INTERVISTA: ANDREA POGGIO

Intervista di Nicola Buonsanti

Ho incontrato Andrea Poggio in un bar del Pigneto prima della sua presentazione/intervista lancio romana.
Controluce, il suo primo disco solista si aggira da qualche settimana sulle piattaforme musicali ed inaugura un positivo 2018 musicale.
Lui, fine intellettuale cosmopolita, mi ha mostrato una parte del suo mondo.

Avvocato, visto che il freddo e la barbera lo suggeriscono, partiamo dal Piemonte. Si sente sempre parlar bene del fervore culturale Torinese, è cosi?
Io sono nato e cresciuto ad Alessandria e Torino non l’ho mai frequentata più di tanto. Tuttavia penso di poter dire che il Piemonte sia una regione molto particolare, sia per collocazione che per il carattere della gente.

Green like july, italiani ma componevate in inglese, poi un cambio di rotta. È stato uno scoprire o riscoprire l’italiano?
Ho iniziato a scrivere i miei testi in inglese per esigenze stilistiche, legate al fatto che con i Green Like July suonassimo un genere fortemente influenzato dal blues, dal folk e dalla musica nera. L’inglese mi sembrava essere la lingua più foneticamente appropriata in relazione al tipo di proposta musicale. Progressivamente, però, mi sono reso conto che era un vestito che iniziava a starmi un po’ stretto e che, a livello espressivo e di significato, il cantare in inglese cominciava ad essere un limite non più tollerabile.

Rispetto ai GLJ, pensi di aver interrotto un ciclo o essere cambiato?
Questo lavoro è frutto sicuramente di un’inedita ricerca in ambito musicale.

Etichettarsi in questo periodo storico può essere fondamentale da una parte ma dall’altra potrebbe ingabbiare la libertà artistica. Come etichettiamo Controluce?
A volte percepisco un certo smarrimento da parte di alcuni addetti ai lavori, c’è sempre come una grande smania a voler classificare e a voler ricondurre tutto a categorie definite. “Controluce” non è niente di particolarmente scandaloso. È un disco con delle canzoni che, per quanto forse insolite negli arrangiamenti, restano comunque canzoni caratterizzate da una strofa, un ponte e un ritornello. Non mi sembra che in questo ci sia niente di difficile o complesso.

Non è complesso, ma nemmeno conforme.
Penso che sia un dovere morale per un artista cercare strade che non siano conformi alla cultura dominante.
Per me può definirsi artista colui il quale osa percorrere sentieri alternativi. E nel dirti questo, ti confesso di non esser sicuro di aver fatto nulla di strano o particolarmente rivoluzionario.

Io in questo album ci vedo un’ attitudine internazionale ed una continuità, forse inconsapevole di una tradizione musicale nostrana abbandonata tempo fa. Ti ci ritrovi?
Credo che in Italia molti dei miei colleghi siano un po’ pigri o forse, addirittura, pavidi. Si sono adagiati su uno standard di arrangiamento e di produzione che, da trent’anni a questa parte, li rende sicuri di essere passati in radio e, di conseguenza, di arrivare alla gente. Questa è una cosa che fa molto male alla musica italiana e che fa sì che i dischi suonino tutti uguali. Guardare all’estero è secondo me necessario per cercare di dire qualcosa di interessante o, più semplicemente, al passo coi tempi. Dobbiamo smetterla di confrontarci soltanto con quello che viene prodotto all’interno dei nostri rassicuranti confini.

Sicuramente non sarò il primo a dirti che si intravede un pò di Battiato in te.
Mi lusinga, anche solo per sbaglio, essere affiancato al nome di Franco Battiato. Se sei nato negli anni ’80, dischi come “La voce del padrone” o “Orizzonti perduti” sono nel tuo DNA. In Italia, al giorno d’oggi, chiunque scriva musica pop non può far a meno di confrontarsi con Battiato.

Milano?
Milano è una città molto discreta e rispettosa. Non è Roma o Venezia, dove la bellezza è in ogni androne e in ogni vicolo. È una città che va capita e che si lascia scoprire poco alla volta. Sto molto bene a Milano, penso che in questo momento non potrei vivere in nessun altra città.

Provando a cercare un nesso tra quello che ha fatto fin ora e controluce appunto, ci sono delle certe sonorità che si accomunano. Da ambientazioni Toys Indie di carattere americano si è passati a quelle Toys Noir. Come nascono questi nuovi scenari?
Per me è sempre molto difficile parlare delle mie canzoni, sono una persona molto riservata e poco istintiva. Ogni mia canzone ha un periodo di lavorazione lungo ed articolato, nel quale confluiscono tutta una serie di scelte profondamente meditate e, al termine del quale, non riesco più a delineare con esattezza quali siano i reali motivi di tali scelte. Non saprei dirti la ragione di tali nuovi scenari, non ci ho mai pensato, né forse mi interessa fornire all’ascoltatore una chiave di lettura.

I tuoi lavori sono belli da sentire e anche belli da vedere (artwork, video, ecc) sempre tutto molto autentico. Aarte pittorica, arte musicale, arte letteraria: cosa incide nel processo creativo?
Nel mio processo creativo confluiscono stimoli di varia natura. Certamente per scrivere una canzone bisogna leggere molto ed ascoltare tanta musica.

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