LIVE REPORT: Primavera Sound 2014 [giorno 1]

Live report di Claudio Delicato, tutte le foto di Scanner FM

Una delle cose che mi hanno più colpito del Primavera Sound 2014 è stata la maniacale organizzazione dell’evento. Dal primo passo che ho mosso dentro il Parc del Fòrum di Barcellona fino al momento in cui, stremato, ho salutato quest’edizione del festival, non c’è stata una singola cosa che abbia funzionato un pelo sotto la perfezione; e siamo in Spagna, mica a Oslo! Mai troppa ressa per muoversi da un palco all’altro, zero fila per i bagni e le birre, pronto soccorso ovunque, concerti che iniziano e finiscono in perfetto orario: insomma, un modo più che efficace per ricordarti in ogni momento che non sei in Italia.

L’edizione 2014 del Primavera Sound è più che mai all’insegna del vintage, o meglio dei “gruppi che erano famosi almeno vent’anni fa, poi si sono sciolti e riformati di recente” (Neutral Milk Hotel, Slowdive, Pixies, Slint e Television sono solo alcuni esempi, praticamente mancavano solo i Take That). Questa filosofia ben si sposa con la tendenza odierna a rivalutare il passato e riscoprire band che possono ancora dare FUCK YEAH HIPSTER BITCH!, e partiamo subito con il report del giorno 1, giovedì 29 maggio 2014.

Condizioni climatiche
Sereno da quando sono arrivato io (Just Kids brings tha sun).

Condizioni igieniche
A metà strada fra “cuoco del Burger King” e “non toglierti le scarpe ti prego”.

Condizioni alcoliche
Livello “sbiascica ¿quieres casarte conmigo? a qualsiasi barely legal a tiro di schioppo”.

Condizioni alimentari
Livello “ricovero di Maradona”.

Hashtag del giorno
#biretta

Performance del giorno
St. Vincent

Il primo gruppo che riesco a vedere appena arrivato al Parc del Fòrum sono i Neutral Milk Hotel. Forse avevo riposto troppe aspettative verso questo grande ritorno del gruppo capitanato da Jeff Mangum, ma ho trovato il loro live deludente. Prima che orde di indie mi flagellino a colpi di camicie di flanella quadrettate in fiamme, però, voglio spiegarvi perché: i Neutral Milk Hotel non sono particolarmente bravi dal vivo, a mio parere non abbastanza da riuscire a coinvolgere anche chi li ascolta per la prima volta, dato che le atmosfere lo-fi che funzionano alla grande nel disco non sono altrettanto efficaci in sede live. Quindi le cose sono due: o ci stai davvero dentro e ti sgoli su ogni canzone – e non è il mio caso, per quanto mi piacciano parecchio – oppure troverai il loro live insoddisfacente.

Insoddisfacente al punto che dopo tre quarti d’ora circa abbandono il palco ATP per recarmi al Sony a vedere St. Vincent, e ragazzi, è tutta un’altra storia. Annie Erin Clark dal vivo è una pantera, una popstar nel senso più positivo del termine. Il suo è un live perfetto sotto tutti i punti di vista: tecnico, emozionale e visivo, con la musicista statunitense che comanda il palco e strega gli astanti con la sua inarrivabile e disinvolta espressività davanti alla telecamera, elemento chiave per chi vede il concerto più da lontano. Al penultimo pezzo capisco che la mia ammirazione nei suoi confronti è condivisa da svariate altre centinaia di migliaia di persone e concludo che sarà quindi difficile realizzare il mio sogno di sposarla e avere due bambini con lei, possibilmente entro la fine del festival.

Chiuso il concerto di St. Vincent, sul vicino palco Heineken iniziano la loro performance i Queens of the stone age, forse il gruppo più atteso del festival, almeno da me – trovo il loro ultimo …like clockwork uno dei dischi migliori usciti ultimamente. La band di Josh Homme ne sa: il loro live è un muro di suono che ti martella in petto. Spaccano da Dio e mi si spezza il cuore ad abbandonarli dopo un’ora, ma devo farlo. Perché all’ATP sta suonando un gruppo che non è facile vedere dal vivo.

Il gruppo in questione sono gli Shellac di Steve Albini (produttore di parecchi gruppi esibitisi al Parc del Fòrum), veri veterani del festival: questa è la loro nona partecipazione. Meriterebbero un post a parte, ma l’ha già scritto Colasanti e pure molto bene, quindi mi limito a dire che il loro punto di forza è che ti fanno sentire parte di un qualcosa che non tutti possono capire: una proposta musicale – di più: un’idea di suono – che è più unica che rara nel panorama musicale moderno. Accordi pesantissimi ripetuti all’ossessione, linee di batteria disordinate, suoni disturbanti e i deliri nerd di Albini, con il picco del live nella superba The end of radio. Pare che le loro performance siano sempre uguali e splendide, e visto che questo era il mio primo concerto degli Shellac non posso esprimermi sulla prima parte dell’affermazione ma sottoscrivo in pieno la seconda.

A due canzoni dalla fine mi faccio un’altra vasca e torno al palco Sony per gli Arcade Fire, uno dei gruppi del Primavera che stanno vivendo un momento magico assieme ai The National. Onestamente faccio fatica a capire l’isteria collettiva scatenatasi attorno a Win Butler, Régine Chassagne e dintorni, ma è una questione di gusti personali: se apprezzavo i primi lavori, non mi entusiasma la direzione che hanno intrapreso di recente. Detto ciò, ammetto che la loro performance è di qualità altissima e coinvolge al meglio un pubblico in visibilio.

Alle due pochi folli guadagnano già la via di casa, ma io torno fedele al palco ATP perché stanno per esibirsi i Moderat, vale a dire Apparat + Modeselektor, praticamente Vegeth di Dragon Ball traslato alla musica elettronica. La loro perfomance è eccellente: i Modeselektor non vanno per il sottile con le basi e Apparat si rivela un ottimo cantante. Chiamatelo entusiasmo di fronte a chiunque si esibisca su un palco del Primavera, chiamatela energia giovanile, chiamatela MDMA, ma riuscire a far saltare migliaia di persone senza soluzione di continuità dopo che hanno già assistito in piedi a ore e ore di musica dal vivo è un successo che spiega da solo – qualora ce ne fosse ancora bisogno – l’enorme valore della musica elettronica, perfino in un festival più che mai all’insegna dell’indie rock.

Dopo Moderat ho bisogno di una pausa. Alle 3:15 al palco Ray-Ban si stanno esibendo i Metronomy ma l’età non mi concede abbastanza energia, quindi opto per un burrito di cui pagherò pesantissime conseguenze durante e dopo il sonno. All’uscita battaglio fra inglesi ubriache in calore con la pelle slavata e file insospettabilmente ordinate per il primo autobus targato Primavera Sound, ma da buon borghese torno a Verdaguer in taxi e crollo sul letto consapevole che domani non avrò il coraggio di guardarmi allo specchio.

IN THE NEXT EPISODES OF JUST KIDS!

Claudio Delicato è anche su ciclofrenia.it™ (Facebook/Twitter)

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