INTERVISTE: BIG MOUNTAIN COUNTY

di Francesco Liberatore

C’era molta attesa per il debutto dei romani Big Mountain County, già da tempo nei radar della critica come una delle migliori realtà della Capitale. Attesa ripagata in pieno con l’uscita di Breaking Sound, disco in cui hanno riversato la loro essenza sonora che guarda al rock da una prospettiva psichedelica: un linguaggio che, ad ascoltare le nuove canzoni, sembra appartenga loro naturalmente. Ne abbiamo parlato con la band per conoscere il percorso che li ha portati a questo primo importante traguardo.

Partiamo dal nuovo album, Breaking Sound, il primo disco che segue l’ep M.C. (2013). Sappiamo che è nato dopo giorni di lavoro nel vostro ritiro in Sicilia. Quanto è stata importante per la fase di composizione questa esperienza di vita comune?

ALESSANDRO (voce e chitarra): Molto importante, direi fondamentale. Poter dedicare l’intera giornata alla musica è veramente raro, soprattutto vivendo in una grande città come Roma, ognuno occupato quotidianamente dal proprio lavoro e dai propri impegni. Così ritrovarci in Sicilia in una villa alle pendici dell’Etna, ospitati dal nostro grandissimo amico e fonico live Carlo Giordano, e avere quale unico scopo quotidiano la musica non ci sembrava vero. Abbiamo avuto la possibilità di soffermaci su ogni particolare, su ogni possibile idea, approfittando dell’ispirazione che ci arrivava dalla natura che ci circondava. La sera potevamo ascoltare ciò che avevamo prodotto durante il giorno, confrontarci con gli amici che ci venivano a trovare per la cena. Tutte cose impossibili da fare durante l’anno a Roma. Così i brani che sono arrivati in Sicilia come bozze hanno trovato la loro forma durante quei giorni, altri sono stati affinati ed alcuni sono stati scritti per intero durante quei giorni. Penso che Breaking Sound non avrebbe visto la luce senza questa esperienza.

Ascoltando il disco si avverte indubbiamente una maturazione nel suono, la vostra immediatezza rock ha trovato nuova linfa sposando progressioni melodiche dal forte impatto. È stata una scelta mirata oppure avete solo seguito l’istinto?

FRANCESCO (chitarra): Credo che l’istinto sia una parola chiave per i Big Mountain County. Io sono sicuramente il meno istintivo di noi quattro, ma ho sempre pensato, sin dall’inizio, che in questo progetto ci dovesse essere libertà espressiva. Ogni brano che abbiamo composto è una sorta di calderone in cui ognuno ha aggiunto i suoi ingredienti seguendo l’istinto, il proprio gusto, il proprio stato d’animo, la propria idea. Non poteva e non può essere altrimenti data anche la differenza delle nostre personalità e, in parte, del nostro background musicale. Così l’immediatezza rock degli inizi è stato solo il primo punto d’incontro, se si vuole anche il più facile. Ma anche in questa immediatezza, l’aspetto melodico c’è sempre stato. Una forte progressione melodica è quasi sempre lo spunto attorno al quale costruiamo un nuovo brano. Quello che sta maturando è tutto ciò che c’è intorno. Oggi mettiamo un po’ più di cura nel suono, nella stesura del testo, un po’ meno istinto forse, ma solo in un secondo momento, soprattutto se poi ci tocca registrarlo un brano, come nel caso di quelli che sono nel disco. Perciò no, non è stata una scelta, il disco è molto istintivo a mio parere e l’eterogeneità dei brani ne è la prova.

Ci sono anche alcuni ospiti ad arricchire le tante sfumature del disco, sia a livello strumentale che di scrittura, penso a Paola Mirabella dei Vincent Butter e alla cantautrice Sylvie Lewis. Come sono nate queste collaborazioni?

BRUNO (batteria): Il contributo degli ospiti nel disco è stato molto importante. Ci sono brani di cui si può benissimo dire che sono stati scritti e arrangiati assieme ad alcuni di loro. Come sono nate le collaborazioni? Beh, Paola Mirabella è mia sorella ed è anche una grande amica per tutti noi, oltre ad essere una fantastica cantante e polistrumentista. Perciò non potevamo fare altro che coinvolgerla. A quel punto era ovvio “approfittare” anche di Andrea Persian Pelican che suona con lei nei Vincent Butter, anche lui cantante e chitarrista meraviglioso. Sylvie Lewis è una cantautrice inglese che però ha vissuto per molto tempo a Roma, dove ha fatto parte dell’orchestra di Piazza Vittorio, ed è una nostra grandissima amica e fan sin da quando abbiamo iniziato. Le abbiamo chiesto di aiutarci a scrivere un paio di brani e sono usciti fuori “Breaking Sound”, la title-track, e “Conflict Resolution part I”. Alessandro Toro è di Catania come me e Alessandro, anche se vive a Roma anche lui. È un nostro amico, suona la viola (ha suonato anche sotto la direzione di Morricone), perché non chiedergli di creare qualcosa di soave e poetico in mezzo alle nostre distorsioni malate? Infine, Daniele Salamone, pianista e organista fantascientifico. Lui è un fratello per me e Alessandro, e ormai anche per Bob e Ciccio (Francesco). Suonava con noi due nei Boilers e se devi mettere un organo in un brano non puoi far altro che chiamare lui. Ascoltate “One More” e mi darete ragione.

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C’è un’estetica ben definita nel modo di presentarvi, sia musicalmente che visivamente. Difatti Breaking Sound coglie l’immaginario e il sapore del rinato movimento psych rock. Quali sono le vostre maggiori influenze?

ALESSANDRO: Il “territorio” è vasto. Come potrai immaginare tutti noi ascoltiamo moltissima musica che ovviamente influenza quello che facciamo. Quindi ci sono sicuramente da considerare delle basi solide, dalla California dei Sessanta, ai Velvet Underground, passando da Nick Cave a tutto ciò che è stato scritto e registrato a Detroit. Ci sarebbero tanti nomi da considerare, gli Stones, Os Mutantes, John Spancer, ma anche Neil Young o Sixto Rodriguez. Ovviamente, la scena psichedelica contemporanea ci ha influenzato moltissimo trattandosi di ascolti più recenti e anche di concerti vissuti assieme. Quindi Black Angels, Tame Impala, King Gizzard, Brian J. Massacre, Vooden Shijps ci hanno sicuramente dato qualche suggerimento.

Al contrario di molti che abusano del termine, siete una band autenticamente indipendente: organizzate tour in giro per l’Europa, producete e stampate i vostri dischi, e non a caso Breaking Sound è nato anche grazie ad una campagna di crowdfunding completata con successo. Quanto è difficile gestire tutto da soli?

FRANCESCO: Estremamente difficile, ma altrettanto soddisfacente. Poter dire di aver suonato a Sarajevo non è da tutti e pensare di esserci andati con le sole nostre forze ci rende molto orgogliosi. Ad ogni modo, gestire tutto da soli significa procurarsi delle date, organizzare gli spostamenti e i propri impegni, gestire costantemente la promozione sul web, cercare contatti, scegliere e a volte fare personalmente la grafica degli eventi, del merchandise, delle copertine oltre a provare, suonare e registrare, che poi è quello che vogliamo fare principalmente… Devo dire però che non siamo soli, ci sono tantissime persone che ci hanno aiutato. Persone che hanno messo a disposizione tempo, voglia e competenza nel sostenere il nostro progetto. La campagna di crowdfunding poi ci ha alzato davvero il morale, tantissimi amici hanno sostenuto Breaking Sound con il proprio contributo e questo ci ha spinto a fare tutto con grande entusiasmo. E con l’entusiasmo tutto è più facile. Se vi capita di acquistare il nostro CD leggerete tanti nomi nei credits e non sono “politici”, chi è lì sopra ci ha dato fisicamente una mano. Quindi non lo so se siamo indipendenti, siamo in realtà molto dipendenti da chi ci circonda. D’altronde il nostro nome parla di una “contea”, che attrae e accoglie chiunque l’attraversi. Poi va precisato che il disco nasce si grazie al crowdfunding per la nostra parte, ma è anche una co-produzione con la Gas Vintage Records di Leo Pari, etichetta che ha pubblicato Breaking Sound che è prodotto da Valerio Mirabella insieme a noi. Siamo orgogliosi di tutto quello che abbiamo fatto fin ora ma siamo coscienti di non averlo fatto da soli.

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Parlando proprio del tour, avete spesso suonato oltre confine. Secondo la vostra esperienza esiste ancora un divario tra il modo di vivere la musica in Italia e l’estero? Intendo a livello di organizzazione e partecipazione delle persone…

BOB (basso): Purtroppo si, esiste un divario. In Italia o sei qualcuno di importante e conosciuto, e allora hai un pubblico fideisticamente appassionato, oppure non sei nessuno, quindi vengono a vederti suonare i tuoi amici, i pochi appassionati ricercatori e un sacco di gente che durante il concerto chiacchiera col vicino e a cui non interessa la tua musica, ma che è là per caso, per moda o per sbaglio. Inoltre vengono organizzati concerti come “eventi” dove devi suonare due ore perché altrimenti il proprietario del locale non è contento. Tutto questo davanti a un pubblico indifferente. All’estero c’è molto più rispetto per le band. Vieni accolto, sali sul palco e fai il tuo set misurandoti col contesto e con l’audience. Il pubblico è generalmente attento. Non a caso dopo il concerto c’è sempre affluenza al tuo banchetto, curiosità, persone che vengono a chiacchierare e a comprare dischi e magliette. In questo quadro in Italia permangono ancora “oasi” dove è bello suonare per partecipazione e organizzazione, ma sono purtroppo sempre più in via di estinzione.

Nel 2014 avete vinto il contest “Arezzo Wave Lazio” segnalandovi definitivamente tra le migliori realtà del circuito romano. Dal vostro punto di vista percepite uno spirito di collaborazione e sostegno reciproco che lega la scena della Capitale?

BRUNO: Le scena di Roma è grande e molto variegata. Di conseguenza le realtà sono diverse fra loro. Percepire uno spirito di sostegno dall’intera capitale perciò è impossibile. Ci sono locali grandi e locali piccoli, locali che ti fanno suonare volentieri e altri meno. Ci sono anche tante persone e tanti gruppi. Noi ne conosciamo tantissimi ovviamente, e molti ci hanno aiutato e accolto, soprattutto agli inizi quando c’era da trovare una sala prove o da organizzare i primi concerti. Direi che Roma non differisce dagli altri posti. Devi trovare la gente giusta. C’è sempre e ovunque, come c’è quella sbagliata.

Breaking Sound sembra evocare orizzonti senza frontiere, ma c’è un meta che desiderate raggiungere, personalmente o collettivamente, con la vostra musica?

BOB: Mai come in questo caso si può dire che “la meta è il viaggio”. Navighiamo tra i generi musicali come il Nautilus di Jules Verne tra gli abissi marini, collezionando emozioni, suoni ed esperienze condivise. Ascoltando Breaking Sound salta alle orecchie: nelle diversità stilistiche proviamo a mantenere un fil rouge sotteso alle canzoni, che non è altro che il filo conduttore del sound B.M.C. Vogliamo spingere la nostra nave sottomarina sempre verso nuove acque, non dimenticando mai le nostre radici che sono il blues e il rock’n’roll. La nostra aspirazione è poter avere sempre più tempo per scrivere e arrangiare nuove canzoni e nuovi dischi e portarli live nei contesti appropriati alla nostra musica.

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