LIVE+PHOTO REPORT: WHERE THE WAVE BROKE FEST @ SPAZIO AURORA [MI] – 28/03/15

Recensione di Francesca

Un’onda hardcore si è infranta su Rozzano: alleluja!

Sebbene Rozzano sia molto fiorente a livello musicale e culturale (ogni anno qui si svolge il Rozzano Blues Festival, ad esempio), si tratta pur sempre di un paesino abbastanza piccolo dove non trovi niente di aperto dopo le dieci di sera. Quando siamo arrivate nei paraggi non trovavamo lo Spazio Aurora e non c’era nessuno per strada a cui chiedere dove fosse. Ma no panic, alla fine lo abbiamo trovato e il WHERE THE WAVE BROKE FEST poteva iniziare

Purtroppo, abbiamo perso l’apertura dei milanesi EUF (Encore une fois, per chi non lo sapesse) quindi non potrò dire come suoni il loro post-rock live. Sarà per la prossima volta, spero. Anche la seconda band è nata e cresciuta a Milano: i The singer is dead sono un progetto puramente strumentale difficilmente catalogabile in qualche categoria: miscelano insieme post e math rock senza mai dire una parola (neanche tra un pezzo e l’altro, sia chiaro). Si muovono bene sul palco, avvicinandosi e allontanandosi dalle casse creando dei riverberi impattanti, fino al punto che Luca Doldi prende la sua chitarra e ci urla dentro! Seguono i Winter Dust, arrivati direttamente da Padova per suonarci il loro ultimo lavoro Autumn years: una musica straniante, emotiva, stratificata pronta a portarti in una dimensione sensoriale parallela. Solo il piano ogni tanto mi sembrava fuori luogo, come se suonasse una musica tutta sua che ben poco s’incastrava col resto di sound e voce (consiglio a tutti di ascoltare Autumn years in solitudine, a casa, a volume alto: così ne apprezzerete tutte le sfumature che io non ho colto nel live).

Photo report di Maria Elisa

È giunto il momento che tanto aspettavo, quello dei Ruggine, della loro potenza e rabbia. Partono subito con Iceberg, il loro ultimo disco che io reputo essere un capolavoro (se non ci credete guardate sto Musicomix): Babel è una bomba che ti esplode addosso con schegge violente; Ashur è dolore puro urlato contro il mondo: “Vorrei essere pronto a recepire ogni messaggio / costantemente pronto a recepirlo / Dove sono? / Cosa stavo facendo?”. Siioma ha un noise poderoso e insistente che fa venire i brividi mentre Simone urla: “Quali sarebbero state le parole giuste / quelle che avrei dovuto pronunciare allora? / Ma fu silenzio, timore, paura e rispetto / Ma fu silenzio, timore, paura e dolore”. Li ascolto e penso a quanto sono contenta di vederli suonare dal vivo: è stato emozionante.

Chiudono gli Storm{o}, anche loro in giro con l’ultimo disco Sospesi nel vuoto bruceremo in un attimo e il cerchio sarà chiuso che è una BOMBA (non vi dico che goduria sia ascoltarlo in vinile). Luca attende sotto il palco e quando arriva il suo momento, con uno scatto schizoide corre su e si unisce alla sua band. Tutto cambia: i gruppi precedenti gestivano il palco occupando ognuno uno spazio determinato, un’area vitale individuale e nella quale restare immobili, lasciando solo la musica a parlare per loro. Gli Storm{o} invece sono come quattro mine che esplodono a ripetizione ai quattro angoli del palcoscenico, senza respiro, saltando, dimenandosi, scuotendosi, vibrando, impazzendo. Fa una strana impressione assistere alla perfetta coincidenza tra questa massa di movimenti impazziti e la scarica potente, compatta e graffiante della loro musica. Il concerto non poteva finire meglio di così. Anzi no, è finita ancora meglio: a chiacchiere e cazzeggio con Ruggine e Storm{o}, tra la scoperta di amici in comune, fratelli in Erasmus a Saint-Denis, e bassisti svenuti nel furgone. Diciamo che anche hanno confermato l’impressione che ci avevano dato l’ultima volta al Lo-Fi, come abbiamo raccontato qui.

Mi sento perciò di stringere calorosamente la mano a chi, in nome di DIYSCO, ha organizzato la serata. Vorrei fare stessa cosa ai membri dei gruppi che si sono esibiti sul palco dello Spazio Aurora, alcuni dei quali hanno percorso diversi chilometri per farsi trovare lassù. Infine, un abbraccio va dato a noi che siamo andati a sentirli, che abbiamo guidato sapendo di non poter bere perché siamo persone responsabili, che siamo partiti un’ora prima per arrivare in tempo pur non riuscendoci perché ci siamo persi. Tutto questo per dire “io c’ero”. Una bella serata dalle aspettative forse troppo alte: c’era bisogno di far suonare ben 5 band in così poche ore? Posso immaginare la foga di far sentire il maggior numero di gruppi possibile, il fervore per i gruppi locali, nonché l’emozione di avere dei macigni come Ruggine e Storm{o}. Capisco anche che si volesse dare lo stesso spazio a ognuno per non creare differenziazioni. Purtroppo il risultato è stato che nessuno ha avuto il giusto spazio che si meritava, hanno suonato tutti troppo poco, senza che noi sotto palco riuscissimo realmente a goderci la musica e senza che le band avessero il meritato supporto da parte del pubblico. Un vero peccato, ad esempio, che mi sia persa l’apertura degli EUF. Sono certa che andrà meglio la prossima volta, magari semplicemente organizzando due serate al posto di una.

Ma il WHERE THE WAVE BROKE FEST secondo me è riuscito bene in tre cose: 1. ha dato una scossa ad un paesino dolcemente addormentato; 2. ha dimostrato che è possibile portare musica difficile per orecchie non abituate anche in contesti periferici; 3. ha unito tante persone provenienti da situazioni e città diverse nella realizzazione di un fine comune, ossia la serata stessa. Detto tutto questo, ce ne fossero di più di serate del genere. Magari.

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