NUOVE USCITE: I DISCHI di APRILE

Rubrica a cura di Francesco Liberatore

Ah, il sottobosco musicale italiano! Quanto è bello esplorarlo e scovare primizie e frutti di stagione nascosti tra gli anfratti. Come un cacciatore di asparagi vi condurrò mese per mese alla scoperta di alcune novità selezionando tra le uscite quelle più prelibate (senza dispensarmi di offrire anche qualche fungo velenoso…). Si inizia con Aprile, dunque partiamo.

Amandla – “Non ci pensare” (Libellula Music)
Al loro esordio i ragazzi di Como dispiegano le vele lungo la rotta del pop navigando su coordinate che puntano dritte all’airplay radiofonico. Le chitarre ci sono ma restano al di sotto del limite di sicurezza alt-rock lasciando che siano i testi e la voce di Gabriele Franchi a graffiare su tematiche esistenziali. La loro forza sta nell’affinato senso della melodia che attraversa queste otto canzoni e sostiene refrain a presa rapida. Il disco è un buon punto di partenza, ideale per un pubblico di “new kids” che vuole scuotere la testa ma senza troppe seghe mentali. Dal vivo, con un’equalizzazione più ruvida, sono sicuro che i pezzi ci guadagnino un pochino. Non mi azzardo a dire che ne sentiremo parlare, ma potrebbero farcela.

Barberini – “Barberini” (Frivola Records)
Ce la vedete Patti Pravo cantare con i Beach House come backing band? Lo so che sembra una stronzata ma, per quanto le influenze siano tutt’altro che autoctone, avverto nel debutto di Barbara Bigi, in arte Barberini, una sottile allusione alla bionda signora della canzone nostrana piuttosto che alla voce di Victoria Legrand. E non dico che sia un male eh, anzi. Anche se il suo dream-pop non brilla per originalità, è proprio il cantato in italiano così soffuso, quasi sussurrato ad adagiarsi lieve sulle melodie che permette al tutto di funzionare. Al di là della suggestione, la giovane cantautrice romana è brava a muoversi per contrasto sulle trame di chitarra, piano e batteria (con innesti di elettronica) ricorrendo ad una vocalità algida ma non distaccata: così facendo porta la voce a risaltare sulla musica senza apparire stucchevole. Ne guadagnano decisamente i testi: storytelling di un diario intimo alla soglia dei 30 anni che raccoglie pensieri e considerazioni di questa età matura eppure costantemente fragile. Spunta su tutte “Vorrei”, brano squisitamente pop che tenta uno scatto energico, come una pagina di pensieri strappata con rabbia nel torpore di una cameretta.

Babel Fish – “Follow Me When I Leave” (Tempora Dischi)
Ci risiamo, quante volte ti è capitato di ascoltare un gruppo italiano cantare in inglese maneggiando un suono e uno stile tipicamente d’oltremanica e pensare: “se fossero nati lì…”. Invece questa giovane band di (post) rockers si è formata nel 2015 in quel di Modena e, come si evince, non hanno nulla da invidiare ai colleghi d’Albione. Le basi, solidissime, ci sono tutte e sembrano curate da lunghi ascolti di Mogwai, Slint, Tool e Dredg (band americana per molti sconosciuta, provate a recuperare il disco d’esordio “Leitmotif”). L’EP che li presenta sintetizza al meglio le loro influenze e conduce ad un viaggio dove tutto è giocato su dinamiche di piano/forte: i ragazzi dimostrano di saper plasmare la materia partendo da una semplice linea melodica per giungere a pathos armonici che deflagrano in un suono pieno, sempre guidati dagli umori delle chitarre. La voce di Gabriele Manzini penetra tra le trame con grande personalità e gusto che quasi gli si chiederebbe di avere più spazio. A ben vedere potrebbe essere questo un punto da sviluppare in futuro, perché se c’è proprio un limite da evidenziare è la prevedibilità con cui a volte i Babel Fish fanno progredire le loro dinamiche strumentali lasciando indietro le liriche come un sussurro pescato casualmente nel vento, evitando la complessità del racconto per un facile approdo. Un piccolo neo che, soprattutto in questo genere, rischia di macchiare la bellezza di quanto creato. Ma la stoffa qui c’è e si può diventare grandi.

Cimini – “Ancora Meglio” (Garrincha Dischi)
Il ragazzo si impegna ma potrebbe fare di più. D’altronde se hai come compagno di banco Brunori da un lato e (i ripetenti) de Lo Stato Sociale dall’altro c’è poco da fare, lo sguardo finisce sui loro compiti e si rischia di essere beccati al controllo della verifica. Eppure Cimini avrebbe anche le qualità per smarcarsi dal solito trito e ritrito pentagramma della canzone italiana; ma a lui va bene così, massimo risultato con il minimo sforzo. D’altronde la sua musica è più adatta ad accompagnare una giornata di sega a scuola che un pomeriggio passato sui libri a studiare. Promosso con debito.

The Blue Giants – Flamingo Business (autoprodotto)
Con la sfrontatezza dei migliori faccia da stronzi della periferia urbana di Los Angeles (per esempio, e non a caso… ). Roba abusata? Che piaccia o no questo è il rock’n’roll: ripetitivo, capoccione, sfacciatamente rétro e citazionista, eppure efficace come un’iniezione di adrenalina. “Flamingo Business” è un mix di riffoni hard/glam su una solida base ritmica che sostiene quadrata. Immagino che nella loro sala prove ci sia appeso alla parete il diploma ottenuto alla “Mötley Crüe e L.A. Guns school”. Facilissimo in questo campo valicare il limite del buon gusto e diventare una macchietta. I ragazzi invece hanno la scorza, ci sanno fare, ma sopratutto ci credono e così ci crediamo pure noi. Questo fa la differenza. Sarà un piacere beccarli dal vivo.

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MIGLIORE USCITA PER JUST KIDS!

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Makhno – “Leaking Words” (Brigadisco Records)
One man band: scelta pericolosa. Accade troppo spesso che la formula alla lunga stanchi quale che sia il genere. Non è questione di possedere un bagaglio tecnico all’altezza né un ampio ventaglio di soluzioni sonore a portata di mano, ma il sapere dare profondità al suono, sostenerlo, se possibile svilupparlo. Paolo Cantù, musicista autodidatta, riesce esattamente in questo utilizzando una visione sgombera da limiti di espressione per esplorare la propria dimensione di rumore. Non a caso è tra i fondatori di alcune delle migliori realtà underground italiane come Six Minute War Madness, A Short Apnea, Uncode Duello e, li in cima al curriculum, Afterhours. Ascoltando gli otto brani che compongono “Leaking Words”, terzo album a nome Makhno, mi piace pensare che se fosse rimasto alla corte di Manuel Agnelli quest’ultimo ne avrebbe tratto un notevole contributo creativo, soprattutto per il suo approccio sperimentale ricco di dinamiche noise e industrial che tanto contaminano “Leaking Words” così come, in parte, l’ultimo lavoro della band milanese “Folfiri o Folfox”. Makhno creatura libera, dicevamo, proprio per il modo di approcciare queste architetture elettroniche ed elettriche che dal vivo si prestano ad un’ulteriore esplorazione: un canovaccio che sembra sporcato dal sangue della copertina dell’omonimo disco dei Suicide e da quello della “pubblica castrazione” degli Swans. Il tutto marchiato a fuoco dalla Brigadisco Records, coraggiosa e vitale come poche etichette oggi nel mercato underground italiano.

Ascolta: “La Ragazza In Coma”

 

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DA TENERE D’OCCHIO PER JUST KIDS!

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Vat Vat Vat – “Vie” (La clinica dischi / Manita dischi)
I Vat Vat Vat sono un trio interessante perché ascoltandoli capisci subito che non si sono accontentati nel chiedere il massimo da loro stessi. Prendi ad esempio “Solitaria”, quarta traccia del loro debutto “Vie”: potevano farne una pop song da falò, e invece eccoli impegnati ad arricchire gli arrangiamenti con innesti di synth che elevano letteralmente le loro ambizioni verso profondità “spaziali”. Non che debbano ricorrere per forza al guizzo inatteso per andare al sodo della questione (“Quello che vuoi”), ma è chiaro che stanno cercando una chiave diversa con cui cantare di resistenza alle convenzioni e di ricerca di un sé distinto dalla massa. La loro luce di tanto in tanto brilla del riflesso di stelle guida (I Killers per certe dinamiche elettroniche, un languido sapore Kuntziano nel cantato) ma la sostanza molecolare della loro natura è un ibrido che fa pregustare possibili nuovi orizzonti. Costruendoci sopra con coraggio potrebbero guadagnare la loro fetta di cielo.

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