RECENSIONE: Fabrizio Tavernelli – Fantacoscienza (2016, Lo Scafandro)

Recensione di Gustavo Tagliaferri

Una “Fantacoscienza”, anche solo dal nome, lascia intuire che dietro una simile concezione possa ancora una volta esserci più di una conferma della tanto vituperata esistenza di altre forme di vita così lontane eppure così vicine al tran tran quotidiano. Alieni troppo umani, anche nella musica? Evidentemente sì, pur nella loro integrazione, e proprio per questo assai sottovalutati dalla massa media. Il concetto di linguaggio alieno Fabrizio Tavernelli lo tiene bene a mente, molto più di quanto si possa immaginare, soprattutto considerando quanto già effettuato come deus ex machina dei mai statici e sempre ineccepibili Acid Folk Alleanza, e proprio alla luce di ciò “Fantacoscienza”, terzo capitolo di un nuovo percorso iniziato con “Oggetti Del Desiderio” e continuato con “Volare Basso”, dà nuovamente il benvenuto all’interno di una dimensione che non fa del fascino un mero optional. Il mondo dell’artista di Correggio è dominato da un linguaggio che, come usciva fuori dai soliti contesti durante la fase AFA, oggigiorno nell’uscire finisce nuovamente per introdursi a modo proprio in correnti che, da parte sua, non sfociano mai nel già sentito: ricercato e mai pomposo, schietto e godibile da cima a fondo. La “Fantacoscienza” fa sua l’evoluzione del concetto di pop grazie a due ballate come Kolosimo e la titletrack, la prima con una punta d’autore non da poco conto, oltre che occasionali divagazioni 60’s e soprattutto intensi riverberi, la seconda onirica e colma di malinconia, e ad Infinite combinazioni, inserita in un contesto raffinato, con un tocco à la Cousteau, propone un rock dalle molteplici sfumature, un po’ passionale nel suo risultare elettrificato, forse provvisto di un’accessibilità dai richiami 90’s, in quel di Hollow Baobab, a suo modo, tra le rime, devoto a certo folk-blues, se non magari a Cohen, con la vibrante Non ho detto niente, ma soprattutto in grado di sospendersi in un affascinante limbo la cui vorticosa dialettica passa dalla distorta ed urlata invettiva di Fauni ad uno stralunato crossover dai bassi gommosi e dalle evidenti tinte elettroniche (Distorta Gestalt), ma non si astiene da colpi di scena, quali l’illusione fatta di possibili germi funk che poi si dissipano in sensazioni dreamy (Mi guardi come un UFO) la cui piena realizzazione arriva subito dopo (il crescendo interstellare de I miei amici, cadenzata ballata post-rockeggiante che sembra a suo modo riecheggiare germi progressive qua e là), ma anche le tentazioni wave dietro uno spaccato di realtà come quello de Il raggio della morte, e dulcis in fundo cela un pizzico di genialità anche dietro delle idee banalmente ludiche, dal violino impazzito di Antroapologia, possibile improvvisazione di un possibile mantra post-spirituale, al loop pianistico (e suo possibile ponte levatoio) trasudante misticismo ed al contempo serrato come il ticchettio di un orologio, se non per certi versi da accomunare ad alcune delle parentesi calme ma non per questo lontane dal risultare sinistre dei migliori Nine Inch Nails, de Il tradimento fino ad un apparente divertissement quale la chiusura di Flauto dolce. Una volta usciti dall’universo si rimane forse un po’ disorientati, ma proprio alla luce del fatto che si è avuto a che fare con qualcosa di pertinente eppur distante da quanto proposto da altri non si ha alcun dubbio nell’asserire come Fabrizio Tavernelli, come passa il tempo, non delude mai le aspettative, ed indipendentemente dal fatto che non abbia una fetta di ammiratori maggiore la sua “Fantacoscienza” la si apprezza tantissimo così come è e merita di divenire parte integrante dei curiosi per definizione.

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(2016, Lo Scafandro)

1. Kolosimo
2. Hollow Baobab
3. Fauni
4. Fantacoscienza
5. Antroapologia
6. Non ho detto niente
7. Distorta Gestalt
8. Il raggio della morte
9. Il tradimento
10. Infinite combinazioni
11. Mi guardi come un UFO
12. I miei amici
13. Flauto dolce

 

 

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