band: qual è stato l’ultimo concerto a cui avete partecipato come pubblico?
F.: Gregory Alan Isakov, mi è piaciuto tantissimo! Io ho pagato per vedere The Passenger, ma per vedere Isakov! Hanno fatto molti pezzi con un microfono old style panoramico e quindi si sentiva tutto: banjo, contrabbasso, violino, percussioni, chitarra… un suono fantastico!
M.: Io sono andato a sentire Pollio con il suo nuovo disco, in un posto che amo che è il Paniere di Crema. Mi piace sempre di più quel ragazzo! Lo seguivo già quando era con gli IO-Drama e quando andava da solo in giro a portare canzoni sue e cover (tra l’altro il suo progetto di cover dei Radiohead è bellissimo). Molto bello: in lui ammiro quello che dicevo prima, l’onestà.

E invece un concerto per il quale avevate tante aspettative e poi invece non vi è piaciuto?
M.: IOSONOUNCANE. L’ho visto un anno e mezzo fa, sempre al Paniere. Ancora adesso l’album in studio mi piace tantissimo, mentre il live no.

E cos’è che non ti è piaciuto di IOSONOUNCANE? Sai, io ho visto praticamente tutti i concerti che ha fatto su Milano e mi sono fatta un’idea. DIE secondo me è un album pazzesco, mentre sui live ho cambiato idea tante volte, perché ogni volta è diverso… A te cos’è che non è andato a genio?
M.: Non saprei dirti bene il motivo. Ma c’è stato qualcosa che a pelle mi ha fatto decidere di andare via dopo 5 canzoni. Quindi l’album mi piace tantissimo, ma lì non ho sentito un buon feeling con le canzoni.

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Dammi un LA MINORE che devo nasconderlo in Betrayal

Filippo, te che mi dici?
F.: Guarda, io sono molto selettivo sui concerti, per cui è difficile che ci rimanga male! Tranne quando sono andato a vedere Of monster and men al Magnolia: tutto il pubblico ha chiesto Love, love love e loro non l’hanno fatta!
M.: E hanno fatto bene!
F.: Ma che dici!

Guarda, anch’io su questa storia delle band che non fanno le canzoni richieste dal pubblico mi ci sono incagliata per dei mesi! Mi sono domandata il perché le band decidano di non suonarle. E poi mi sono domandata anche se fosse giusto…
F.: Allora, se tu hai all’attivo un sacco di album, ci può stare che tu non ti ricordi tutte le canzoni. Ma dal momento che tu hai fatto un solo album, te le ricordi tutte le canzoni! Allora non l’hanno suonata perché non volevano, per scelta. E allora io, da musicista, mi chiedo: non la suoni perché ti viene male?

E non può essere che non l’abbiano fatta proprio perché è la più richiesta? Tipo a sfregio?
F.: E allora che fai, te la tiri? Cioè, ci sono rimasto malissimo anche quando sono andato a sentire i Meganoidi a Roma e hanno detto “noi non suoniamo più Supereroi contro la municipale”. Ci so rimasto male, ma lo capisco: fai una svolta stilistica e non ti va più di suonare certe canzoni. Ma se hai solo un album… dai, hai 10 canzoni, le devi cantare tutte!
M.: Io aggiungerei un elemento a questa discussione: secondo me è una certa tipologia di fan che ti dice “fammi quella canzone” ed è la tipologia più fastidiosa per una band. Quando sono andato al concerto dei The Lumineers volevo ammazzare quelli che chiedevano Ho, Hey! Perché erano gli stessi che quando hanno cantato Subterranean Homesick Blues non la conoscevano minimamente! Ed è una delle canzoni fondamentali del folk

Io, ragazzi miei, difenderò sempre la libertà di scelta dell’artista di non cantare una canzone… anche fosse la mia preferita! Magari un giorno succederà anche a voi….

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The cat and the fishbowl alla conquista del futuro

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