Interviste: EDDA

di Francesca Amodio, Ph Simona Isacchini

Il suo concerto, uno dei più attesi di questo 2014 musicalmente assai prolifico, è appena terminato, ma l’adrenalina stenta ad abbandonare i corpi di chi stasera si è fatto un grande regalo: chiamare “concerto” quello che Edda, al secolo Stefano Rampoldi, ha regalato al pubblico capitolino è infatti decisamente riduttivo. Edda dona al suo pubblico adorante tutto sé stesso, non c’è spazio per i cliché, non c’è spazio per i limiti, c’è spazio null’altro che per la sua poesia. Perché cantare la famiglia, il sesso, la rabbia, la morte, l’amore, la disperazione, così come li canta lui, che ha vissuto spesso al limite ma che ha sempre quel candore fanciullesco negli occhi e nel cuore di chi scardina i sentimenti per la prima volta, è proprio solo di un poeta. Che abbiamo la fortuna di ammirare ora in vita.

Ti chiami Stefano ma ti fai chiamare Edda, come la mamma, canti molto spesso di donne, parlando di te al femminile, peraltro. Uno psicologo da quattro soldi direbbe che saresti voluto nascere donna… E’ così? Sì, assolutamente, mi piacerebbe essere una donna e probabilmente mi piacerebbe stare con loro e non essere circondato da uomini, ma sono nato uomo, quindi… Non è che mi piaccia molto il genere maschile; non hanno le qualità che interessano a me, tipo la dolcezza, la sensibilità, l’umiltà. Perciò sì, vorrei esserlo perché la donna è una gran bella cosa, davvero bella.

Attualmente la televisione italiana non ha spazi realmente degni di nota in cui poter suonare, o comunque parlare seriamente di musica. Tu non ne sei certo un frequentatore, ma chi ti segue ricorda la tua ospitata nel salotto di Daria Bignardi. Quali furono i motivi che ti spinsero ad andare? L’unico motivo per cui sono andato è perché mi hanno chiamato. A lei interessava la mia storia, e così andai a raccontarla. Fondamentalmente la Bignardi poteva distruggermi, invece è stata molto gentile. Poi sai, è dai tempi di Costanzo in bianco e nero che è così, quando era solito invitare nello stesso talk il premio Nobel e la venditrice di frutta del mercato rionale… Nel senso che in televisione sono sempre andati tutti, così alla fine sono andato anch’io.

In “Tu e le rose” affermi che con l’amore non hai mai avuto niente a che fare e citi spesso la parola “dolore”. E’ un imperativo categorico il fatto che amore e dolore debbano per forza far rima? No, non l’amore materiale, quello che conosciamo noi, quello per la mamma o per la ragazza. L’amore è in realtà una grande fonte di gioia e consolazione, ma quello che viviamo noi non è vero amore. Il vero amore c’è, esiste, probabilmente è di un’altra qualità, forse spirituale, e quello dà gioia. Tutto il resto non lo è. E’ egoismo, sfruttamento, disinteresse.

Per te gli anni novanta sono stati fondamentali, in riferimento naturalmente alla tua esperienza con i Ritmo Tribale che ha lasciato un segno indelebile nella storia dell’hard rock italiano. Rimpiangi qualcosa di quegli anni? Rimpiango il fatto di essere nato, di non aver fatto nulla per me, perché finora ho fatto tutto per Stefano Rampoldi, ma non per me. Che poi chi lo conosce ‘sto Stefano? Non c’era sessant’anni fa e non ci sarà fra sessant’anni, però c’è ora, ed è una gran rottura di coglioni. Quindi sto sbagliando e sono consapevole di ciò, ma non ho abbastanza forza per fare marcia indietro. Non è che la mia vita sia cambiata molto dagli anni novanta, son pirla come allora.

Un autore per cui ti piacerebbe scrivere. Premesso che non sono capace a scrivere, direi Riccardo Sinigallia. Ma tanto non succederà mai perché non sono in grado di scrivere le cose belle che scrive lui.

“Stavolta come mi ammazzerai?” è un concept album sulla famiglia e sulle dinamiche dei rapporti familiari. La copertina del disco è affidata a una bellissima foto che ti ritrae con tua madre e con i tuoi fratelli, un’immagine di serenità che però va a cozzare in modo quasi dissacrante col titolo… Hai poi trovato una risposta? Spesso sulla famiglia si dice questa cosa qua, che non ce la scegliamo. Io invece penso il contrario: penso che siamo proprio noi a sceglierci i nostri genitori, col nostro karma; uno non nasce perché suo padre e sua madre un giorno hanno fatto l’amore, ma quel padre e quella madre quel giorno hanno fatto l’amore proprio perché quel determinato figlio doveva nascere. Su questo io non credo nella casualità, ma credo che nasciamo in una certa famiglia per un motivo; poi succede che a volte si debba pagare e a volte riscuotere, ma se si trova il modo di superare le difficoltà il cerchio è chiuso. Il titolo cozza per forza, visto che mia sorella è morta, io ho i miei problemi e mio fratello è un pazzo scatenato, ma in realtà la risposta sta nel fatto che la vera tragedia è che tanto noi tutti rinasceremo, quindi ci toccherà soffrire un’altra volta e rifare l’esame, come quando ti bocciano a scuola.

Sugli album “Semper biot” e “In orbita” campeggia l’immagine di un grande topo. Cosa ti piace di questo animale? Le orecchie. E il fatto di non aver mai capito perché hanno messo in bocca ad un topo la frase idiota “strapazzami di coccole”.

In “Mater” dici: “Sono un figlio di puttana, ma il meglio l’ho preso da te”. Qual è questo meglio che hai preso da mamma Edda? In realtà niente, perché caratterialmente siamo davvero molto diversi, però se fossi stato più somigliante a mio padre sarebbe stato un incubo. Pensandoci un attimo…Bah, forse un tempo sono stato anch’io bello come lei.

So che il tuo mestiere di ponteggiatore ti appassiona molto. Cos’è che ti piace, in particolare? La schiavitù. Il fatto di appartenere a qualcuno è comunque una sicurezza. Il fatto di essere un lavoratore poi, ti dà una connotazione sociale, una dignità, uno stipendio. Il fatto però è che con quello stipendio a fine mese compri cose che non hanno a che vedere né con l’amore né con la felicità, e così quel lavoro l’ho perso per fare questo disco. Avrei voluto continuare a fare entrambe le cose, ma un disco richiede almeno otto ore di lavoro in studio e fare il ponteggiatore ne richiede dodici, al termine delle quali torni a casa senza avere neanche la forza di pensare. Ogni tanto mi fermo a guardare i ponteggi, quel lavoro un po’ mi manca, mi manca l’idea di essere uno schiavo perché alla fine dopo dieci anni uno si identifica in quella cosa lì. Ma è anche vero che ero arrivato ad un livello di disperazione impossibile. Questa società industriale ci sta massacrando, ti fa lavorare dalla culla alla tomba per cosa? Perché credi che le strade siano piene di trans e prostitute? Perché la società odierna produce nell’uomo un livello di frustrazione assurdo. Diciamo che per ora sto avendo la fortuna di fare ciò che mi piace, ed è molto bello.

Dicono del tuo ultimo disco: “è quello più immediato e d’impatto, meno ostico, senza dubbio l’album più rock di Edda” (fonte: Rock it). Stefano Rampoldi invece cosa pensa dell’ultimo disco di Edda? Che ha avuto culo! Sono molto soddisfatto di questo lavoro e devo dire grazie a Luca Bossi e Fabio Capalbo che l’hanno reso così come è ora, perché io non avrei saputo arrangiarlo così bene, dargli la veste che ha e che a quanto pare sta piacendo molto. Un po’ come successe ai Rolling Stones con Sympathy for the devil quando la portarono in studio: come si vede nel film, all’inizio faceva cagare, sembrava una ballad, aveva un tempo lunghissimo; poi è stata arrangiata da chi di dovere e in un certo modo, ed è così che è diventato il pezzo fighissimo che tutto il mondo conosce… Questo per dire che a volte capita che le canzoni siano anche belle, ma poi ci si deve lavorare per modellarle bene; quando ho portato i miei pezzi in studio, erano molto veloci, quasi hardcore, e loro ci hanno fatto su un lavoro magistrale, facendo sì che il disco arrivasse alla “massa” … Ecco, ho detto una cosa di un mainstream pazzesco. Magari col prossimo disco faccio la fine dei Modà.

Foto di Simona Isacchini

 

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