Chiedilo a Kurt

A cura di Gabriella Rossi

Illustrazione di William Ceraolo

Chiedilo a Kurt 

Kurt Cobain by William Ceraolo

In tempi incerti come questi, vorrei tornare ai giorni del liceo, quando indossavo un cardigan di tre taglie più grandi e ascoltavo dalle nove di mattina l’MTV Unplugged in New York dei Nirvana. Passavo ore incantata a fantasticare sul fatto di essere un’adolescente negli anni Novanta ed ero certa che la mia vita sarebbe stata migliore.

Crescendo, ho compreso quanto sarei stata fuori tempo in qualsiasi epoca.

Mi dicevano che era solo rumore e io alzavo il volume: fingevo di suonare una chitarra nella mia stanza, un santuario votato a Kurt Donald Cobain. A quattordici anni, il primo incontro. Per una ragazzina svezzata con Gaber e Battiato, impossibilitata a essere semplice perché rincorsa dallo spettro di un’aura mediocritas che mai avrebbe dovuto farsi spazio, i Nirvana con la loro musica hanno rappresentato IL moto di ribellione.

In un rito collettivo che dura da tre decenni: anche per me, l’adolescenza è partita al primo accordo di Smells Like Teen Spirit

Accomunata a Kurt da un costante dolore allo stomaco, per lui ho avuto una venerazione al limite del maniacale: giocavo a imitarne gli scatti iconici e mi appassionava una ricerca filologica dei testi, per scovare il nocciolo del dolore e per dare un senso a quello che per gli altri era solo rumore.

Mentre scrivo, spingo play su Dumb:

I’m not like them but I can pretend
The sun is gone but I have a light
The day is done but I’m having fun
I think I’m dumb or maybe I’m just happy

 

Ho subito preferito In Utero a Nevermind: ogni traccia scandaglia l’animo di Kurt e ci restituisce le spoglie in musica di quello che, suo malgrado, è stato come un novello Gesù: portatore di temi, pensieri di una generazione di cui ne è stato il simbolo, alla ricerca costante di una voce in grado di parlare per tutti quelli costretti al silenzio. Serve the servants, Rape me, Pennyroyal tea e Frances farmer will have her revenge on seattle: sfido chiunque a non trovare perfetta la tracklist di In Utero!

Negli anni ho capito quanto Kurt scrivesse e cantasse per se stesso. Tutto quello che gli è successo attorno è stato un danno collaterale nato dalla necessità di guardarsi dentro. Io ho tentato la stessa operazione più volte di quante mi piaccia ammettere. Ho cambiato pelle e accumulato ascolti, ma i Nirvana hanno costantemente principeggiato nello stereo e nella testa.

Tuttavia, tra le tante canzoni è Sliver con quel I WANNA BE ALONE urlato in camera – nel videoclip in cui si rincorrono le immagini di Frances Bean Cobain – a essersi appiccicata alle mie ossa. Quattro parole in croce, parecchio chiasso e un messaggio che viene dritto dalla bocca di un’infanzia difficile da dimenticare. Non voglio che questo scritto diventi una seduta di psicanalisi, anche se i Nirvana nella vita a me – come credo ad altri – mi hanno sempre aiutata a trovare le risposte prima ancora di conoscere le domande. Anche quando sono tornata alle radici, alla musica italiana, da qualche parte c’era la ragazzina con i capelli chiarissimi piena di idee e con la rabbia che si mangiava lo stomaco.

 

Play Incestide e Aneurysm.

Una di quelle canzoni che mi suscita sensazioni e ricordi che, ogni volta, fatico a mettere in ordine. La musica scorre e non posso non pensare a quanto vorrei ritrovare il livore dei quattordici anni. Oggi vicina ai trenta, ne necessito come non mai.

Sono tempi bui e rifugiarsi nella nostalgia di ciò che siamo stati è di sicuro più comodo rispetto al fare i conti con quello che siamo diventati: Kurt canta e io mi chiedo che fine ha fatto la bambina con gli occhi grandi e la fiducia nel mondo? Dov’è la ragazzina che combatteva le piccole e grandi ingiustizie? Chi sta scrivendo oggi, lontana da quella camera/santuario chilometri reali e spirituali? La risposta se ne sta sepolta sotto cumuli di parole e tra le note di Bleach.

Quest’anno, ricorrono ventotto anni dalla scomparsa di un amico di un bel pezzo di strada. Quante cose avrebbe ancora potuto dare e dire? Cosa avrebbe pensato della storia che stiamo vivendo? C’è chi ha prodotto cose musicalmente superiori ai Nirvana. Penso ai REM, ai Cure e agli Smashing Pumpinks ma poi riguardo quell’Unplugged in New Yorke il pensiero è sempre lo stesso: avremmo tutti ancora avuto bisogno di Kurt, dei suoi occhi e della sua voce.

Solo che lui scriveva per se stesso, per lenire il suo stomaco, servito su un piatto d’argento al mondo: i suoi orfani sono soltanto un danno collaterale.

Kurt suonava a noi, non per noi.

Allora, chiudendo questa lettera nella quale ti ho evocato a più riprese, ti do del tu, Kurt: scusami se non riesco ancora a crescere, se mi manca sempre quel passo in più. Se la nostalgia la fa da padrona. Ovunque tu sia credo capiresti: sono tempi bastardi nei quali non è un granché essere adulti.

Play All apologies

Con eterna riconoscenza,

Gabriella

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