LIVE REPORT: Primavera Sound 2014 [giorno 2]

Live report di Claudio Delicato, tutte le foto di Scanner FM

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Alle due di pomeriggio del 30 maggio 2014 mi sveglio con la faccia di chi è appena stato investito da un tir carico di un campione statistico sull’obesità cronica negli Stati Uniti. Jorge, il proprietario del bar sotto casa dove avevo mangiato qualcosa la sera precedente prima di andare al Primavera Sound, mi urla in faccia “hombre, tus ojos!” mentre, dal più profondo degli abissi etilici, gli chiedo un espresso. Rigirando il cucchiaino nella tazza mi ripeto che non ho più l’età e che se voglio arrivare vivo alla fine del festival non devo concedermi più di una RedBull. Tralascio i dettagli sulle ripercussioni del burrito della notte prima e zompo direttamente al momento in cui, dopo un drink con gli amici Giulio e Margot di MATRIOSCA, decido di sfidare la pioggia e tornare al Parc del Fòrum per la seconda serata.

“Ciao, mi chiamo Claudio e ho un problema.”

Condizioni climatiche
Piovoso dalle 6 alle 7 con occasionali bestemmie per il pantano da lì in poi.

Condizioni igieniche
Livello “la gente non me s’avvicina manco pe’ sbajo”.

Condizioni alcoliche
Moderate.

Condizioni alimentari
Livello “ricovero di Maradona” (same as yesterday).

Hashtag del giorno
#nonscoperemomai

Performance del giorno
The National

Il primo concerto degno di nota è all’amato palco ATP: stanno suonando i Loop, gruppo inglese che colpevolmente non conoscevo, anch’esso parte della scuderia “attivi fino agli anni ’90 e riformatisi da poco” tanto cara al Primavera Sound 2014. Per WikiPedia si tratta di una “tra le formazioni più significative dell’ondata shoegaze e neopsichedelica inglese di fine anni ottanta, con un sound di matrice space rock e arrangiamenti e ritmiche tipiche della scena kraut rock tedesca”, e a me verrebbe da aggiungere “ho detto con poco chili, grazie.” Il muro di suono alzato dal brizzolatissimo Robert Hampson e compagni è encomiabile e il cantato ha una matrice british che rende il tutto molto meno lagnoso rispetto alle altre band che suonano questo tipo di musica.

Per evitare l’effetto “tornante di centrocampo a fine partita dopo aver marcato Cristiano Ronaldo” mi siedo una mezz’ora a guardare lo spettacolo di Dr. John & The Nite Trippers, che come tutti i complessi blues regala grandi soddisfazioni – specie nel momento in cui musicisti che più che “neri” sarebbe il caso di definire “bui” prendono in mano il proprio strumento e si lanciano in assoli che farebbero ululare di piacere perfino Margaret Thatcher in coma farmacologico. Ma non posso trattenermi oltre perché al palco Sony stanno iniziando gli Slowdive, uno dei gruppi più attesi del festival, anch’essi riformatisi dopo il breakup del ’95. Il loro è uno dei migliori live del Primavera Sound 2014: tecnico, intenso, emozionante. Una musica paurosamente onesta che, a vent’anni di distanza, ben si sposa con il mood fashion-depresso che va per la maggiore al giorno d’oggi. Verso la fine della perfomance mi guardo attorno e mi ritrovo travolto da migliaia di ragazzette con capello asimmetrico e occhiali da nerd, e precisamente in questo istante mi assale la più profonda e feroce delle sentenze di questo festival: al Primavera Sound non scoperemo mai.

Proprio di fronte al palco Sony, e precisamente all’Heineken, alle 22:50 iniziano a suonare i Pixies. Non so perché ma non avevo troppe aspettative sul live della band di Black Francis, e dai pareri raccolti a fine concerto mi pare che le opinioni in merito siano state abbastanza discordanti. A mio parere comunque i Pixies sono ottimi; questi “giovincelli di mezza età” hanno ancora energia da vendere e, malgrado il vocalist non sia più granché potente, la loro è un’esibizione energica, coerente con la proposta musicale, sporca quando deve essere sporca e pulita quando dev’essere SÌ ABBIAMO CAPITO. Be’, se avete capito allora me ne vado dall’Heineken, proprio dopo il pezzo di chiusura che, manco a dirlo, è Where is my mind?

All’ATP stanno suonando gli Slint. Non riesco ad assaporare appieno la loro performance, dato che rimango solo una quarantina di minuti, ma la band post-rock mi ha dato tutto ciò che mi aspettavo: una potenza sonora fuori dal comune, giustamente osannata da un’orda di fedeli per i quali il gruppo di Louisville è rimasto nella storia pur avendo inciso solo due album.
Faccio dunque un salto al palco Pitchfork per vedere qualche canzone dei Deafheaven su indicazione di un mio compagno di festival. La band di San Francisco, acclamatissima dalla critica, suona un black metal esagerato condito dagli strilli di George Clarke, che è una sorta di Pierpaolo Capovilla (in quanto a istrionismo), solo che sa cantare. Soddisfatto di aver utilizzato per la prima volta i tappi forniti alla stampa, raccolgo le forze e torno al palco Sony, dove si sta esibendo un altro dei gruppi miracolati del momento: i The National.

Se nel live report del giorno 1 ho sostenuto di non capire l’isteria collettiva attorno agli Arcade Fire, riconosco che quella che ora circonda il gruppo di Matt Berninger mi risulta più comprensibile, ma solo perché la loro musica incontra maggiormente i miei gusti. I The National mi lasciano davvero a bocca aperta; li avevo già visti alla Cavea dell’Auditorium un anno fa, quando mi aveva sorpreso l’intensità dei loro pezzi e la loro capacità di essere intimi pur in mezzo a migliaia di persone. Per la performance del Primavera Sound la band sceglie invece (e opportunamente) una scaletta più energica, con passaggi strumentali di forte impatto e il particolare premio per il cantante più piacione che abbia messo piede a Barcellona nell’ultima decade. L’elegantissimo Berninger, il Ronn Moss dell’indie rock, fa bagni di folla e occhiolini, stringe le mani di un pubblico in delirio davanti alla sua calda voce baritonale e conquista a mani basse – presumo – il record del musicista che otterrà il più alto numero di pompini dalle groupie nel backstage.

“A questo festival non c’è manco il tempo di respirare,” mormoro esausto mentre mi dirigo verso il vicino palco Heineken per vedere i !!! (Chk Chk Chk). I dischi del gruppo di Sacramento non mi hanno mai entusiasmato, ma sono curioso di vederli perché (i) sono un amante del genere dance punk, per quanto credo vi sia chi lo fa molto meglio; e (ii) il medesimo compagno di viaggio che mi ha portato a sfondarmi i timpani con i Deafheaven mi ha assicurato che dal vivo il cantante è uno spettacolo. Be’, la mia curiosità è ampiamente ripagata: dal punto di vista musicale i !!! non sono niente di originale – una banalotta disco anni ’70 – ma dal vivo i pezzi viaggiano che è una bellezza facendo ballare il pubblico, e poi Nic Offer è davvero una delizia per gli occhi. Sul palco si scatena, salta, balla omosessualissimo, si lancia fra la folla, fa facce stralunate, praticamente aspetti solo il momento in cui darà spettacolo, e il tutto compensa altamente il fatto che è stonato come una campana. Non so quanto ci sia di studiato nelle sue movenze, ma è comunque bello vedere un gruppo il cui vocalist dà l’impressione di essere il primo fan.

“Ammazza quanto smascelli, fijo mio. Guarda che siamo noi che ci dobbiamo drogare!”

Memore degli scompensi intestinali causati dallo “spuntino” della notte precedente, opto stavolta per dei fried vegetable noodles comunque untissimi, e mentre il mio compagno di festival – sì, sempre lo stesso – assapora avido il fatal burrito lo guardo con compassione pensando “povero amico mio, non sai a cosa vai incontro. Dio abbia pietà dei tuoi compagni di dormitorio.” Alle 4 ci sarebbero i Vatican Shadows al palco Ray-Ban, ma davvero “non so’ più er ghepardo de ‘na volta” e comunque, essendo di Roma, di Vaticano ne ho già fin sopra i capelli.
Per concludere: la seconda serata del Primavera Sound, per quanto la line up non fosse mastodontica come quella del giorno precedente – oddio, si parla comunque di band di livelli altissimi ed è difficile metterle in classifica – ha offerto delle performance forse ancora migliori nel complesso, per spirito e intensità.
Il solito taxi mi lascia a Verdaguer. Nell’appartamento in cui ho affittato una stanza ci dovrebbero essere anche due Francesi una delle quali, gira voce, si è dichiarata “curiosa verso gli Italiani.” Per tutti i tre giorni non ho occasione di incrociarle. #nonscoperemomai.

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Claudio Delicato è anche su ciclofrenia.it™ (Facebook/Twitter)

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