LIVE REPORT: Primavera Sound 2015 [giorno 2]

Live report di Claudio Delicato

PREVIOUSLY ON JUST KIDS!

NOTA BENE
Questo è un live report in 3 puntate e 4 sconcertanti rivelazioni sui gruppi indie contemporanei, che verranno tramandate ai posteri per costituire i capisaldi dell’UmbertoPalazzesimo, la religione che seguiranno i nostri figli.

Fra gli insegnamenti che mi ha tramandato mio nonno ne ricordo in particolare due: il primo è “nel dubbio scopa”, il secondo è “NON MANGIARE MAI SALSICCIA, CAVOLFIORE E FAGIOLI PRIMA DI ANDARE AL PARC DEL FÒRUM PER IL PRIMAVERA SOUND.” Dopo un pranzo del genere con i ragazzi di MATRIOSCA pavento la possibilità di dover espletare i miei bisogni fisiologici nei pur attrezzatissimi bagni del festival, e per scongiurare l’eventualità decido di usare i cessi messi a disposizione dal ristorante che mi ha servito i fatal fagioli (dalla regia mi dicono che ora ha chiuso per sempre, dopo esser stato definito “la nuova Ilva”).

Finita questa interessantissima premessa, passiamo alla musica. Arrivo al Parc del Fòrum con l’intenzione di spararmi il concerto di Julian Casablancas + The Voidz, perché mi hanno detto che, esaurita la vena creativa dei The Strokes (circa tre minuti dopo l’uscita del primo disco), il loro frontman ha trovato nuova ispirazione in questa combo indie-garage (spoiler: non è vero). Per questo CIAONE CASABLANCAS e torno fedele all’ATP per l’esibizione di uno dei tanti gruppi canadesi presenti a questa edizione del Primavera, ovvero i The New Pornographers, il cui power pop è decisamente più coinvolgente (e convincente) rispetto alla musica propinata dal figlio d’arte newyorkese.

Foto di Dani Cantó

Dopo una mezz’oretta mi faccio l’ennesima scarpinata fino al palco Heineken, dove Patti Smith e la sua band stanno suonando Horses. La leggenda vivente di Chicago ci mette meno di un minuto a stregarmi: il suo è un live devastante, con una partecipazione emotiva fuori dal comune sia da parte sua che del pubblico. Emblematici in questo senso sono il coro di migliaia di voci durante Gloria e la commozione della stessa cantante al passaggio di Elegie in cui cita Lou Reed, uno dei tanti friends that can’t be with us today. Quello offerto da Patti Smith è lo spettacolo quasi materno di una donna che ha conosciuto la vera libertà e vuole che ne godano tutti i giovani d’oggi, incitandoli a svegliarsi e agire; in poche parole, una settantenne che insegna come cazzo si sta su un palco a chi ha quarant’anni meno di lei. Il miglior concerto in assoluto di questo Primavera Sound 2015.

Terminato lo show di Patti Smith ho intenzione di ascoltare un po’ di Damien Rice, ma dopo un paio di pezzi i miei coglioni si gonfiano come palle mediche e decido che è il caso di cambiare aria. Per questo me ne vado a cercare conforto in Belle and Sebastian, sicuramente il gruppo per la cui esibizione il palco ATP è più affollato (non chiedetemi per quale motivo). La band fa il suo e anche di più, ma il problema – comune a diverse altre formazioni presenti in questa edizione del Primavera – è che la loro musica non è propriamente da festival, nel senso strettamente etimologico del termine. In un festival io voglio fare festa, e non deprimermi con la finta malinconia modaiola del pubblico che mi circonda, acchittato come se dovesse andare a una nuova edizione di Woodstock patrocinata dall’American Express Gold. Amen.

Foto di Eric Pàmies

Verso le dieci e un quarto saluto Belle and Sebastian e mi fiondo all’Heineken per l’esibizione delle Sleater-Kinney, e ragazzi: è TUTTA UN’ALTRA COSA. Queste tre riot grrrl indemoniate tengono il palco molto meglio di quanto facciano tutte le altre band a cromosoma XY messe insieme: il loro live è potenza allo stato puro, ignoranza e catarro, e regala al festival quell’attitudine punk di cui un evento del genere ha un assoluto bisogno.

A questo punto mangio un burrito di cui pagherò le conseguenze il giorno dopo (non c’è Primavera Festival senza disordini intestinali post Tex Mex) e vengo risucchiato in un vortice spazio-temporale di alcol, droghe ed editoriali di Marco Travaglio che mi trascina con livore quasi grillino al concerto dei Death from above 1979 al palco Ray-Ban. Il duo di Toronto non va certo per il sottile con il suo dance punk aggressivo fatto di chitarra e batteria + voce: dal punto di vista tecnico non c’è molto di più di un casino bestiale, urla stonate e distorsioni, ma è esattamente quello che il pubblico si aspetta da questa combo, quindi benissimo così e via di nuovo verso il palco Heieneken, dove si stanno per esibire gli headliner della serata.

Foto di Eric Pàmies

Naturalmente stiamo parlando degli , aka alt-J, la band di pischelletti il cui esordio An awesome wave ho apprezzato moltissimo (assieme ad altri tre o quattro miliardi di persone, credo). La loro presenza scenica è impattante, con i quattro immobili ed eleganti in riga sul palco, accompagnati dalle sofisticate animazioni alle loro spalle, e anche l’abbrivio del concerto è notevole con la potente Fitzpleasure. Alla lunga, però, questa compostezza stanca e il loro live mi sembra piatto e lacunoso dal punto di vista della dinamica, privo dei crescendo che una musica del genere richiede. I ragazzotti hanno ottime idee e possono crescere ancora, ma per il momento non mi sembra abbiano la stoffa degli headliner, come suggerito dalla

Seconda sconcertante rivelazione sui gruppi indie contemporanei
SE TUTTE LE BAND INDIE ROCK DI OGGI AVESSERO UN QUARTO DELLA GRINTA DI PATTI SMITH, IL PREMIER DELLA GRAN BRETAGNA NON SAREBBE CAMERON MA BANKSY

Il concerto di Jon Hopkins all’ATP mi concilia un sonno già appesantito dalle sostanze psicotrope e decido di incamminarmi verso casa prima di risvegliarmi nudo in un lago senza un rene. Domani è il terzo giorno. Il giorno forte. Meglio riposare.

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Claudio Delicato è anche su ciclofrenia.it™ (Facebook/Twitter)

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