INTERVISTE: BELIZE

A cura di Giovanni Graziano Manca

Vorrei innanzittutto che vi presentaste ai lettori di JUST KIDS MAGAZINE e che metteste in rilievo la formazione musicale di ciascuno di voi (intendendo per essa non solo gli studi accademici eventualmente conseguiti ma anche il bagaglio di esperienze di ogni singolo componente, la precedente “militanza” in altre bands e le influenze artistiche che ognuno di voi ha interiorizzato nel corso degli anni).
Ciao Just Kids Magazine! Noi siamo i Belize, tre ragazzi di Varese. Innanzitutto Varese ha avuto un ruolo fondamentale che non rinneghiamo mai: La nostra provincia è da sempre molto attiva dal punto di vista musicale, un po’ per la storia di Varese come epicentro rap Italiano negli anni ‘90, un po’ grazie a Ghost Records, alla Sauna Recording Studio, Eleven Mastering e ai moltissimi che hanno alzato il livello e di conseguenza la voglia di fare nei giovani che si approcciano alla musica. Ora non credo sia diverso, ma quando abbiamo iniziato noi davvero moltissimi suonavano in una band. Noi tre nello specifico arrivavamo da tre gruppi diversi di tre generi opposti tra loro. Chi suonava i Red Hot Chili Peppers, (Mattia) , chi cercava di fondere due gruppi inconciliabili come Radiohead e Strokes (Riccardo), chi provava per la novantesima volta a suonare B. Y. O. B. dei System of a Down (Federico). Solo Mattia ha deciso di studiare musica per lavoro e si è diplomato al conservatorio Jazz di Como, Federico lavora come videomaker per una notissima casa di moda (non possiamo dire quale ma sappiate che i Migos ne vanno pazzi) e Riccardo tra un render 3D e una grafica aspetta di vincere il Mercury Prize.

Nel 2016 esce il primo album “Spazioperso”, nel 2017 vi distinguete alle audizioni di Xfactor per l’unicità della proposta artistica e pubblicate “Replica”, un EP la cui uscita viene anticipata da “Pianosequenza”, singolo che in rete consegue un successo strepitoso; nel 2018 uscite con il vostro secondo album “Graffiti”, disco che appare maturo e il cui ascolto sembra denotare una certa chiarezza di idee circa il futuro artistico della band. Cosa provate nel rileggere la sintesi dei risultati della vostra carriera?
È strano. Ci siamo sempre approcciati a questo progetto con lo stesso atteggiamento, fare ciò che in quel momento ci andava di fare, pezzo dopo pezzo, senza pensare a un “dopo” anche quando caricammo il nostro primo singolo “Due” su Youtube. Quando ci troviamo ad un bivio (musicalmente parlando) ci ricordiamo che non ci sta obbligando nessuno a fare quello che facciamo, e questo ci rimette subito in carreggiata: spesso facciamo scelte che non vanno di pari passo con le logiche discografiche (ancora ci fischiano le orecchie per le volte che ci hanno criticato il finale senza voce di Pianosequenza, o il Bridge distorto di Iride) ma sempre pensando a quello che secondo noi è necessario per il pezzo. Quando rileggiamo questa sintesi forse la prima cosa che ci chiediamo è cosa succederà in futuro! Magari il prossimo riassunto sarà “… nel 2019 decidono di abbandonare le velleità artistiche e fondano un fortunato agriturismo nell’anconetano”.

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Avete finora compiuto un percorso in continua ascesa. Lo immaginiamo pieno di legittime soddisfazioni ma anche di grande impegno compositivo, concertistico e promozionale. Come è cambiata la vostra vita in questi ultimi anni e cosa vi manca di più del vostro menage quotidiano precedente?
È cambiata radicalmente: sicuramente avere una band comporta una serie di compromessi, rinunce, e una dedizione chirurgica con la quale ci ritagliamo tempo per suonare, produrre i live, lavorare a nuove idee, anche perché nel nostro caso oltre alla musica curiamo la direzione artistica del progetto: grafiche, foto, video, social. Tutto è un piacere, ma anche un impegno che ci chiede concentrazione e confronto. Diciamo che dobbiamo andare molto indietro nel tempo per individuare il primo weekend completamente libero da qualche impegno Belize. Ma se il bilancio generale non fosse positivo non continueremo a farlo, in fondo ci diverte e ci appaga come nient’altro.

Su quali presupposti e con l’auspicio di quali prospettive è nato il vostro progetto musicale ed artistico? I vostri obiettivi iniziali sono stati raggiunti o devono ancora essere ancora conseguiti? Oppure, ancora, tenete continuamente aggiornati gli obiettivi che vi siete inizialmente posti e puntate di volta in volta, a nuove e più ambiziose mete?
L’idea di partenza é stata semplice: ci piacevano le batterie e i pattern dei dischi Hip Hop americani, e volevamo fonderli con testi e melodie presi dal mondo cantautorale italiano. L’amore per le batterie ghetto è per i suoni di derivazione elettronica ed analogica ci è rimasto, e se certamente c’è stata un evoluzione nel nostro modo di scrivere, ci fa piacere quando ci viene detto che a prescindere dalla differenza tra un pezzo e l’altro le cose che facciamo suonano sempre “Belize”. É la cosa di cui andiamo più fieri in assoluto. Il prossimo obiettivo ovviamente è Sanremo!

Come nascono le vostre canzoni? Ho notato che i brani sono firmati collegialmente. Significa, questo, che i singoli brani nascono in studio con tutti voi presenti oppure che ognuno, separatamente, apporta il proprio contributo al brano su un’idea generale precedentemente concordata?
Abbiamo più modi di scrivere canzoni, e forse i più attenti riconosceranno quali sono nate in un modo e quali nell’altro. Solitamente Riccardo scrive una melodia, o un testo, che poi lentamente andiamo tutti insieme a vestire con una produzione più meticolosa. Altre volte Mattia o Federico hanno spunti di natura strumentale e in quel caso viene lavorata una base più solida sulla quale poi Riccardo ricama un testo. Ora può partire il gioco dell’estate, sondaggione su Instagram.

Ho trovato interessanti i testi. Intimi, per lo più, fortemente calati nel quotidiano delle nostre città, testimoniano a volte di un disagio esistenziale molto comune nelle ultime generazioni, sembrano denotare una urgenza comunicativa che oggi è sempre più difficile da soddisfare e mostrano, in filigrana, alcuni dei mali del nostro tempo. Si tratta di testi scritti, come si dice, “a tavolino” oppure sorgono spontaneamente perchè riflettono vicende autobiografiche?
Diciamo che sono una via di mezzo, solitamente l’input, come spesso accade, arriva da solo, spesso girando in bici, ed è prettamente autobiografico. Da questo input poi il testo viene sviluppato più “a tavolino” pesando per bene le parole e facendo a volte anche un ricerca quasi “enciclopedica”. Capita raramente di dire “voglio parlare di questa cosa” e poi iniziare a
scrivere un testo, arrivano sempre da sè e ci siamo resi conto che spesso sono dei messaggi che Riccardo scrive per se stesso, quasi come fossero dei memo.

Parlateci della vostra dimensione “Live”, di qualche episodio curioso accaduto durante qualcuno dei vostri concerti, dei posti dove non siete ancora stati ma che vorreste veramente visitare da musicisti impegnati a proporre la propria musica. Emozioni, gratificazioni, problematiche della vita in tour tenendo conto di quella che è stata, fino ad oggi, la vostra esperienza.
Fare musica dal vivo oggi è sicuramente una cosa sempre più scollegata e indipendente dalla musica su disco. Molto spesso infatti trovi dischi incredibili suonati male dal vivo, o il contrario. Noi siamo una band, e in quanto tale abbiamo particolarmente a cuore la cura della nostra esecuzione live: con questo termine intendiamo tutto, dalle produzioni rimaneggiate per rendere al 100% alla sinergia che vogliamo creare sul palco, alla volontà di far ascoltare le nostre cose senza mai far annoiare nessuno. Certo quando ti rapporti con sempre più persone é facile incontrare spettatori molto diversi tra loro, e gli aneddoti più divertenti sono quelli legati alle persone. Sicuramente sul podio mettiamo una ragazza che dopo aver cantato praticamente ogni testo a memoria (regalandoci incredibile soddisfazione nel vederlo) ci raggiunge al banchetto dei dischi dicendoci che siamo il suo “gruppo preferito dopo i Tokio Hotel!”. Sempre legato a questo tema ci ricordiamo di un post‐concerto a Bologna: osteria non meglio precisata aperta di sgamo, 4 del mattino; una manciata di gin tonic ed Edoardo (Calcutta) che ci illumina con un concetto tanto semplice quanto non scontato: ci deve sempre essere un momento in cui l’artista consegna la sua “opera”, dopo il quale non può (né deve) controllare come viene fruita.

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