INTERVISTE: GIULIO CASALE

Intervista di Francesco Liberatore

Con i suoi Estra è stato tra i protagonisti della grande stagione alternativa italiana degli anni ’90. Viscerali e intensi come pochi, la band trevigiana fece dell’immaginifica poesia del suo frontman uno straordinario elemento distintivo capace di accendersi di autentico furore rock nei dischi e nei loro memorabili live. Dopo lo scioglimento del gruppo, e in seguito a un percorso ricco di esperienze eterogenee che vanno dalla recitazione alla letteratura, ritroviamo oggi Giulio Casale in occasione della pubblicazione di un nuovo Ep e in procinto di rilasciare quello che sarà il quarto disco di inediti della sua carriera solista. A margine dei grandi palchi e della tv, ma sempre connesso con l’arte del racconto e con essa dell’impegno civile, Giulio si racconta delineando i contorni di un personalità forte, necessaria come riferimento tra le nebbie di unattualità che spaventa.

Ti conosciamo come un artista poliedrico capace di dividersi tra canzone, letteratura e teatro. Ora torni propriamente alla musica con l’Ep “Cinque anni”, un titolo che segna il tempo trascorso dal tuo ultimo lavoro “Dalla parte del torto”. È stata un’esigenza dettata da un preciso momento oppure è arrivata in maniera del tutto naturale?
Tutte e due le cose, nel senso che io scrivo sempre, ed è un esercizio oltre che un’esigenza. Scrivo di tutto: poesie, racconti, anche romanzi che non usciranno mai, pezzi per il teatro e… canzoni. Ed è vero però che ad un certo punto ho proprio sentito il bisogno di tornare a misurarmi solo con quei “tre minuti”, cose concentrate. Ed ho aumentato la scrittura sapendo che ero di nuovo dentro il trip, immaginando il percorso di un disco, pensando a cosa possa essere questa volta l’opera, al suo significato.

Mi hanno colpito molto i testi del nuovo Ep, penso ad esempio a “Resto io”: sembra che tu abbia voluto raccontarti come artista e persona ancora di più che in passato. Possiamo dire che queste cinque canzoni ti hanno aiutato a fare il punto su chi sia oggi Giulio Casale?
Si, ma nella speranza che non sia autobiografia. Secondo me l’unica cosa che conta nel percorso di un artista è quanto sia stato in grado di raccontare il proprio tempo. Sicuramente ci sono io nelle canzoni, ma qui piuttosto cerco di esprimere quello che dovremmo sentire, quale voce, quale poetica, intesa anche come unione di suono e testo. In questo senso ho cercato anche degli arrangiamenti contemporanei che alcuni hanno trovato perfino eccessivi, ma io corro volutamente questo rischio. David Bowie diceva di sentire lo zeitgeist, lo spirito del tempo che va colto. Un pezzo come “Coscienza C” ad esempio per me dice qualcosa sui tempi che stiamo vivendo ma non solo a livello di testo, anche di composizione e sonorità scelte. Insomma, accetto volentieri la sfida.

Tempo fa ascoltai una tua intervista dove parlavi di quanto fosse stato importante negli anni ‘90 il ruolo della scena musicale indipendente italiana nell’abbattere alcuni tabù culturali che fino ad allora sembravano intoccabili. Ora le nuove leve, soprattutto in un genere dominante qual è oggi il rap, approfittano di questa strada aperta ma senza quella visione prospettica, senza la ricerca e la profondità che caratterizzava i testi e la musica in quel preciso momento storico. Come la vedi dalla tua prospettiva?
Quell’approccio alla musica tipico del rap/hip-hop per me è una scorciatoia, ma questo è un mio problema, non è nemmeno un giudizio. Io ho bisogno della complessità della canzone, che è una cosa semplice ma prevede almeno armonia, melodia, tempo, testo… un bel po’ di saperi artigianali. Detesto l’immediatezza perché di solito è fascista, rimanda ad un luogo comune. Se tutti capiscono tutto al volo vuol dire che stai dicendo cose già sentite, è questo per me è faticoso oltre che pericoloso perché è un po’ come fare l’opinionista, rivangare l’argomento del momento. E così tutto l’impegno che hai messo nel fare polemica non è servito a nulla se non ad esserci superficialmente in quel momento. Io sarei il più felice del mondo se un ventenne oggi arrivasse a fare un “Nevermind”! Ma non è necessaria la muscolosità, il vaffanculo, potrebbe anche essere un “Grace”; è che viviamo tempi talmente privi di una prospettiva ideale che un ragazzino oggi dovrebbe prendersi tutto questo spazio per dircelo e cantarcelo. E invece molto spesso anche nei nuovi cantautori, senza voler generalizzare, c’è questo guardarsi le scarpe: grande capacità “diaristica” e introspettiva ma pochissimo senso del collettivo. Ora l’hip hop è di moda in tutto il mondo, lo fanno a tutte le latitudini e dappertutto è un fenomeno, ma quei ragazzi non stanno facendo altro che omologarsi ad uno stile e ad un linguaggio… Forse ho letto troppo Pasolini, ma questo per me non è scardinamento culturale perché anche se nelle tue canzoni ci stai raccontando che è tutto sbagliato, che tutti sono ladri e corrotti lo fai attraverso musica volutamente commerciale, quella che poi passano principalmente in radio o in discoteca. Certo, stai dando una svolta alla tua vita ma non stai facendo la rivoluzione. Anche con Jovanotti ho questo problema: se tu sei la rivoluzione lo sei anche esteticamente, non solo come pensiero individuale ma anche come scrittura. È da lì che passa la rivoluzione, non solo da un buon atteggiamento che fa stare bene la gente.

CASALE 1

Guardando al tuo percorso artistico e pensando alle radici comuni che ti legano a personaggi come Manuel Agnelli e Cristiano Godano, è evidente come rispetto a loro tu ti sia tenuto alla larga da certi ambienti scegliendo davvero di essere indipendente, preferendo alla vetrina promozionale situazioni dove la parola “ricerca” ha più peso. C’è stato un momento in cui hai pensato: potevo restare in scia, sfruttare la mia posizione e prendermi tutto?
A volte ti ci ritrovi per caso nella parte sbagliata. Per esempio con gli Estra soffrivamo di avere molto meno visibilità e aiuto strutturale perché non c’era nessuno dietro di noi, né la Mescal né il Consorzio Suonatori Indipendenti. Eravamo soli. Anche se uscivamo per una major il nostro era un gruppo totalmente autogestito e abbiamo fatto il doppio della fatica che hanno fatto gli altri. Anzi, a noi molti grandi festival erano preclusi, perché anche nella gestione della musica alternativa esiste un sistema di consorteria. Potrei raccontarti molte cose da questo punto di vista. Noi soffrivamo perché semplicemente sentivamo di meritare di più dal punto di vista delle possibilità di farci ascoltare e non del guadagno, tutte le volte che ci riuscivamo avevamo un grosso ritorno di attenzione. Ma essere invitati una sola volta al concerto del 1°Maggio, una sola volta al Tora Tora Festival… capisci? Il Tora Tora lo avevamo elaborato per anni con Manuel Agnelli come necessità per tutta la scena, una grande idea di espansione intelligente della stessa. È vero che nel momento in cui scelgo il teatro, un profilo molto più da pagina della cultura che dello spettacolo, è chiaro che faccio una scelta elitaria, diversa. C’è tutto dentro questa tua domanda, il percorso di una vita (fa una lunga pausa, N.d.R.). A me non manca niente per sostenere un dibattito televisivo o per fare il giudice ma la mia complessità mi tiene a distanza istintivamente. Rivendico di aver detto tante volte di no anche per cose grosse che mi avrebbero dato molta visibilità, ma ho sentito spesso che quello avrebbe creato una contraddizione troppo grande con il mio percorso. C’è una sola regola secondo me ed è il disagio fisico: quando sei a disagio fisicamente in un posto vuol dire che non dovevi entrarci. Io non ho alcun disagio a recitare nei teatri più paludati o a suonare in postacci tremendi se mi sento bene, ed è l’unica discriminante. Non mi vergogno di niente delle cose che ho fatto, mentre qualcun altro qualche piccolo imbarazzo se lo porterà dietro. Ma la mia non è una vittoria.

A proposito di percezione fisica, quali sono le differenze per te tra il recitare a teatro e il cantare ad un concerto? Che rapporto si crea con queste due diverse tipologie di pubblico?
La scoperta l’ho fatta col tempo, è avvenuto piano piano e magicamente. Tutto è iniziato dal concerto-reading “Sullo Zero” dove spogliavo le canzoni degli Estra ma soprattutto parlando con le persone dopo lo spettacolo che venivano a dirmi: “sai che non avevo mai capito che “Nordest Cowboy” aveva un taglio anche ironico?”. È lì che scatta qualcosa dentro di me e mi chiedo: cazzo ma allora di cosa stavamo parlando? Perché se non ti è arrivato questo forse non ci siamo spiegati, allora ho sbagliato qualcosa e questo non fa che alimentare la mia feroce autocritica. Ma io volevo esattamente questo tipo di confronto che non è quello del grande concerto. La cosa che mi fa ridere e che poi a vedermi a teatro del pubblico degli Estra non è venuto nessuno, son spariti tutti! (ride, N.d.R.). E quindi da lì ricominciare da zero e ricostruirmi tutto un altro interlocutore. Ma la vera differenza è l’eccitazione. A teatro, ad esempio, ho un copione che conosco perfettamente, so quando ci sarà un cambio di luce, quando spostarmi… non c’è libertà apparente ma è tutto preordinato da una regia e da mesi di prove. Liberamenteinvece è un’esperienza uguale e contraria a quella di uno spettacolo teatrale perché non ho scaletta e posso fare quello che voglio, sono totalmente svincolato. E questa è un altro tipo di eccitazione. Era così anche con gli Estra perché ad un certo punto della tournée trovavo la scaletta giusta e di li in poi era quella. Il percorso ideale: le onde emotive della ballata che arriva a quel punto preciso e poi una dilatazione sonora di 6 minuti… ma era scritto, era teatro anche quello. Anche i miei gesti che si ripetevano sempre nell’eseguire una canzone erano frutto di una ritualità che cercavo fin dall’inizio, l’idea di trovare appunto l’esecuzione perfetta. Come vedi parliamo di due “sport” molto diversi ma ci sono delle similitudini che ho sempre avvertito. Rispetto al mio percorso di musicista mi sono sentito dire spesso: “Estremo hai tradito! Estremo dove sei?”, ed io pensavo che se quelle stesse persone fossero venute a sentire che cosa ho portato in scena a teatro avrebbero percepito lo stesso tipo di energia, la stessa tensione e opposizione ad un certo assetto culturale. Certo, senza più la chitarra distorta ma il gesto e l’intento sono gli stessi. Davvero resto io (citando il titolo della sua canzone, N.d.R.), c’è un millimetro di differenza. È chiaro che poi dopo ventisette anni di palcoscenico e di studio sono in grado di verbalizzare queste cose, prima non sarei stato in grado di spiegartele. Ora qualcuno mi riconosce un po’ cambiato, ma si cresce. La prima volta che sono salito su un palco era il 1989 e qualcosa l’ho imparato: non è semplicemente il fatto che te la tiri, è che sei molto più consapevole di ciò che vuoi o non vuoi. Per cui se ti da fastidio questo e preferivi solo pensare che io fossi istintivamente Kurt Cobain è un problema tuo, non mio.

Ed ora un nuovo capitolo, magari un disco… cosa dobbiamo aspettarci per i mesi a venire?
La cosa bella è che quella esigenza che ho sentito di scrivere canzoni ad un certo punto è diventata un fiume in piena, per cui ora ho materiale per due dischi! Un anno fa ho chiuso una tracklist di tredici pezzi che dovrebbero uscire entro la fine dell’anno.

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