RECENSIONI: N.o.D.o. – “INFINITE JEST” (Lift Records, 2022)

Intervista di Gianluca Cleri

Esiste un limite che sembra significare anche un confine pronto sempre a dividere attenzione da rumore di fondo. Il popolo massificato facilmente conducibile alla meta contro l’anomalia del sistema che, per ovvie ragioni, porta con se anche il peso dell’emarginazione:

“Fa male sempre misurarsi con la continua indifferenza che anche le persone che ti sono accanto restituiscono a quel che fai non appena questo decide di allontanarsi dai sentieri battuti. Quel che più fa male è veder la normalità con cui questa indifferenza trova la sua ragion d’essere…” (N.o.D.o.).

Nasce N.o.D.o. progetto che unisce post rock e psichedelia dentro le trame e i cliché di forma della canzone d’autore. Una deriva che in tanta parte e da molti viene presa anche se non in questo modo sfacciato, quasi severo, deciso e violento come nel mix di voce, oltre quel limite che delle volte macchia l’intelligibilità. Soluzioni un poco estreme per noi che siamo perennemente figli del pop… soluzioni internazionali per noi che siamo italiano ogni volta che possiamo, anche quando recitiamo moti di esterofilia…

“Si è stata decisamente una scelta violenta per molte delle nostre abitudini. Anzi i cultori del genere pensano che la voce sia addirittura alta in questo mix. Poi la voce principale è doppia, eterea e distante… quella di Paolo Benvegnù invece l’abbiamo trattata come si accoglie un ospite in casa. La si coccola e la si restituisce ad un ambito più cantautorale…” (N.o.D.o.).

Eh si perché in questo primo brano di N.o.D.o. troveremo anche la voce di un grande come Paolo Benvegnù. “Infinite Jest” è la prima prova che condurrà in un non luogo non ancor meglio specificato e anzi probabilmente neanche troppo previsto in partenza. Anacronistiche e lisergiche tessitura di chitarra si colorano di moti percussivi quasi tribali alla ricerca di una dimensione post-apocalittica dell’uomo moderno che, dentro le liriche stesse, è chiamato a far di conto con la povertà di stato dentro cui si sta riducendo dentro questa spietata omologazione di se. Il tutto magistralmente rapito dalle immobilità dei personaggi del video ufficiale, esplicito richiamo all’intrattenimento infinito di Wallace nel celebre romanzo a cui il titolo del brano fa, ovviamente, riferimento. Perdiamo le nostre ricchezze individuali, le nostre particolarità… perdiamo la capacità che ci rende speciali come esseri umani in luogo di compartimenti stagno dettati dai dispositivi di massa. Stiamo perdendo talmente tanto che un giorno, chiamati a pagarne il prezzo, neanche la nostra anima varrà tanto dal salvarci. Visioni allegoriche certamente, niente di nuovo sotto al sole (cit.) ma sono parole forti, velenose e dal peso poetico che ci sembra importante sottolineare. Tutte cose che ovviamente, la distrazione automatica di noi altri, lascerà in qualche sottoscala dovendosi concentrare più sulle ultime mode popolaresche.

 

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