LE INTERVISTE DI JUST KIDS SOCIETY: MICHELE FENATI – “Dall’altra parte del mare” (I Dischi di Beatrice, 2022)

Intervista di Gianluca Cleri

Ecco finalmente il disco di inediti che ci era stato ampiamente anticipato con il singolo “Il mio nome è Aurelio”, omaggio al grande Secondo Casadei… e restiamo in Romagna con la voce e la lirica di Michele Fenati che include questo brano dentro questo disco dal titolo “Dall’altra parte del mare”, lavoro di inediti in studio di un pop d’autore complesso e allo stesso tempo scorrevole, semplice, di maniere gentili ed eleganti. Tanti i risvolti sociali e ad un personaggio di così lunga carriera cadono a puntino le puntuali domande della nostra rubrica Just Kids Society:

Questa stagione di Just Kids Society vuol parlare di futuro. Una cosa incerta sotto tanti punti di vista. Parliamo del suono tanto per cominciare. Ormai i computer hanno invaso ogni cosa. Si tornerà a suonare la musica o si penserà sempre più a come comporla assemblando format pre-costituiti?
Spero tanto si possa tornare a una gestione della tecnologia più “umana”. Penso che il cuore, il respiro, la passione di un musicista, difficilmente possa essere sostituita.

Sempre più spesso il mondo digitale poi ha invaso anche la forma del disco. Ormai si parla di Ep, di singoli. Di opere one-shot dal tempo limitato. Qualcuno parla di jingle come forma del futuro. E dunque? Se da una parte c’è maggiore diffusione, dall’altra c’è maggiore facilità di produzione. Dunque… chiunque può fare un disco. Un bene o un male?
Come per tutte le cose, ci sono sempre 2 facce della stessa medaglia. Il fatto che tutti possano produrre è sicuramente un bene, questa musica liquida, ha però creato una dispersione e una disaffezione verso la musica stessa. Dopo un lungo viaggio in macchina, ci ricordiamo un titolo di un brano che abbiamo ascoltato? “Ascoltare” è un verbo molto diverso da “sentire”. Vorrei che si tornasse ad ascoltare la musica e ad affezionarsi a una canzone e non solo ai “like”, che con la musica non c’entrano niente.

La pandemia ha ispirato e condizionato molta parte dell’arte di questo tempo. Ma sempre più spesso gli artisti inneggiano ad un ritorno a cose antiche, ataviche, quasi preistoriche come certe abitudini, come un certo modo analogico di fruire la musica. Insomma, ha senso pensare che nel futuro si torni a vivere come nel passato?
Avrebbe senso, ma penso sia impraticabile. E’ però percorribile la strada del giusto equilibrio. Il vinile non era solamente musica era una copertina, erano testi, erano direttori d’orchestra o arrangiatori erano la personalità del cantante o cantautore. Il mio nuovo album è stato prodotto anche con supporto VH-CH nel progetto “musica riciclata”. Mi piacerebbe che anche altri artisti prendessero questa strada.

Un disco che sposa il classicismo del pop e della melodia main stream. Oggi siamo immersi invece nelle finte trasgressioni di genere, tra elettronica e allegorie di vario genere. Secondo te il tuo modo di pensare e di scrivere può incontrare le nuove generazioni? E in che modo?
Ho difficoltà a rispondere a questa domanda. Ho scritto e realizzato un album in totale libertà, non indirizzandolo ad un pubblico specifico, ma lanciando delle note e delle parole e pensando che qualcuno potesse raccoglierle, a prescindere dall’età. Nonostante si sia tentata anche la globalizzazione dei gusti e dei pensieri, credo che la musica possa servire anche a unire più generazioni.

Anche in questa stagione riproponiamo una domanda che sinceramente non passerà mai di moda anche se le statistiche un poco stanno dando ragione a tanti come noi. Parliamo tanto di lavoro ma alla fine vogliamo finire in un contenitore in cui la musica diviene gratuita. E Spotify è uno di questi. Non sembra un paradosso? Come lo si spiega?
Si, è un paradosso. Come è un paradosso che troviamo la musica dappertutto, ma non ci ricordiamo il titolo della canzone ascoltata 5 minuti fa alla radio. La storia però insegna che a inventare i masterizzatori domestici, fu una delle multinazionali discografiche e che i primi a scaricare la musica gratuita, furono proprio i musicisti. La crisi discografica, non riguarda il numero di produzioni, spesso auto-produzioni, riguarda la capacità del settore di creare reddito autonomamente e dignitoso per chi ci lavora.

Siamo nel tempo dell’apparire. Come ci si convive? Si esiste solo se postiamo cose? E se non lo facessimo?
Se non lo facessimo ricominceremmo a parlare con le persone, ad ascoltarle, a vivere la musica come un momento per stare insieme. Non avremmo un sacco di like “automatici” o di persone che ascoltano 5 secondi una canzone. Avremmo o saremmo noi stessi fan di un autore, di un cantante, di un disco e ci ricorderemmo di quella canzone per anni, non per pochi giorni come succede adesso. Utilizzeremmo le idee e la fantasia.

A chiudere, da sempre chiediamo ai nostri ospiti: finito il concerto di Michele Fenati, il fonico cosa dovrebbe mandare per salutare il pubblico?
C’è una canzone del mio ultimo album che si presta in alcuni punti, a un coro globale. Mi piacerebbe che il pubblico ricantasse con me “Dall’altra parte del mare”.

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