LIVE REPORT: Calibro 35 @ Angelo Mai Altrove Occupato [RM] – 8/11/2013

Live report di Gaia Caffio

Partiamo da un assioma: uno dei migliori gruppi strumentali italiani di sempre è composto da musicisti tanto bravi quanto loschi. Salgono sul palco dell’Angelo Mai per raccontarci l’ennesima poetica storia disonesta e noi tutte li adoriamo. Uh ah brrr!

I Calibro 35, alla conquista di Roma (fila epica fuori dell’Angelo Mai), lo scorso venerdì si sono imbattuti in oltre un’ora e mezza di musica strumentale senza mai un caduta di stile, un calo di attenzione, una defiance. Dal vivo confermano a pieno la loro capacità di rendere amabilmente postmoderno qualsiasi cosa facciano (si ricordi che il revival è tutt’altra cosa). Incantevoli. Non è un caso che oltre oceano siano stati definiti “the most fascinating, retro-maniac and genuine thing, that happened to Italy in the last years.”

Sbottonano con grande facilità la serata suonando sostanzialmente tutto il loro ultimo lavoro Traditori di tutti (11 tracce su 12) intervallandolo con alcuni brani degli album precedenti, la cui selezione penso sia totalmente secondaria per noi che eravamo presenti. Avrebbero potuto suonare qualunque cosa senza modificare quello che è stato un gran concerto. Loro sono tutti musicisti di fama internazionale con un vasto repertorio all’attivo. Si schierano (potremmo dire a “ranghi serrati” visto che suonano tutti in linea senza relegare nessuno nelle retrovie) con una batteria funk, basso groove, chitarre distorte, organi e flauti psichedelici, sassofono e un vocoder (Enrico Gabrielli a tratti tentacolare), tutto in assoluto equilibrio. Il risultato è perfetto sia in sala di registrazione sia dal vivo.

Dei brani nuovi emerge su tutti Stainless steel, un gran bel pezzo metal che se sul disco esalta, dal vivo è un treno in faccia (la didascalia del pezzo è profetica: “arma del delitto identificata: segaossa”). A seguire Two pills in the pocket, uno dei loro brani più visuali e panoramici, The Butcher’s bride ovvero “la cassiera erotomane della macelleria del centro” (Gabrielli tiene a precisare che la cassiera la fa lui), gemiti, onomatopee e tanto organo philicorda, e One Hundred Guests, funky elaborato e ascendente in perfetto stile spionaggio internazionale.

Apice di tutta la serata: Don Vito cantata dal bellissima voce di Francesco Forni (che, lo ricordiamo, ne ha scritto anche il testo). Delirio da romanza napoletana all’Angelo Mai.

Aldilà delle cose già dette su questa band, ciò che più rimane dopo averli ascoltati dal vivo è l’equilibrio tra la componente sonora, quella visiva e quella narrativa. Nonostante non sia stato proiettato nulla durante il live, la sensazione post concerto è quella di aver assistito ai bozzetti di una storia con paesaggi e personaggi ben delineati (non a caso Traditori di tutti – vedi recensione del nostro Andrea Barbaglia – è ispirato all’omonimo romanzo di Scerbanenco, una storia violenta dalla trama complessa). Si tratta di una cifra stilistica incisa nel dna culturale italiano, è noto e stranoto, ma percepirla dal vivo è sicuramente un’esperienza nuova e esaltante, quantomeno per chi come me si è limitata ad ascoltare Riz Ortolani & Co. dal proprio stereo.

Ce ne fossero di concerti così! Niente cedimenti, tanta ispirazione e nessun artificio.

Clicca qui per il photo report di Enrico Ocirne Piccirillo

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