INTERVISTE: SHERPA

Intervista di Francesco Liberatore

Con il debutto “Tanzlinde” li avevamo scoperti intenti in un’affascinante esplorazione sonora che muoveva dalla montagne d’Abruzzo per guardare verso paesaggi d’Oriente. Dopo due anni colmi di grandi soddisfazioni, tra cui la collaborazione con Cristina Donà per la riedizione di “Tregua” e l’annuncio della partecipazione al prossimo Roadburn Festival, li ritroviamo oggi alla seconda prova in studio. Tigris & Euphratesè il nuovo album degli Sherpa, un disco che sonda musicalmente il lato più oscuro e potente del gruppo e funge da perfetto accompagnamento per questo viaggio a ritroso che ci conduce in quella Mesopotamia “culla della civiltà”. È da qui che la band parte per tracciare la storia dell’evoluzione dell’uomo attraverso l’uso della parola, riuscendo con spirito critico ad attualizzare un tema complesso eppure di grande importanza attraverso la forza simbolica dell’arte. Quella che all’esordio sembrava molto di più di una promessa è diventata senza alcuna ombra di dubbio una delle realtà musicali più intriganti d’Italia e non solo. Incontriamo ancora una volta Matteo Dossena (voce/chitarre) e Pierluca Michetti (batteria/percussioni) che ci raccontano questo nuovo capitolo siglato Sherpa.

sherpa disco

Per “Tigris & Euphrates” avete scelto un tema-guida davvero importante. Da dove nasce questo percorso?
Matteo: quando ho iniziato a scrivere i testi per il nuovo disco mi sono reso conto che in qualche modo potevano essere ricondotti a questo argomento. In realtà tutto è partito con il brano “Abscent to the Mother of Language”: era da un po’ che avevo in testa il titolo, così ho iniziato a buttare giù le parole e cavalcando l’onda della canzone mi si è aperto un mondo. Chiaramente non è un vero e proprio concept album costruito intorno ad un tema specifico, quanto piuttosto un flusso di canzoni scaturite da un incipit molto preciso.

Un incipit che ci porta inevitabilmente a parlare di attualità. Possiamo dire che il disco concettualizza una dinamica radicata nella storia dell’uomo che oggi è drammaticamente sotto gli occhi di tutti?
Matteo: la questione è legata al fatto che effettivamente il nostro linguaggio è molto complesso e articolato rispetto a quello del mondo animale. Quello che gli animali non possono fare è ingannare con volontà attraverso il linguaggio, se non per il loro istinto innato e con la sola necessità di nutrirsi e difendersi. L’uomo, al contrario, può usare l’inganno nella parola per il mero bisogno di controllare. Questo “crack” all’interno della società, secondo la mia personale visione, è il momento decisivo: da una parte c’è chi con consapevolezza costruisce la menzogna per difendere lo status quo o sollevare sommosse ad hoc – vedi quello che accade sul web in ambito politico -; dall’altra ci sono le vittime inconsapevoli di un meccanismo perfettamente studiato. Queste dinamiche della comunicazione mi affascinano e penso sia importante sottolinearle.

Quello che mi ha colpito del disco è come attraverso la musica siete riusciti a comunicare questa duplice visione.
Matteo: per rimanere legati all’idea del linguaggio, esiste ovviamente la controparte positiva del discorso, ed è quella della comunicazione di valori come la fratellanza, l’apertura. A livello di composizione musicale questo gioco di luci e ombre spiega il contrasto. Ci piace costruire con la melodia, che è parte integrante del suono Sherpa, ma questa volta abbiamo solcato acque più “estreme” per i nostri gusti, ad esempio dilatando i tempi e usando maggiormente suoni distorti.

Questo cambio di passo netto rispetto al vostro debutto è figlio di una scelta mirata oppure è il risultato naturale della vostra evoluzione?
Pierluca: alla base c’è sempre l’idea di volerci evolvere e di non creare qualcosa che suoni come quello precedente, ci sentiamo naturalmente in cammino verso la nostra identità. La volontà di non volersi ripetere ti spinge a considerare nuove possibilità di scrittura ed esecuzione, infatti nelle nuove canzoni è confluita sicuramente la passione comune per sonorità più stoner/occulte.

Matteo: su questo ha sicuramente influito anche il cambio di formazione. Lo sviluppo delle canzoni è coincisa con il trasferimento per motivi lavorativi sia di Ivano (Legnini – basso) che di Enrico (Legnini – synth/chitarre); a quel punto eravamo rimasti noi due e Axel (Di Lorenzo – chitarra) ad affrontare la nascita del disco. L’arrivo di Franz al basso è risultato davvero fondamentale per la struttura che volevamo dare ai pezzi, un cambiamento che i brani stessi chiedevano: con il suo modo di suonare, con il suo virtuosismo, ha cambiato alcuni aspetti del nostro approccio. “Tanzlinde” porta con sé un’atmosfera più solare, con “Tigris…” esploriamo un suono più scuro ed è questa la strada che vogliamo seguire da qui in poi.

Pierluca: non si torna indietro verso il sole, si scende sempre di più nelle tenebre! (risate)

SHERPA PIC1

Tanzlinde” trovava un grande punto di forza nel suo parlare più linguaggi musicali, mentre “Tigris & Euphrates” è più focalizzato sulla costruzione di melodie e atmosfere che deflagrano in momenti di pathos di enorme impatto. Da qui al futuro la vostra sfida può essere anche quella di far emergere la personalità degli Sherpa dentro una scena così satura come quella heavy psych?
Matteo: si, decisamente. Pensare di fare un disco all’anno con la classica grafica da gruppo doom/stoner e con i soliti titoli esoterici non ci interessa. Certo, entrare in quel mondo ti può aiutare ad agganciare una scena molto ampia e ben conosciuta, soprattutto a livello europeo. Ma quello che vogliamo fare anche per il prossimo disco è restare sulla scia di “Tigris & Euphrates” perché ne riconosciamo gli spunti validi e sentiamo che l’energia che abbiamo sprigionato in questo lavoro non si è ancora del tutto esaurita.

Pierluca: o meglio, non la sentiamo del tutto incanalata come vogliamo. Stiamo ancora cercando una nostra formula che ci svincoli il più possibile da etichette di genere. Nel descriverci ne hanno usate parecchie e questa credo sia un po’ la riprova del nostro essere originali dentro un modo di suonare piuttosto preciso.

A mio avviso tutto il vostro potenziale si esprime nei live. Le canzoni spesso sembrano un canovaccio su cui poi siete liberi di spingere o rallentare. Mi pare di capire che questo fa parte della vostra attitudine.
Matteo: effettivamente è una dimensione che stiamo cercando. Credo che dipende molto da me perché io in sala prove come nei live sono maniacale, con Pierluca siamo arrivati a lanciarci le aste della batteria per un mio sguardo di disapprovazione! (risate) Ma siamo come fratelli e nel parlarsi sempre in maniera diretta questo ci può stare. Ora sto cercando di lasciarmi alle spalle bisogno di controllo perché mi rendo conto che era dovuto al fatto di non sentirmi sicuro delle persone che avevo affianco. Cementando sempre di più il progetto e suonando dal vivo ho abbandonato ogni dubbio. Loro stanno diventando la mia sicurezza e questo mi permette di essere più rilassato e libero d’improvvisare. “Equiseto” ne è la prova: sul disco è una delle canzoni più melodiose e serene, mentre dal vivo trova tutt’altra dimensione diventando parecchio ruvida.

Qual è il bilancio dopo due anni dalla nostra prima intervista?
Matteo: per me è un buon bilancio perché per una band italiana che all’esordio fa un disco così particolare come “Tanzlinde” ricevere tante critiche positive non può che far piacere. La riconferma dell’etichetta tedesca Sulatron Records nel licenziare anche il secondo album è per noi una soddisfazione ancora più grande e devo dire che a pochi mesi dal lancio di “Tigris & Euphrates” abbiamo notato una maggior attenzione da parte del pubblico rispetto al passato.

Una delle tappe significative del vostro percorso è stata sicuramente la chiamata di Cristina Donà che vi ha voluto sulla riedizione di “Tregua” per l’anniversario del disco. Com’è nata la vostra collaborazione per il progetto “Stelle Buone”?
Matteo: Cristina era rimasta molto colpita dal primo disco degli Edit a.u.f.n., che è la nostra precedente incarnazione prima di diventare Sherpa. Io cantavo in italiano e la band aveva un approccio molto diverso, più folk-rock. Con il suo entourage eravamo rimasti d’accordo per una possibile collaborazione ma nel frattempo la band si è trasformata in altro, con i brani scritti in inglese ed un suono molto più proteso alla psichedelia, e questo non le ha permesso di darci una mano direttamente su un nostro disco. Nonostante questo si è ricordata di noi per il progetto legato a “Stelle Buone” e così ci ha affidato il brano “Tregua” che abbiamo completamente stravolto reinterpretandola in una chiave del tutto personale. Suonare in apertura del suo concerto a Ravenna e poi averla con noi per il duetto finale è stata un’emozione incredibile! Per la prima volta ci siamo sentiti esattamente dove volevamo essere, presi seriamente in considerazione per quello che stavamo facendo.

Pierluca: è un’artista immensa eppure umile. Durante il check abbiamo provato il pezzo insieme ed è stata di una tranquillità e disponibilità sconcertante, sembrava di suonare con una persona con la quale hai sempre suonato in sala prove. Quando ci siamo rincontrati dopo il suo ultimo live in Abruzzo ci ha tenuto ad avere i nostri autografi sulla sua copia di “Tigris & Euphrates”. Splendida davvero.

Ed ora all’orizzonte un nuovo passo importante: il Roadburn Festival di Tilburg in Olanda, che non è solo uno dei più attesi appuntamenti musicali d’Europa ma anche un evento dichiaratamente pensato per far conoscere le band e il suono del futuro in ambito heavy.
Matteo: penso che sia un punto di partenza grosso per l’importanza in sé del festival e per il fatto di essere stati selezionati dall’organizzatore storico Walter Hoeijmakers che ci ha riempito di complimenti. Ci ha chiesto espressamente di suonare tutto il disco nuovo tanto gli è piaciuto! Sulla base di questo si stanno evolvendo tante belle collaborazioni che ci permetteranno di organizzare un tour ad aprile con tappa finale proprio al Roadburn. Poi ad ottobre torneremo in Germania, a Berlino, per il festival dell’etichetta. Insomma, stiamo lavorando bene e nel modo giusto. Il sogno è continuare a crescere, soprattutto in Europa dove la nostra proposta è particolarmente apprezzata.

Ultima domanda: immaginate di poter collaborare con un’artista per il prossimo disco. Chi scegliereste?
Pierluca: io sicuramente Tomo Katsurada dei Kikagaku Moyo. Quando abbiamo aperto per loro ho avuto modo di vederli e ascoltarli da vicino e questo mi ha reso molto curioso di conoscere il suo approccio alla scrittura. Gli riconosco una grande vena creativa e mi piacerebbe capire di più da una persona così lontana geograficamente e culturalmente da me.

Matteo: senza pensarci troppo, Robert Wyatt. Per quanto io voglia continuare verso territori musicali più pesanti e oscuri, per trovare quella follia creativa e quella freschezza che ti stacca dal solito approccio il suo modo di sentire completamente slegato sarebbe di grande aiuto.

Pierluca: certo che anche collaborare di nuovo con Cristina Donà non sarebbe male. Te la immagini sentirla cantare un nostro pezzo in inglese?

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