Intervista: Matteo d’Incà – Frammenti Festival @Trevignano Romano [30/10/2021]

Intervista a cura di Elisa Rossi

Arriviamo nel grazioso borgo di Trevignano Romano dove già nell’aria si respira arte. La location è quella è giusta. Insieme a tre amici (di cui due fotografi), ci incamminiamo per i vicoli, godendoci Frammenti , il festival organizzato da MArteLabel.

Lago di Bracciano – Ph. Roberto Sensidoni

 

Passeggiamo circondati da ballerine e giocolieri. In quest’atmosfera magica, incontro finalmente Matteo d’Incà che ci aspetta per l’intervista. Dopo i classici saluti, ci sediamo ad un tavolo e iniziamo a chiacchierare. Una birra ci fa compagnia. Matteo d’Incà è un polistrumentista, nasce come batterista per poi proseguire come chitarrista. E aggiungerei: CHE CHITARRISTA.

 

Matteo è appassionato di letteratura, lingua e storia del vicino e medio oriente. Si laurea nel 2003 alla Ca’ Foscari di Venezia con una tesi sulla poesia politica in Pakistan e Iran. Dal 2007,  collabora con Andrea Rivera a tour teatrali e musicali. Decido di iniziare da qui. 

La scelta di collaborare con Rivera è legata alla tua laurea, ai temi trattati, alla musica che componi?

Non è stata una scelta, è successo per caso. Però è sicuramente una scelta continuare a lavorare con lui, nel senso che gran parte della musica che ascolto e che vorrei fare DEVE avere un senso politico.

 

Come scegli di comporre, studiare, accompagnare uno spettacolo?
Gran parte delle cose le improvviso in tempo reale, la musica che faccio durante i suoi monologhi è quasi tutta improvvisata in base al suo modo di recitare che cambia di volta in volta. Improvvisa, si ferma, accorcia, allunga. Io, di conseguenza, lo seguo con le note. Ma abbiamo dei riferimenti, ad esempio c’è un gioco di parole fatto con le province italiane, un gioco molto divertente che mi ha fatto subito associare la musica di Non ci resta che piangere. Il pezzo racconta un po’ i problemi dell’Italia, io nella mia mente l’ho immaginata con questa colonna sonora. Scelgo gli accordi in base a quello che dice e alle sensazioni che trasmette. 

Prima citavi la musica dalla quale prendi ispirazione. Di quali influenze parliamo?
I miei punti di riferimento sono Frank Zappa, Miles Davis, Ravel diciamo il mio trio del cuore. Poi abbiamo Ciampi, Tenco, Bobo Rondelli o ancora Coltrane, Pink Floyd, Led Zeppelin, Fela Kuti.

 

Ascoltando i tuoi album si sente lo studio, la ricerca, la composizione strumentale, una bella presenza di fiati, ma ci sono pochissimi testi. Questo perché le parole sono superflue?
No, a me viene spontaneo scrivere brani strumentali e per scrivere un testo mi ci vogliono mesi. Di solito, c’è un testo per disco. Se devo metterci delle parole, ne devo essere sicuro al 100%, devono avere un significato preciso, un senso particolare. I miei progetti sono la conseguenza di un istinto.
Nel mio ultimo progetto, c’è una parte di scrittura a priori che poi deve produrre una serie di nove dischi. Ora siamo arrivati al terzo. Nove dischi di nove brani ognuno. E ognuno dei nove dischi è collegato ad un brano dell’album precedente. Una specie di sudoku. La programmazione è logica a priori, poi però, ogni singola nota nasce dall’istinto. L’unica cosa che non è istintiva è la scelta delle persone per collaborare in questo lavoro. Il progetto è eseguito da un gruppo di 8 persone. Scelta etica, musicale e umana.

 

Una musica permette a chiunque di fare il proprio viaggio, poi io so il viaggio che ha quella nota e mi ricordo esattamente perché è stata messa lì: un espressione di mia madre, un posto dove sono stato, o contro o a favore di qualcos’altro, ma non è detto che gli altri debbano saperlo.

Aperture giovanili: Manu Chao, Skiantos, The Wailers, quale ti ha emozionato di più?
Gli Skiantos. Quando ho aperto il concerto degli Skiantos, suonavo la batteria in un gruppo ska

Già, perchè tu nasci come batterista. Come è nata l’ispirazione e l’amore per la musica?
NIn realtà non mi ricordo perché ho iniziato, so soltanto che ad un certo punto i miei genitori sono stati costretti ad ordinarmi una batteria perché io non facevo altro che suonare la scatola del panettone con le bacchette del ristorante cinese. Quando ho suonato al concerto degli Skiantos ero emozionatissimo. Ero talmente preso bene che, mentre i miei erano fuori ad aspettarmi (mi avevano accompagnato perché avevo 16 anni), io stavo chiedendo al batterista degli Skiantos di andare in tournée con loro a fargli da porta batteria. Ma anche Manu Chao e Wailers sono stati dei concerti che mi hanno emozionato molto.

C’è qualche artista a cui ti ispiri (musicalmente e non)?
Frank Zappa e Remo Remotti. Penso di far parte di una confraternita segreta (che ora non lo sarà più) che ha come punti di riferimento Remo Remotti, Frank Zappa, i Monty Python. Mi piacerebbe raggiungere quel tipo di serietà politicamente, musicalmente e culturalmente parlando.

Come nasce una tua composizione?

Tendenzialmente, fisso una data per pubblicare il disco, mi sveglio alle 06:00 tutte le mattine, vado a dare da mangiare agli animali, pulisco e per le 08:00 inizio a produrre. Secondo me questa è un’ottima routine cha aiuta la mia ispirazione, perché la cerco e so dove cercarla. E soprattutto non scrivo pensando al fruitore, ma sapendo precisamente cosa sto comunicando. Non posso scegliere se piacerà o meno, ma di una cosa sono sicuro, perché l’ho studiata per tanti anni: non farà male, mai, a nessuno.

Ci salutiamo così, come ci siamo incontrati. Dopo questa bellissima chiacchierata, continuiamo ad esplorare il borgo incantato tra ballerine, spettacoli e… Il Fuoco dell’Arte.

 

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