LIVE REPORT: Poietika @ Palazzo GIL e Teatro Savoia [CB] – 14/10/21

A cura di Davide Iannace

Primo giorno di Poietika: To Molise With Love

Se c’è qualcosa che ho capito dei GPS, è che fondamentalmente possiamo dividerli in due categorie.

Nella prima, vi sono quelli precisi, quelli che fanno affidamento sul loro set di dati per suggerirti la via più rapida per la tua destinazione.

Nella seconda, vi sono i GPS infami, quelli a cui piace drasticamente improvvisare.

Google Maps, negli ultimi tre anni, mi si è dimostrato il GPS più ubriaco e folle del mondo. Ha la tendenza maniacale a scambiare ogni veicolo per un 4×4 trazione integrale. L’ho testato in Abruzzo, nell’est della Sicilia, nell’entroterra pugliese e, recentemente, per andare a Campobasso. A quanto pare, per Google Maps, la via più veloce è quella di uscire nel nulla cosmico, per via dell’asfalto formato da dossi, curve e grandi buchi creati in eoni oramai sconosciuti, sotto i quali si scorgono le rovine di Ryleh.

È stato un po’ come se il GPS avesse voluto suggerirmi “Di qua si va per la via dolente” o, almeno, di qua si va ai confini dell’impero. Poeticamente, è questo.

L’edificio ex-GIL sede di Poietika – Ph. Davide E. Iannace

Confini e Dante non sono solo battute da tirare in ballo per insultare Google Maps, ma sono anche il tema della VI edizione di Poietika, una rassegna culturale a tutto tondo, che copre dalla musica alla letteratura, curandone tutte le sfumature e miscelandole sapientemente tra di loro in un bellissimo mix che ha il sapore di un cocktail ben curato.

Mi son perso l’inizio e la fine della rassegna, ma ho goduto dei tre i giorni centrali.

Il primo evento è quello di Michele Paladino, un giovane dalla barba non troppo folta e un accento che, di primo acchito, non sembrerebbe proprio essere molisano. Invece, scopriamo che è un molisano doc, di un paese chiamato Santa Croce di Magliano, venuto nel capoluogo per presentare il Breviario delle aberrazioni, la sua opera prima in versi poetici.

È una sala straordinariamente gremita, vista anche l’infausta ora dell’evento, 16.30, un orario così preciso e così predatore di un possibile eco maggiore. Come mi hanno detto qui in città, dopotutto, Campobasso è una città di amministrativi, vive secondo le rigide regole degli orari fissi e insormontabili dei pubblici e privati uffici. Chissà se non è un po’ destino che il momento in cui Paladino presenta il suo libro è una di quelle ore che mai si dedica all’arte, se anche questo non diviene un momento di rottura dei confini fissi del tempo e degli orari che di solito regolano la nostra esistenza.

È un discorso interessante quello del Paladino, che seduto snocciola i concetti fondamentali della sua poetica, del suo vissuto da persona della periferia che ha riscoperto, tramite l’approccio onirico alle parole, il confine rappresentato forse proprio dal Molise, dal suo essere una terra a metà.

I confini culturali e sociali, più che geografici e politici, torneranno nel corso della giornata anche con Jessica Bruder, l’autrice di Nomadland che mi ha sottratto alla lettura delle poesie del Breviario delle aberrazioni (e che dovrò recuperare in qualche modo). Quello che mi rimane di Paladino sono la sua lucidità e quel pizzico di ego, così tipici degli artisti e che fanno parte del loro fascino. La lucidità di comprendere la precarietà dell’esistere al limite e al confine tra due realtà: quella delle città e del mondo che corre veloce e quella che esperienziamo qui, tra le montagne e le province.

Le sue parole mi hanno riportato alla poesia sudamericana, portoghese e spagnola che mischia il mistico con il sociale, raccontando una odissea personale. Sarà interessante, nel futuro, vedere lquali saranno le iterazioni tra il mondo dell’onirico, della provincia e la mente di Paladino. Nonché, ironicamente, le prossime iterazioni tra Paladino e il resto del mondo.

Ma se ho saltato la lettura delle sue poesie, è stato solo perché son dovuto fuggire, mestamente, per rincorrere Jessica Bruder, la scrittrice, antropologa e giornalista, esperta di sub-culture e di fenomeni sociali negli USA e non solo, dietro la cui penna si nasconde Nomadland, il film premio Nobel della regista Chloe Zhao, con Francis McNormand nella parte della protagonista.

Si è concessa per una breve intervista con Just Kids Magazine e ne ha colto la citazione che lega il nome della rivista a… Non lo diremo, non qui, sta a voi scoprirlo!

Jessica Bruder a Poietika – Ph. Michele Messere

La prima domanda è, ovviamente, su Nomadland, uno dei libri di maggior successo in questa decade. Cosa vuol dire essere nomadi in una società come quella contemporanea, che privilegia chi riesce a mettere radici?

Essere nomadi è complicato. L’intera nostra società è predisposta per chi vive in una casa, tradizionalmente intesa. Psicologicamente, vuol dire indicarti come un estraneo se non vivi in quel modo, quasi al punto da renderlo discriminatorio, quasi illegale. Oggi, inoltre, essere nomadi vuol dire essere persone private dei mezzi di sussistenza, perché sono persone che vivono senza casa e scelgono il nomadismo come ultima possibilità.

Stiamo guardando all’esistenza di nuovi gruppi sociali, come quello dei nomadi digitali, che scelgono di essere nomadi. Cosa pensi di questo nuovo gruppo?

È molto differente, secondo me. Lo stile di questi nuovi nomadi è uno stile giovanile, da influencer, digitale, è una scelta. Le persone in questa cultura sono viaggiatori auto-sufficienti, che scelgono dove e come andare, fanno qualcosa di differente anche a livello lavorativo. Hanno spesso lavori ottimi e ben pagati, soprattutto poco fisici, sono ben inseriti nella società, privilegiati. Le persone di cui ho scritto fanno lavori fisici, pesanti, si rifanno sempre a qualcun altro, lo scelgono come mezzo di sussistenza.

Abbiamo parlato di tecnologia. Tu sei l’autrice di un libro sull’affair di Edward Snowden e i rischi della tecnologia nella nostra società. Pensi che, dopo questa storia, sia cambiato il modo in cui le persone sono collegate alla tecnologia?

Penso che, per trenta secondi, le persone siano state più attente ai rischi della tecnologia, ma poi è diventato inconveniente occuparsene e le persone sono tornate a condividere i loro dati a Google, Facebook e le altre big tech, che hanno un loro ruolo nel dramma del capitalismo del controllo. Penso che, dopo un certo punto, le persone non distinguono tra lo spionaggio del governo sui dati e quello delle compagnie private sui dati. Il problema è così grande che nessuno se ne preoccupa più.

Jessica Bruder a Poietika – Ph. Michele Messere

Hai citato governo e grandi corporazioni. I primi stanno provando a mettere alcuni limiti sul potere dei secondi, usando le tasse e altri sistemi di controllo. Pensi sia possibile, per un singolo governo, sfidare il potere di questi big tech?

Penso che sia possibile e che la scusa del non è possibile è solo una scusa per non far nulla. Penso che sia difficile, perché abbiamo permesso a queste compagnie di andare avanti per molto tempo senza far nulla. Negli Stati Uniti, abbiamo una lunga storia con i monopoli. Abbiamo una forte legislazione anti-trust. Per diverse ragioni, le persone invece agiscono come se le compagnie digitali venissero da un diverso pianeta, con diverse regole, ma non è così. Solo l’implementazione è differente e spero che sia possibile per noi finalmente acchiapparle, regolarle, per gli interessi della popolazione.

Un’ultima domanda di nuovo su Nomadland. Quali sono i tuoi sentimenti e la tua esperienza con la trasposizione del libro in un film, così premiato e amato?

È stato surreale, ma poi quando penso quanto sia stato folle per me, penso inoltre quanto sia stato folle per le persone del libro, come Linda May, Swanky, Bob Wells, che improvvisamente si sono trovate sullo schermo insieme ad alcuni dei più grandi attori del mondo. Per me, è stata una gioia. Penso che la nostra cultura assuma che, dopo una certa età, le persone non possano fare nulla di differente da quello che han già fatto, che hanno un certo set di abilità che non si possono ulteriormente sviluppare ad una certa età e che non si possa far nulla di diverso. Le persone del libro, invece, hanno vissuto questa incredibile esperienza ed è una cosa a cui pensare: come sia possibile fare nuove ed incredibili esperienze, anche ad una certa età. È stata un’esperienza e un’emozione incredibile per me.

Jessica Bruder e Valentino Campo a Poietika – Ph. Michele Messere

Una chiacchiera rapida prima del suo intervento nella splendida cornice del Teatro Savoia dal sapore Ottocentesco e quel fascino che solo i posti vivi e vissuti possono avere. O forse, ero solo terribilmente nostalgico e felice di essere di nuovo tra la platea di un teatro vero e reale, tangibile. Ha un fascino tutto suo tornare in un teatro, vedere le persone che, come te, attendono impazienti o scocciate il prossimo spettacolo. Come facevano le tre nonnine  – così la mia mente aveva designate, eleganti nei loro pellicciotti in difesa contro il clima rigido di qui, del confine – che parlavano scioltamente con le vocali chiaramente dialettali di vaccini (la signora Pina, che non conoscerò mai, sembra aver chiamato molte persone per saperne di più) per poi passare all’arte, al misterioso Nomadland e all’Afghanistan.

Hanno fatto, le anziane ma vispe signore, da contraltare all’altro pezzo di platea, un nugolo nemmeno troppo rumoroso di giovani adulti, separati da me da almeno dieci anni d’età anagrafica e da circa un paio di titoli di studio, oserei dire. Non so se condotti qui da scuola o famiglia, ma fa un bell’effetto vedere tanti giovani, così reattivi e attenti, a un evento come Poietika che tocca temi solo in apparenza lontani.

Perché come traspare dall’intervista e dal dialogo tra lei e Valentino Campo, curatore dell’evento, il mondo dei nomadi è un mondo che vaga e che ha toccato anche noi italiani. Un mondo, quello del nomadismo americano, che è diverso da quello dei senzatetto che pure, in qualche modo, condividono con i nomadi la mancanza di quel tetto solido, la casa di periferia, dei suburb, tipica delle serie e dei film americani.

La Bruder ci tiene a mettere bene in luce come essere nomadi voglia già dire essere dei privilegiati rispetto ai senzatetto, ma pur appartenere ad una comunità vissuta come secondaria, per volontà o necessità. Torniamo così ai confini che dividono il mondo di chi vive nella propria casa e di chi decide di farla viaggiare, per sopravvivere o per avventura.

Jessica Bruder e Valentino Campo a Poietika – Ph. Michele Messere

È un dibattito, quello messo in scena sul palco del Savoia, che porta alla luce le storture del sistema americano. Eppure, segna un altro confine: quello tra la nostra mentalità europea e italiana e quella della Bruder stessa. Alcune domande, calzanti per qualsiasi autore proveniente dal caro Vecchio Mondo, risultavano in qualche modo quasi innegabilmente naïve confrontate con quella ferocia innata di un sistema che a caro prezzo fa pagare anche l’insulina.

Un dibattito che è quanto mai centrale per mettere in luce le distanze e le vicinanze tra due mondi e tra sottomondi, come quello dei nomadi e dei radicati, nelle proprie città e nei propri sistemi.

Il primo giorno di Poietika si conclude in una cornice ottocentesca per parlare di futuro e di come anche un mondo apparentemente distante da noi quello dei nomadi, vi abbia profondi legami.

No, non è vero. In realtà, la giornata si conclude con la mia immeritata multa per sosta vietata che sentenzia la diffidenza verso la nuova tecnologia: avevo pagato con una supertecnologica app che è stata vergognosamente sopraffatta dalla vecchia tecnologia rappresentata dagli occhi del vigile urbano che quando non vedono il tagliando, fan calare la scure del pagamento.

Un altro confine, possiamo dire, tra il mondo tradizionale e quello contemporaneo. O almeno, me lo giustifico così tornando a casa.

 

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