RECENSIONE: Galapaghost – Dandelion

Recensione di Eleonora Montesanti

Galapaghost – originalissimo nome del progetto del giovane texano Casey Chandler, accompagnato da Federico Puttilli (Nadàr Solo) e Ru Catania (anche nel ruolo di produttore) – giunge al secondo lavoro con questo Dandelion, un disco di cantautorato indie-folk di respiro internazionale. C’è profumo di grandi influenze: da Simon & Garfunkel a Neil Young, passando per i più contemporanei Volcano Choir e Sigur Ròs.

Le potenzialità di Chandler sono davvero notevoli e lo dimostra la sua capacità di confrontarsi con nomi di questo calibro e trarne ispirazione per una musica altamente sperimentale. Suonando un genere così derivativo non era facile creare un prodotto originale e significativo come Dandelion, che nelle sue numerose sfaccettature rivela l’unicità di Galapaghost: testi semplici per esprimere concetti forti, ruvidezza melodica e ripetizioni in armonia con la delicatezza vocale del leader.

Fin dalle prime note di Rosie, il pezzo d’apertura, ci si imbatte in un tipo di musica dura, per certi versi oscura e nostalgica, che si fa accompagnare da un testo intriso di assenza, dove alberi, cieli e intere città urlano senza trovare pace il nome della donna perduta. Sulla stessa lunghezza è Vermin, caratterizzata da un ritmo martellante – che rimanda un po’ a Nick Cave – soprattutto nel ritornello ripetuto e strascicato. Questo brano raggiunge l’apice dell’inquietudine, non c’è bisogno di capirne il testo per rendersi conto che si tratta del racconto di un’ossessione, di un’invasione di animali infestanti che divora la mente e rende consapevolmente pazzi.

Fortunatamente al buio si alterna la luce. Under the willow, per esempio, è una ballata dolce e delicata, nella quale c’è un gioco di chitarre e synth che, unito alla voce accogliente e alla totale assenza della batteria, suona molto rassicurante. La scia melodica è costante dall’inizio alla fine ma in questo caso il senso di ossessione sparisce e lascia spazio a una percezione primordiale di dondolio, come se fossimo cullati da due braccia forti. Anche Dandelion, la title track il cui incipit ricorda davvero tanto i Sigur Ròs, si sviluppa in un’acustica soave, una tastiera che pare pizzicata e un falsetto fisso ipnotico. È un pezzo che arriva ma non cresce, infatti qui la ripetitività presente in quasi tutte le tracce funziona meno: le emozioni sono pronte a esplodere ma la canzone non permette di lasciarsi andare totalmente.

Nella frizzante I’m a zombie for you! si intravede invece un richiamo al country; anche qui c’è assenza totale di percussioni e il pezzo risulta orecchiabile e piacevole. Il testo è molto particolare: parole innamorate che cantano “ci mangeremo i cuori a vicenda” o “quando ti penso anche gli zombi si prendono una vacanza dai cervelli”: una dichiarazione d’amore così originale che chiunque sarebbe onorato di ricevere. Lo stesso vale per Isabelle, che nel gioco delle coppie di Dandelion si associa benissimo al brano sopracitato e ricorda il Neil Young più allegro.

Il disco si chiude in maniera perfetta con Goodnight moon, una ninna nanna rasserenante che, ancora una volta, si caratterizza per la sua delicatezza. L’atmosfera è sognante e rilassata, però l’ansia introspettiva di voler fissare per sempre il presente nasconde quel sentimento di velata malinconia che lega tutte le tracce l’una all’altra, a mo’ dì fil rouge.

Dandelion è un prodotto senza dubbio internazionale, creato per un pubblico aperto ed eterogeneo che non sente l’urgenza di catalogare la musica a ogni costo. Che Casey Chandler sia un uomo di mondo è evidente, ma ciò che arricchisce i suoi lavori è l’armonia con i suoi musicisti. Federico Puttilli ha una personalità eclettica ed esterofila, lo si percepisce molto dall’elasticità con cui suonano le sue chitarre. Lo stesso vale per Ru Catania, belga d’adozione che, con il suo basso e la sua lap steel, ci aiuta a tuffarci in suoni non convenzionali a cui le orecchie italiane non sono abituate. Insomma, la comunione delle diverse esperienze divise tra Texas, Italia e Belgio è totalmente funzionale e gioca a favore dell’unicità di Galapaghost.

Questo disco mi ha fatto riscoprire il concetto di bellezza. “Bello” è un aggettivo di cui si abusa, che si usa per definire tutto e in conseguenza perde di significato. Ma è giusto riscoprirlo, qui e ora. Dandelion attrae, è gradevole, è armonioso, è gentile, è perfezione formale.

È così bello da fare male.

DANDELION – GALAPAGHOST
(Lady Lovely Label, 2013)

  1. Rosie
  2. Under the willow tree
  3. Let your heart be
  4. I’m a zombie for you!
  5. Dandelion
  6. Vermin
  7. Smile
  8. Isabelle
  9. Trembling happiness
  10. Solemn
  11. Goodnight moon
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